giovedì 24 novembre 2016

Sulla scrittura letteraria ecc.

Thomas Bossard
«Perché scrivo libri così buoni» titolava quel tale un capitolo del libro suo che precedeva il silenzio definitivo. Fra le altre cose vi diceva, in quel capitolo, che è buono lo stile – e cioè la scrittura – che non si sbaglia sui segni: bisogna saper scrivere. Qualcosa di simile deve averlo pensato anche Umberto Eco – ma non sono più certo che fosse lui – quando ebbe a dichiarare che unicamente gli riusciva bene di scrivere dei libri; e che scrivere dei libri lo divertiva moltissimo. Per questo motivo, credo, ci insegnò perfino a scrivere una tesi di laurea. Proprio a quel libretto di Eco replicarono, ciascuno a suo modo, Cesare Cases e Giorgio Manganelli: entrambi dubbiosi, comunque sia, sull’utilità del lavoretto dei laureandi (che talvolta è un libro e talvolta – più spesso, quasi sempre – uno pseudo-libro). Benché Cases fosse meno scettico sulla sua utilità, concludeva menzionando Omar, l’incendiario che bruciò la biblioteca di Alessandria (cfr. G. Manganelli, ‘Mammifero italiano’, Milano, Adelphi, 2007 e C. Cases, ‘Il boom di Roscellino’, Torino, Einaudi, 1990, p. 194).
Tra l’abilità di Eco o di quel tale nel concepire libri – Cases proponeva che fosse proprio Eco a incaricarsi di compilarle tutte quante, le tesi – e la regale insofferenza del califfo Omar, qualcosa come una ‘produzione fordista’ di libri in brossura. Quello che Eco si dimentica di dirci, e d’altra parte parlava di sé, della propria attività di scrittore, e che a Omar non interessava menomamente, è che il libro – oggi più di ieri a causa dei ritmi fordisti – è opera collettiva. Dietro il libro – dietro il nome dell’autore che campeggia sul frontespizio – c’è il paziente, umile lavoro di tante figure professionali: editor, correttori di bozze, redattori editoriali…
In effetti, e da questo punto di vista, lo scrittore è un poltrone: se non altro perché in poltrona passa gran parte del suo tempo, intento alla ideazione, composizione… del testo. Rifaccio qui Manganelli, che in un breve e gustoso pezzo intitolato ‘La recita di esistere’ (in ‘Salons’, Milano, Franco Maria Ricci, 1987, poi in ‘Il rumore sottile della prosa’, Milano, Adelphi, 1994, con il titolo ‘Luogo di lavoro’) celia sulla messa in scena dello scrivere e dello scrittore all’opera. Parrebbe dunque che la parte maggiore del lavoro – diciamo la più difficile – se l’accolli l’editor.
Certo l’editor è ‘ambiguo’: quando immagini che sia in poltrona (be’, anche lui in poltrona!) a fare editing, e cioè a riscrivere daccapo ciò che un altro ha scritto (male?), eccolo in giro per le strade, alla mescita, in biblioteca, a fare scouting. Ma è ambiguo anche per un’altra ragione. L’editor è a tutti gli effetti un critico che si tiene le ‘critiche’ quasi per sé: che non le divulga e che le confida soltanto all’interessato (in tutti i sensi): all’autore. Gentilezza dell’editor. Ma c’è di più, è un critico finalmente realizzato, perché non critica non sapendo scrivere, come il critico – che infatti si merita il ritornello del pappagallo Laverdure –, ma critica (se non altro) riscrivendo. E questo è il massimo.
Se ora immaginiamo che lo scrittore in questione abbia ripigliato la sua storiella da un altro scrittore, o scrittorello, cominciamo a capirci qualcosa di più: e cioè a capire come e perché l’attività dello scrittore, la scrittura, il libro siano sempre opera collettiva e individuale nello stesso tempo. E poi, sia chiaro, si scrive sempre ciò che è già stato scritto: e cioè si riscrive. La scrittura è un furto di Prometeo e imitazione, parodia…
Jack London – cade giusto in questi giorni il centenario della morte –, seguendo le abitudini dell’epoca sua, acquistava talvolta gli intrecci delle sue storie da altri scrittori. Per esempio da tale Sinclair Lewis, premio Nobel per la letteratura nel 1930. Così London il 4 ottobre 1910 a Lewis: «I suoi nuovi intrecci sono arrivati ieri pomeriggio, e ne ho subito scelti nove, per i quali, come da ricevuta allegata, le invio un assegno per dollari 52.50». Nacquero così ‘The Abysmal Brute’ (1910) e ‘A piece of Steak’ (1909) (in ‘Storie di boxe, Milano, Sugarco, 1985). Questi racconti non sono meno di London per il fatto che li ha acquistati (che ne ha acquistato il plot) da Lewis e li ha, in un certo senso, editati. (Con l’editor, peraltro, London condivide qui, in questo caso, certa sterilità. La sterilità: sarà per questa certa sterilità che un ottimo editor come Vanni Santoni, peraltro autore prolifico, ama presentarsi come una specie di Socrate?).
C’è tuttavia un rischio, un rischio che spiega certe mie uscite acide qui sopra: il rischio che, per ragioni di mercato, prevalga il paradigma di una leggibilità universale, fatto di frasi brevi e di paroline facili. Sappiamo tutti che lo scrivere oscuro scogliona la gente e che esistono ‘valide’ ragioni morali e di buona educazione per rinunciarvi, in certa misura; ma sappiamo anche che la scrittura è la scrittura. E forse, come avviene per la rosa di Gertrude Stein, bisognerebbe ripeterlo una terza volta. «Wir wollen auf die Sachen selbst zurückgehen», diceva Husserl. Non è una tragica tautologia bensì uno spostare lo sguardo sulla scrittura-oggetto: sulle sue qualità ‘materiali’ o – per dirla diversamente, meglio… per tornare al tale dell’inizio – sulla qualità dei suoi segni, sul loro ritmo, respiro… Fatte salve le competenze dell’editor nella sfera della letteratura di consumo, resta da recuperare, contro il rischio paventato sopra, quell’incompetenza dello scrittore nella letteratura che ancora Manganelli, polemizzando con Primo Levi (cfr. ‘Elogio dello scrivere oscuro, in ‘Il rumore sottile della prosa’, cit., p. 39), riconosceva volentieri allo scrittore, fino a sbozzare una bella similitudine: lo scrittore come l’amante e la letteratura come l’amata. (E non ha questo scrittore qualcosa in comune con il filosofo che non sa ma che ama la sapienza?).
E forse – forse – sarebbe il caso che questa incompetenza fosse anche degli editor, che verrebbero così finalmente ridotti a competitori incompetenti: a scrittori. Gli editor e gli scrittori come pugilatori nella competizione (gara) letteraria.
Ah, la famosa scie del pappagallo Laverdure… eccola: «Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire».