giovedì 10 novembre 2016

Parla Tom Wolfe

Pare che Tom Wolfe, ottantacinque anni compiuti, un appartamento sul Central Park e uno Steinway parcheggiato nel salotto, soffra di una artrite crudele che lo imbullona al divano déco (così leggo su «Repubblica» che lo fa intervistare da Riccardo Staglianò: http://bit.ly/2fUgfQB). Tom Wolfe – va detto… bisogna ripeterlo, almeno qui da noi, se si vuole palesarlo senza cenni supplementari – è quello del Falò delle vanità (‘falò’, non ‘fiera’) e il creatore dell’espressione ‘radical-chic’ (una bella espressione che a furia di essere ripetuta dai cani e dai porci è divenuta orripilante). Ultimamente, e senza capirci un’acca, si è dedicato a Darwin e a Chomsky: senza leggere una riga di questi due vecchi ‘tromboni’ ma, lo scopriamo subito aprendo il suo libro (ora tradotto da Giunti con il titolo Il regno della parola, pp. 192, € 18,00), navigando in rete. Fu navigando in rete che scoprì che i linguisti e gli antropologi e i biologi… non sanno spiegare l’origine del linguaggio e che il football e l’hockey sono pericolosi per i cranî dei giocatori. Forse è questo riferimento allo sport – che c’entra come i cavoli a merenda – la cosa più interessante di questo libro di Wolfe. E più ‘commovente’. Wolfe dice che nemmeno la testata di un giocatore di hockey sarebbe riuscita a levargli dalla testa questa roba dello gnaulio primevo. Commovente che un uomo di ottantacinque anni pensi di poter sopravvivere a una commozione cerebrale… Questo è, di Wolfe, lo stile, tutto retorico, tutto recitato. Gratta gratta non c’è nient’altro in questo libretto.
Di cui avevo già parlato (più seriamente, filosoficamente…) qui http://bit.ly/2fV0w3F allorché uscì un paio di mesi fa col titolo: The Kingdom of Speech, e uscirono pure un paio di recensioni sul «Foglio»: in cui i recensori, per dare ragione a Wolfe, dimostravano che non è necessario avere cognizione di ciò di cui si scrive. Ciò che Emilio Cecchi (Pesci rossi, Vallecchi, Firenze, 1973, p. 62) riepilogava così da un futuro lontanissimo: «Parla anche un giornalista. (Eran persone condannate a scrivere tutti i giorni, sui giornali, attorno a cose che non conoscevano, per divertire i dissipati)». Quanto idioti, allora, questi richiami alla ricerca sul campo, agli ‘empirici’, ai Daniel Everett che prendono l’aereo per l’Amazzonia: quanto idioti da parte di… di artritici linguaioli. A Wolfe, e chiudo, domanderei di cedermi lo Steinway…