sabato 5 novembre 2016

Spigolature (quasi una rubrica)

Tucidide (Storie, II, 71) ricorda «che ogni soldato, [in battaglia] temendo per se stesso, si avvicina quanto più è possibile allo scudo dell’uomo che si trova alla sua destra, per proteggere il proprio fianco scoperto, e pensa che quanto più la linea è serrata, tanto più lui stesso è al sicuro». Ovviamente ciò avviene perché lo scudo lo si regge con la sinistra: e cioè con l’arto che non maneggia l’arma; perché la destra ha un primato.
Tutto questo è solo apparentemente scontato: per esempio spiega certi andamenti nelle avanzate degli eserciti e quell’inclinare verso destra che Epaminonda, traendo la sua falange obliquamente a sinistra, mandò all’aria assicurandosi la vittoria a Leuttra (371 a.C.) contro un plausibilmente sorpreso Cleombroto.
Anche l’onanista sorprende se stesso utilizzando la sinistra: Pierre Guyotat ragazzino l’adopera perché impegnato a scrivere con l’altra: e qualcosa come un rapporto tra la masturbazione e la scrittura si salda nella sua testa.
Certi ‘buchi’ – il loro andamento o progressione – di Lucio Fontana si spiegano con il fatto che maneggiava il punteruolo con la destra. Chissà che qualche volta non si sia sorpreso utilizzando l’altra mano…
(Giuseppe Panella mi invia una scelta bibliografica. Eccola: Hertz, La preminenza della destra e altri saggi, Torino, Einaudi, 1994; Sofri, Il nodo e il chiodo, Palermo, Sellerio. 2009).
(castrando le castagne)

In questi giorni, parcheggiando il mio vecchio fiorino bianco nei pressi del cimitero, sono stato assalito da drappelli di anziane vedove in cerca di crisantemi in vaso o recisi. Ho fatto parecchi affari vendendo loro i marroni raccolti nei boschi (d’accordo, erano castagne) dentro involti di carta da giornale. Da queste parti, sulle rive del Verbano (come nel resto d’Europa) i marroni (le castagne) si accompagnano alla selvaggina di pelo o di penna. Non amo la doppietta: sono ambidestro e non saprei come sparare. Ma le vecchie Babilane mangiano qualunque cosa con l’indifferente golosità della vecchiaia e s’accontentano. («Quant à la vieille Babilana, elle mangeait avec l’insoucieuse gourmandise de la vieillesse, ne s’inquiétant pas plus de la tempête que si la tempête n’existait pas»).
(raccogliendo castagne)

A Comabbio, Lucio Fontana ci venne a vivere e a morire.
Mi piacerebbe recuperare un volumetto curato da Paolo Campiglio che raccoglie un certo numero di lettere di Fontana (Lucio Fontana. Lettere, 1919-1968, Skira Editore, Milano, 1999) perché testimoniano degli ultimi anni dell’artista qui a Comabbio. Ne ho recuperato, in rete, un breve stralcio. Da una lettera del 1967: «Qui sta diventando ‘intellettualcasino’ di alta classe, riunioni al Centro Euratom nucleare di Ispra, pranzi intellettuali con Guttuso, Tavernari, Baj, San Gregorio, ecc. (...) con finale di grosse vendite ai frigoriferi Ignis».
Di Fontana, a Comabbio, resta, in via Lucio Fontana, la sua casa-atelier. Qualche anno fa ne cedettero una parte, la più vecchia, che vedo dalla mia finestra. Al piano terreno di questo edificio c’è una sala quadrata con un soffitto di legno. Su una parete, un camino di pietra, su un’altra, un trifoglio verdolino su fondo bianco, enorme. Mi dicono che l’ha pitturato Fontana in persona e nessuno si sogna di imbiancarci sopra. (Non so se i limoni nella serra siano i ‘figli’ di quelli coltivati da Fontana. Credo che il giardino, il frutteto e la serra abbiano mantenuto l’impostazione originale. Il complesso è piuttosto eterogeneo).
Al cimitero torreggia un parallelepipedo e questa è un’altra cosa che resta del soggiorno di Fontana qui. Poi qualcuno avrà vecchie foto nei cassetti e ‘opere d’arte’ nei garage…
(nei pressi del cimitero)

Insudiciamo il mondo, dice Michel Serres, ma se ci interroghiamo sopra una simile questione la mettiamo sempre in termini ‘quantitativi’ (nei termini delle cosiddette scienze dure). Invece non ci domandiamo il perché lo facciamo. La risposta, peraltro, Serres ce l’avrebbe: lo facciamo per appropriarcene. Scrive (Le Mal propre, Paris, Le Pommier, 2008, pp. 47-48): «Cela touche, certes, aux questions issues des sciences dures, physique ou énergétique, ou plus douces, comme l’économie; mais moins, je le répète, que, par défense ou attaque, de l’appropriation, décidée ou voulue en amont». La traduzione italiana di Emanuela Schiano di Pepe non mi pare per nulla perspicua; dice (Il mal sano, il Melangolo, 2009, pp. 60-61): «Tutto ciò è legato sicuramente alle problematiche che derivate dalle scienze dure, fisiche o energetiche, o da quelle più moderate come l’economia; ma, lo ribadisco, l’appropriazione lo è in misura minore, poiché, che sia difensiva o d’attacco, è decisa a freddo». Propongo la seguente traduzione: «Tutto ciò tocca, per certo, le questioni generate dalle scienze dure, fisiche o energetiche, o più docili, come l’economia; ma meno che, lo ribadisco, l’appropriazione, attraverso la difesa o l’attacco, la quale è decisa o voluta a monte».

Chi è Peter Smith? Nessuno. O quasi. Su «Quadrant», una rivista australiana, scrive un articolo intitolato ‘The Age of Godless Credulity’ Ed è così che Peter Smith, almeno per me, comincia a esistere. Ma pure per un quotidiano chic che vanta una vocazione ‘internazionale’, qualunque cosa significhi, e che lo traduce. Scrive Peter Smith: «Gli uomini e le donne, nel complesso, non sono quelle creature secolarizzate e profane che gli atei militanti vorrebbero che fossero. Sono sempre in cerca di un significato più profondo. Ed è a questo punto che la scienza entra in gioco. La fede in Dio che indietreggia, specialmente quella nel Dio cristiano, ha portato al crollo di vocazioni nelle varie chiese e al corrispondente aumento di scienziati in cerca di pubblicità, pieni di immaginazione e senza un minimo di senso del limite». Averlo saputo prima che procedere così, portando il logos a pisciare nel giardinetto dietro all’edicola, significa essere internazionali!
(ripensando al gallo di Asclepio)