giovedì 1 dicembre 2016

«Cassola… lei va al cinema?»

La ‘definizione’ di Carlo Cassola proposta da un giornale svizzero all’inizio del 1977 e in cui Carlo Cassola si riconobbe solo a metà, come dichiarò al «Corriere» il 30 agosto del medesimo anno, diede agio a Giovanni Antonazzi di chiosare il mese successivo su «L’osservatore della domenica» e di chiudere with a bang (scrivo così solo per irritare quelli della Crusca): «Un cristianesimo autentico e autenticamente vissuto, la sola e la vera ‘rivoluzione culturale’ capace di salvare gli individui e un mondo che si lascia andare alla deriva» (Fogli sparsi raccolti per il sabato sera, Roma, Storia e letteratura, 2000, vol. 2, p. 159). (Non è curioso che fogli della domenica siano confluiti in una raccolta per il sabato?). Credo si sappia che da quel lontano 1977 la fonda deriva geologica non s’è – Deo gratias – compiuta; e che l’equipaggio mobile lassù, sopra la crosta, si salva e si danna ogni cinque minuti inalberando vele o bandiere ideologiche ‘autentiche’. (Il nihilismo è forse oggi nozione inutilizzabile: mero insulto, diffamazione).
Non perdiamo tempo. Di Cassola, la «Libera stampa», giornale socialista di Lugano – e, forse per questo, un non meglio precisato «giornale svizzero» per Antonazzi – disse che era un «illuminista cristiano». Se vogliamo è un ossimoro, o come tale varrebbe la pena di valutarlo, ma Cassola lo respinse riconoscendosi solo nell’‘illuminista’. Pedante(sca)mente, Antonazzi rimarcava che l’illuminismo ha «un senso preciso»: e cioè «l’esaltazione dell’uomo raggiunta attraverso la cultura e solo attraverso la cultura, in piena autonomia dalla metafisica e dalla fede» (ibid.); tuttavia ci azzeccava su certo candore cassoliano, vagamente insopportabile. Che la ‘salvezza’ stia nella cultura è opinabilissimo; ed è vero che chi voglia sostenerlo (ci) appare assai candido. Ma eziandio non è tale (candido), giacché è esattamente il contrario, chi voglia sostenere che «due secoli di ‘rivoluzioni culturali’, che hanno la loro matrice nell’illuminismo», ci hanno condotto «al punto che sappiamo» (ibid.): e cioè a un mezzo (o completo) disastro. E questo è Antonazzi.
«Cassola… lei va al cinema?» domandava Beniamino Placido a un Cassola che pare seduto sui chiodi, in una vecchia trasmissione Tv. Rispondeva lui, candidamente: «Io vivo attualmente a Marina di Castagneto in provincia di Livorno, che è un posto assolutamente solitario, fuori stagione». La vexata quæstio è oggi una cosa – mi si perdonerà questa parola rozza – che fa ridere: è il cinema catastrofista di quegli anni. «È un fenomeno che non mi va affatto – chiosa Cassola – perché io penso che in questo modo la gente esorcizza i propri terrori… E cioè di una cosa seria, che dovrebbe essere una cosa seria, la cosa più seria che ci sia, ne fa invece un motivo di esorcismo, di tranquillità e di divertimento». Ora, la cosa seria di cui parla Cassola è senz’altro «la fine del mondo». L’illuminismo catastrofico di Cassola, nei decenni della paura atomica, della guerra atomica, incrociava così la visione escatologica di Antonazzi. «La fine del mondo è sicura», chiude Cassola: ma così chiuderebbe pure Antonazzi. (Con quel tale, Richard Pells: «Our world may end with a bang, not with a whimper»). 
Con ciò, sia chiaro, non ho minimamente parlato del Cassola narratore. Ma mi pare evidente.