mercoledì 9 novembre 2016

The Used Car Salesman

Su The New York Times (di oggi), senza troppi fronzoli:

«Donald John Trump was elected the 45th president of the United States on Tuesday in a stunning culmination of an explosive, populist and polarizing campaign that took relentless aim at the institutions and long-held ideals of American democracy.
The surprise outcome, defying late polls that showed Hillary Clinton with a modest but persistent edge, threatened convulsions throughout the country and the world, where skeptics had watched with alarm as Mr. Trump’s unvarnished overtures to disillusioned voters took hold.
The triumph for Mr. Trump, 70, a real estate developer-turned-reality television star with no government experience, was a powerful rejection of the establishment forces that had assembled against him, from the world of business to government, and the consensus they had forged on everything from trade to immigration».

Used car salesman, in America (USA), è sinonimo di sleazy (squallido), imbonitore, imbroglione. Lo scrive Neil Pattel che è di Seattle, o che ci vive, e che è cofondatore di Crazy Egg e Hello Bar. Neil Pattel – lo dice lui stesso – aiuta le compagnie come Amazon, NBC, GM, HP e Viacom a far crescere il fatturato. Insomma, è uno Used car salesman di proporzioni spaziali, dove lo spazio è quello della rete: il World Wide Web. Però Neil Pattel è un(o) used car salesman – un piazzista – molto diverso: consapevole intanto di quegli stereotipi lì e… critico. Quando dunque lo definisco, appunto, un(o) used ecc. non intendo assolutamente appioppargli quegli epiteti ingiuriosi. Io sto con Neil e con le sue regole… auree.
Quali regole? Ecco la prima: Don’t ‘sell’. Help people to buy. Mi sembra, se non proprio aurea, ragionevole: vendi passamaneria (per abbigliamento femminile, per uniformi militari, per paramenti ecclesiastici)? Ti chiedono un nastrino blu oltremare e non ce l’hai? Accompagni il customer dal tuo diretto concorrente. Niente male! Ti chiedono l’impossibile? Li accompagni in chiesa.
Sarò breve: le altre regole auree ripetono la prima. Per esempio: non cercare di vendere subito il tuo prodotto: fornisci prima informazioni preziose sulle sue qualità, caratteristiche ecc. Perché that would be fine if I were ready to purchase: but perhaps I’m simply trying to learn (sarebbe bello che fossi pronto per l’acquisto: ma forse sto semplicemente cercando di imparare). To learn, imparare, apprendere, mi pare piuttosto neutro. Quindi mi risparmio l’ironia…
C’è, a dire il vero, un’altra regola: la ricaviamo dal seguente adagio: The truth is that appearances matter. Già, l’apparenza conta e dunque conterebbe divenire inapparenti. Nell’immaginario collettivo (USA) il piazzista d’auto usate indossa una giacca a quadri, anelli e catene d’oro, cravatte-bavaglio ecc. E si pettina come Donald Trump…
Insomma un tuffo, quello dell’immaginazione e quello dell’Election Day, negli anni Settanta/Ottanta, quando sociologia, economia, teorie monetare, teorie del capitale e del lavoro, politiche ambientali, dei consumi, demografiche, urbane, tv e media, movimenti sociali, realtà carcerarie… disegnavano e ritagliavano altri network: né globalizzanti, né delocalizzanti, né (troppo) specializzanti…
Connettere, connettersi, sapere, informare, informarsi, imparare, aiutare ad acquisire, ad acquistare: senza apparire troppo: inapparenti, trasparenti… Così ‘obbligatorio’ che in molti preferiscono farne a meno.
Benché in molti, oggi, rispolvereranno gli argomenti dell’Old Oligarch magari – certamente – senza saperlo. (Il che non è poi così grave. Però andare alla fonte abbrevia il percorso).

