giovedì 10 novembre 2016

Dormire, dolce dormire...

Talvolta mi immagino, specie d’autunno, gentiluomo di campagna: un hoberau non troppo scemo. Che dire? Il Cecchi ci immaginava nientemeno che il Padreterno in quei panni. Ma non è forse per questa ragione che io mi ci immagino: a tanto non perviene la mia ὕβϱις. Sarà invece la natura, che da queste parti, sulle rive del Verbano, e tra Besozzo e Vergiate, ti insegna un po’ di storia, va da sé, naturale. Saranno i laghi e gli acquitrini, coi cigni (che sono dei gran rompiballe); saranno i sentierini fangosi e le pietraie; saranno le cataste di legna da ardere, i boschi, i prati... Di che si occupa un gentiluomo di campagna? Di allevare maiali da portare ai concorsi. Io sono assediato dai gatti. Non è proprio la stessa cosa. E adesso che il freddo è arrivato, adesso che al mattino, sulla collina che cinge Comabbio, dalla nebbia fumante emergono gli alberi rossi e gialli, accesi dal sole, me ne sto rinchiuso in casa, accanto alla stufa come... come il gentiluomo di cui sopra (o come Cartesio)... E i gatti? Quelli grattano alle finestre e alle porte per entrare o per uscire, secondo il ghiribizzo del momento.
(attizzando il fuoco nella stufa)

Thomas Bossard
«Dormire, dolce dormire»… Un po’ il contrario di «Canta che ti passa» al quale lo accosto senza un motivo apparente: forse perché, appunto, il primo non dipende esattamente dalla nostra volontà e il secondo sì. A Comabbio, sulle rive del Verbano (o quasi), il dormire è più dolce: a tutte l’ore, o quasi. Non un automobile che rombi, non un aeroplano che plani, non un maglio che percuota, né vetri che si infrangano... Non fosse per la vicina qui sopra che, in certe ore, appiccia la tivì per ascoltare/vedere (?) il rosario: cose, manie di certi vecchi… Di botto però, almeno finché un palinsesto (come si dice con una parola rubata) non la provvedeva, ecco la sigla di Murder, She Wrote: e, con gli occhi chiusi, ti figuri Angela Lansbury che, inforcando gli occhiali, comincia, e nel medesimo tempo, a pedalare e a battere a macchina... Certo, c’è anche quella scuola, la scuola del paese, la scuola primaria, fino a poco tempo fa detta elementare, e quei bambini chiassosi che in certe ore, altre ore, schiamazzano e urlano come se li stessero scannando... Per il resto il silenzio degli uomini e dei gatti e dei cani è così completo, perfetto (che significa la stessa cosa), da permetterti di udire il croscio di quella roggia che precipita a valle, o la famosa pianta che schiantandosi nel bosco non fa romore (e, per taluni, spiritosoni o filosofi, nemmeno esiste). Inquinamento acustico lo chiamano, quello delle nostre città... Credo che abbia ragione Michel Serres a vedervi una occupazione dolce (ma qui non è nulla di gradevole questo ‘dolce’) dello spazio: le trombe, i clacson, gli altoparlanti, gli scappamenti come tanti ani che espellono, evacuano: e segnano il territorio con i loro escrementi acustici: scoppi, note impossibili, strepiti, jingle. Hai voglia, costì, a cantare per fartela passare!
(cantando sotto la doccia)