mercoledì 30 novembre 2016

Spigolature (quasi una rubrica)

Un libro, intendo la copia di un libro, attende il suo lettore; talvolta lo attende per anni; talvolta la sua, del libro, è un’attesa vana. Oggetto di dono, può forse illudersi – forse, o forse non si fa illusioni – di trovare occhi attenti, ma è quello il caso, vorrei dire, mi vien da dire, paradigmatico, in cui la sua attesa sarà delusa: i libri regalati sono come le cravatte regalate.
Leggo in un vecchio dizionario di storia naturale: «Fu una volta regalata una cravatta di merletto di lagetto a Carlo II re d’Inghilterra». Chissà se se la mise… Dal libro del lagetto, che pare una mussolina o un merletto finissimo, le donne di condizione delle Filippine o delle Manille, recita il mio dizionario, ricavano i loro veli. Dai libri non letti e finiti al macero – libri che non possono più spedirti nemmeno «una cartolina di saluti», diceva Anna Maria Ortese (Corpo celeste, Milano, Adelphi, 1197, p. 81) – si ricavano stracci da cucina.
Questo di Foster Wallace sul tennis pubblicato da Einaudi (2012) col titolo Il tennis come esperienza religiosa, al 100% regalato, non letto, finito sul tavolaccio del solito mercatino dell’usato, ha trovato il suo lettore: il suo lettore più inverosimile. Voglio dire che di tennis non ci capisco nulla, che, meglio, non mi sconfinifera, che lo detesto abbastanza; e che lo detesto perché legato al trauma di una partitella in cui mi figuravo di non dover giocare, o di giocare per finta, e che i miei compagni trasformarono in una competizione sportiva costringendomi così a proiettare di soppiatto, nel cassonetto lì vicino, una racchetta nemmeno mia. E a una parallela coonestazione. Bene, il libretto di Wallace, che ho letto in un paro d’ore avant’ieri (avantieri) notte, m’è piaciuto.

Due notizie da oltreoceano mi paiono notevoli. La prima (da «The Washington Post»): Starbucks coi suoi barattolini suscita sempre polemiche. Religione, politica (Trump), diritti ecc.: i disegni, le scritte, i ghirigori scarabocchiati dal personale – ‘personalizzati’ e ‘personalizzanti’ – sono occasione di discussione, di scontri, di prediche, di appelli. La seconda (da «The Daily Beast») non è nemmeno una notizia – ma non ho voglia di correggermi –; è invece un parere (mio). Eccolo. A mio avviso è con sicuro senso dell’umorismo che M.L. Nestel, l’articolista, giustappone le dichiarazioni di Lapo dopo gli avvenimenti incresciosi che dieci anni orsono e ieri l’altro lo hanno visto protagonista: «‘I’ve been an idiot’, he told Vanity Fair at the time. A decade later he told the magazine’s reporter ‘I try to think about the constructive path’».

«Croste sottili e piane… lisce o con tubercoli o proiezioni verticali. Superficie con vene distintamente rilevate, gonfie, in vita, leggermente ispide o coniche … Colore arancio-rosso». È Rob W.M. Van Soest (in Systema Porifera: A Guide to the Classification of Sponges, Springer Science & Business Media, 2004, vol. I, p.  548), che con la sua tipica e stravagante saggezza descrive la spugna dello spondilo (Crambe crambe) tipica del nostro Mediterraneo. Alla sua descrizione aggiunge le megasclere, spicole atte alla difesa ecc. Ce n’è per dare ragione a Manganelli (cfr., Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, p. 105) che a chi intenda dedicarsi alla scrittura – divenire scrittore – consiglia le materie scientifiche – e sconsiglia quelle umanistiche (letterarie).