[1, 1] A: A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico, che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. Poiché però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema, e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. [2] Dirò subito che è giusto che lì i poveri e il popolo contino più dei nobili e dei ricchi: giacché è il popolo che fa andare le navi e ha reso forte la città. […] Stando così le cose, sembra giusto che le magistrature siano accessibili a tutti – sia quelle sorteggiate che quelle elettive – [3] e che sia lecito, a chiunque lo voglia, di parlare all’assemblea. Ancora. Il popolo non ama rivestire quelle magistrature dalla cui buona gestione dipende la sicurezza di tutti e che invece, se rette male, comportano rischi: perciò esclude dal sorteggio il comando dell’esercito e il comando della cavalleria. Queste cariche preferisce lasciarle ai più capaci. Invece [4] cerca di rivestire tutte quelle che comportano uno stipendio ed un profitto immediato. C’è chi si meraviglia che gli Ateniesi diano, in tutti i campi, più spazio alla canaglia, ai poveri, alla gente del popolo, anziché alla gente per bene: ma è proprio così che tutelano – come vedremo – la democrazia […].
[6] B: Uno però potrebbe dire che non li si doveva lasciar parlare tutti indiscriminatamente all’assemblea, o accedere al Consiglio, ma consentire ciò solo ai più bravi e ai migliori.
A: No. Proprio perché all’assemblea lasciano parlare anche la canaglia, si regolano nel modo migliore. Se all’assemblea parlasse la gente per bene, o partecipasse ai dibattiti del Consiglio, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. […]
B: Il popolo non vuol essere schiavo in una città retta dal buongoverno, ma essere libero e comandare: del malgoverno non gliene importa nulla.
A: Ma proprio da quello che tu chiami “malgoverno” [9] il popolo trae la sua forza e la sua libertà. Certo, se è il buongoverno che tu cerchi, allora lo scenario è tutt’altro: vedrai i più capaci imporre le leggi, e la gente per bene la farà pagare alla canaglia, e sarà la gente per bene a prendere le decisioni politiche, e non consentirà che dei pazzi siedano in Consiglio o prendano la parola in assemblea. Così in poco tempo, con saggi provvedimenti del genere, finalmente il popolo cadrebbe in schiavitù […]. Nei tribunali poi non si danno pensiero della giustizia ma del proprio utile. [14] E quando si tratta degli alleati, senza neanche mettersi in mare, intentano processi a chi vogliono loro, con cavilli, e perseguitano la gente per bene, ben sapendo che fatalmente chi comanda è odiato da chi è soggetto, e che se nelle città alleate si rafforzassero i ricchi e la gente per bene, l’impero del “Popolo di Atene” durerebbe pochissimo […].
[16] B: Però c’è anche un altro aspetto che viene malvisto: che cioè “il Popolo di Atene” costringa gli alleati a venire ad Atene per celebrare i processi.
A: E quelli replicano elencando i vantaggi, per “il Popolo di Atene”, di una tale procedura: il salario di giudice assicurato per tutto l’anno grazie ai depositi delle parti contendenti; poter regolare la vita delle città alleate standosene comodi a casa, senza doversi mettere in mare, e proteggere gli elementi popolari mandando a morte i nemici del popolo. Se invece i processi venissero celebrati, per ciascuno, nella sua città, in odio agli Ateniesi sarebbero mandati a morte [17] tutti quelli che sono favorevoli al “Popolo di Atene”. E poi ecco i guadagni in senso proprio che “il Popolo di Atene” ricava dalla celebrazione in città dei processi degli alleati: [18] aumenta l’importo della centesima che si paga al Pireo; se poi uno ha una casa da affittare o una pariglia o uno schiavo da noleggiare, se la passa meglio; e anche i banditori pubblici se la passano meglio per la presenza in città degli alleati. C’è poi un’altra considerazione: se gli alleati non venissero in città per i processi, verrebbero rispettati unicamente quegli Ateniesi che si recano usualmente presso di loro, e cioè i comandanti dell’esercito, i trierarchi, gli ambasciatori. Col sistema attuale invece ogni singolo alleato è costretto ad adulare “il Popolo di Atene”, ben sapendo che è ad Atene che bisogna andare per dare e avere giustizia, e, appunto, al cospetto del popolo, che in Atene è esso stesso la legge. Così ciascuno è costretto a supplicare e a prendere per la mano i giudici mentre entrano in tribunale. Ecco perché gli alleati sono diventati, per così dire, gli schiavi del “Popolo di Atene”.
(Pseudo-Senofonte, Costituzione degli ateniesi 1, 1-18, traduzione di L. Canfora, Palermo [Sellerio] 1998).