martedì 25 ottobre 2016

Todo es relativo

«Come si spiega che Heidegger, senza muovere un dito, abbia realizzato la singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti che appartenevano alla visione del mondo nazista? Come si spiega che il massimo successo della sua filosofia abbia avuto luogo a sinistra e non a destra? Il primo ad esserne stupito è stato forse proprio Heidegger».
Così Ferraris nel suo L’imbecillità è una cosa seria. Purtroppo leggo questo passaggio di straforo, perché non fa parte delle anteprime disponibili in rete. (Dovrei aggiungere che non ho mai denari per acquistare i libri di Ferraris ma lasciamo perdere…). Dunque, come sedusse Heidegger la sinistra? con quali concetti, parole d’ordine della visione del mondo nazista? C’è un articolo, disponibile in rete dove a questa domanda Ferraris dà la seguente risposta: «L’arcano – dice – si svela abbastanza facilmente. Da una parte, parlare nel dopoguerra, a destra e in Germania, di autori nazisti come Heidegger, Jünger, Schmitt (e di un loro riferimento comune, Nietzsche) sembrava implausibile, nel momento in cui la cultura tedesca era, comprensibilmente, interessata a voltar pagina. Diversamente andavano le cose in Francia e in Italia, ed è così che si spiega l’edizione di Nietzsche di Colli e Montinari, come pure il rilancio di Heidegger prima in Francia (spesso in funzione anti-sartriana, a partire dalla Lettera sull’umanismo), poi in Italia.
Prima ragione (da non trascurare): le cose andavano diversamente in Francia e in Italia.
«Tuttavia [prosegue Ferraris] c’è un secondo motivo più determinante. Nel dopoguerra, è come se la sinistra avesse avocato a sé il monopolio del politico. Politica e sinistra erano coestensive, dunque ogni pensatore del politico, fosse pure il giurista di Hitler, come Schmitt, diventava fruibile a sinistra».
Seconda ragione (determinante): a sinistra si parlava di politica.
Con la seguente precisazione: «Faye ha il merito di illustrare con chiarezza e profondità è l’intima struttura politica del pensiero di Heidegger, che lo rendeva particolarmente riciclabile in un’epoca iper-politica come il Sessantotto. La storia e la decisione sono l’unica realtà (cosa che era in sintonia con quel funesto antirealista che è stato Hitler, ma anche con quegli antirealisti più benintenzionati che proclamavano la necessità della immaginazione al potere), si tratta di combattere l’oggettività in nome della solidarietà, il freddo intellettualismo in nome del radicamento in una comunità di popolo».
Dunque Hitler e i sessantottini hanno in comune questa idea svagata e birbesca per la quale i sogni diventano realtà occupando la Polonia o le università.
Conclusione, definitiva: «L’insistenza sulla storicità, intesa come quel divenire che può giustificare qualunque cosa, è la chiave di volta del costruzionismo heideggeriano, che si traduce, in sostanza, in un trionfo della volontà di potenza. Quando i postmoderni hanno sostenuto che qualunque tesi e qualunque verità devono essere indicizzate alla loro epoca lo hanno fatto con intenti emancipativi, ma ripetevano l’argomento di Heidegger in difesa del Führerprinzip».
Argomento per il quale, in breve, tutto è relativo (o come diceva Pindaro: «La consuetudine è regina di tutte le cose»). «Todo es relativo» mi diceva giusto l’altro giorno una bella ragazza peruviana sorbendosi un caffè come non se lo aspettava.