lunedì 19 dicembre 2016

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La maestra, alle elementari, ce lo diceva sempre: «Bambini, verificate le vostre citazioni, altrimenti sembrerete accidiosi». Talvolta aggiungeva, chiudendo il sussidiario o il libro di lettura (forse La bambina col falcone, forse Il barone rampante): «E non manipolatele o sembrerete dei cazzari». Crescendo, attorno ai dodici anni, uno impara che, in soprappiù, le citazioni possono essere fraintese e, insomma, che si possono prendere fischi per fiaschi, in barba alle buone intenzioni: e cioè alla restitutio textus. Tant’è. Chi incorra in questi incidenti propongo di chiamarlo stupidino (rischiamo di esserlo un po’ tutti). Bene, non so bene come presentar(ve)lo Edoardo Rialti che mi cita un aforisma (lo chiamo così) della Gaia scienza nietzscheana: il numero 125 sulla cosiddetta morte di Dio. Infatti, che ci dice R. dopo aver citato una grave (quanto sbagliata) riflessione dello psichiatra britannico Tim Willock cucinata dopo la strage del Bataclan? Be’, menziona Nietzsche e, pur non citandolo testualmente, non ne verifica il testo (la lettera). Trattasi cioè di una reminiscenza e di un commento. Dice dunque R. che fu «quest’ultimo [Nietzsche, venendo dopo Dostoevskij] ad ammonirci che le risate del mercato alla notizia della morte di Dio attestavano un infantilismo fatuo e inconsapevole, che non ci saremmo liberati del vecchio ordine cosmico per danzare liberi e ringiovaniti come sperava, ma che saremmo potuti cadere ai piedi di nuovi idoli sanguinari, nuove menzogne e mutilazioni». Ora, non c’è lettore di quel famoso aforisma nietzschiano che non sappia che dopo quell’annuncio dell’uomo folle i mercanti tacciono, anzi, ammutoliscono: essi «tacevano e lo guardavano stupiti» (Gaia scienza, Milano, Adelphi, 1977, p. 163). Questa afasia e questo stupore hanno il loro peso: «Vengo troppo presto» (ibid.), dice l’uomo folle, «Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino – non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini» (pp. 163-164). Le risate semmai, e le battute, il sarcasmo, stanno all’inizio, nel momento dell’irruzione dell’uomo, allorché esclama ripetutamente: «Cerco Dio! Cerco Dio!» (p. 162). Parrebbe dunque, per tornare al nostro commentatore, che egli fraintenda Nietzsche, che non lo capisca, che prenda un fischio per un fiasco. E tuttavia… e tuttavia Tim Willock, citato all’inizio, racconta la favola brutta dell’opulenza degli occidentali pieni di cose e, conseguentemente, di nevrosi; racconta delle vite vuote. Che c’entra con Nietzsche e con l’annuncio dell’uomo folle? Niente. Niente a meno che non si faccia finta di credere che i mercanti siano davvero i mercanti, che il mercato sia davvero il mercato e che, insomma, ci troviamo a Wall Street o in un grande magazzino pieno di consumer(s). Se è bensì vero che – lo dice Nietzsche – è al mercato che si trovano «raccolti molti di coloro che non [credono] in Dio» (ibid.), è vero anche che con quella scenetta egli stigmatizzava un ateismo volgare (nessuna allusione a Lubac), poco meditato: l’ateismo di certa filosofia. A R. – questo è il punto – interessa tramutare Nietzsche in un profeta e in un moralista (e cioè non gliene importa affatto di quello che dice Nietzsche): le risate vengono dopo perché stanno per la scempiata serendipity del consumatore nel centro commerciale o per la meschina frivolezza della sua esistenza; e (interessa) insinuare che fra gli idoli-merce c’è sempre un posticino, magari in campagna, per il buon vecchio Dio. (Volete ritrovarlo? Leggete, afferma R., La memoria di Old Jack di Wendell Berry o Le cure domestiche di Marilynne Robinson). Bene, tornando agli incidenti con le citazioni, non trarrò io le conclusioni…