lunedì 7 novembre 2016

Relazioni...

Temo che Fabrice Hadjadj abbia interrotto la sua collaborazione con «Avvenire»: temo che sia passato al «Foglio».
Già, ma che ci farà Hadadj – l’ennesimo cattolico – al «Foglio»? Parlerà, e con maggiore libertà, di porcaccionate. Mi pare di sentirlo sdottoreggiare sul suo proprio pene e sul suo proprio ombelico… E citare Lévinas, quello di Le Temps et l’autre (pubblicato qui da noi dal Melangolo nel 1993), quello di un passaggio che nel ’93 sottolineai a matita: «Il carattere patetico dell’amore – diceva e dice… non smette di dire – consiste nella dualità insuperabile degli esseri. È una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l’alterità, ma la conserva. L’altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario si ritrae nel suo mistero».
Che anche Hadjadj, che ha esattamente la mia età, lo abbia letto nel ’93 o giù di lì? Però a lui dovette (e deve tuttora) apparire ragionevole, mentre a me non troppo se considero i punti interrogativi scarabocchiati qua e là. Uno era (è) qui (p. 57): «[…] nella relazione assolutamente originale dell’eros, relazione che è impossibile tradurre in termini di potere […]». Questa alterità-essenza, va detto qui papale papale, è la femminilità. Ora, se la femminilità è l’alterità tout court, che sarà mai la… maschilità? Un non-essere-altri, certamente; un essere-irrimediabilmente-se-stessi.
Questo linguaggio, nella sua struttura non troppo – troppo poco – metaforica, mi pareva (mi pare) inutilizzabile. Per esempio: può essere utilizzato senza disagio da una donna? Levinas rivide questa sua posizione indubbiamente fragile: non in occasione della ripubblicazione del testo del 1948, nel 1979, ma in un’intervista del 1985: «Oggi penso che bisogna risalire più a monte […]». E meno male! E Hadjadj, quando scriverà l’articolo, se scriverà l’articolo, in quale ‘tempo’ si collocherà?
Ovviamente Hadjadj ha scritto quell’articolo.

Da un piccolo Melangolo a un altro piccolo Melangolo: Il mal sano, di Michel Serres. Serres ha 86 anni e ne aveva 78 quando fece uscire «Le Mal propre», nel 2008, per Le Pommier. Cinquant’anni separano Le temps et l’autre di Lévinas dal Mal propre di Serres. Ma questi intervalli temporali non significano quasi nulla. Serres è evoluto, progredito, Hadjadj (che cita Lévinas) antiquato, fané. Serres invita le donne e gli uomini all’adulterio (p. 44), condanna la misoginia Kant (p. 42), afferma di rispettare la pratica del piercing (p. 35) (ma Karen Blixen rispettava quella del tatuaggio e incoraggiava il nipote, se non ricordo male, a farne un mestiere). Su tutte queste cose il quarantacinquenne Hadjadj è fortemente imbarazzato. E assolutamente contrario. Serres (p. 43) va più in là: dice: «Evviva gli esperimenti di procreazione artificiale assistita». Hadjadj, che è spesso in Chiesa, vi vede crollare l’altra casa in cui ama alloggiare: rifugio-giaciglio del suo organo amatissimo. E, di conseguenza (vi vede crollare) il matrimonio (col suo buffo munus), la proprietà (della donna). Ferro rovente che marchia, logo automobilistico (chissà perché Basquiat aggiunse al nativo americano di quello della Pontiac dei pinguini!), anello d’oro della sposa: sempre di marchiare-suggellare la proprietà si tratta. Per Serres. Il quale suggerisce invece la colocation, la locazione, l’affitto (anche dell’utero…).
I figli appunto: proprietà anch’essi, soggetti allo ius vitae necisque, spettacolo, nelle guerre, per i padri crudeli che ve li spediscono a morire. I figli: anch’essi da disassoggettare. E in un’epoca e nelle regioni del mondo un po’ più miti, a Serres, che raccomanderebbe la diserzione universale, non resta che frustrare le ambizioni pedagogiche autoritarie: «Disobbedite spavaldamente!» (p. 45) (ma anche: Smettete di considerarvi asserviti alle nevrosi dei vostri genitori»). Ora, la fine della pedagogia autoritaria, il cui fine è la proprietà della figliolanza, rende superfluo il ‘membro’ della famiglia, come lo chiama Hadjadj: rende superfluo il sesso (la differenza sessuale) nell’allevamento/educazione dei figli. Matte risate davanti ai padri autoritari che la mia generazione, che è quella di Hadjadj, non ha avuto!
Torniamo al primo Melangolo, a Lévinas. C’è un’altra maniera di guardare alla paternità, a dire il vero assai problematica, ed è quella che vi legge la fecondità. Che roba strana! Ho sempre legato la fecondità, etimologicamente parlando, alla femmina (fœmina) e al feto (fœtus) nel suo grembo. Eppure Lévinas la tira in ballo parlando della paternità. «Comment le moi peut-il rester moi dans un toi […]? Comment le moi peut-il devenir autre à soi? Cela ne se peut que d’une manière: par la paternité». È una relazione, insiste Lévinas, che non può essere concepita in termini di potere e di proprietà (cfr. p. 60): io non ho un figlio ma, in certa misura, sono mio figlio ecc. È un po’ un errore madornale: e un ‘eufemizzare’ l’idea della proprietà. La paternità, aggiunge, introduce «nell’esistenza una dualità che interessa l’esistere stesso di ciascun soggetto» (p. 61). (Anche qui: la paternità, non la maternità. Semmai la morte e la sessualità, che menziona). Hadjadj direbbe che sono in tre: il maschio, la femmina e un terzo seccatore; come effettivamente dice con tipico humour da catechista (cfr. Mistica della carne, Milano, Medusa, 2009, p. 110): una trinità, se vogliamo arieggiare un linguaggio mistico. E d’altra parte Jean-Paul Deux distingueva una comunione sessuale, aperta alla vita, da una unione sessuale, aperta a… Che razza di banalità!