lunedì 19 dicembre 2016

Donare

Scrive Antonio Pascale: «Ho un ricordo netto: sono nell’androne dell’asilo, aspetto che mi vengano a prendere e un bambino vicino a me piange disperato. Io gli dono una caramella. Chi me l’ha detto di fare così? Il dono quindi potrebbe inserirsi in un processo più ampio, una sorta di gioco relazionale collettivo. Se l’atto del donare piace è perché il donare per noi ha una funzione, quindi, in contrasto con la retorica della gratuità del dono, il donare serve prima di tutto agli interessi di chi dona».
All’asilo Antonio Pascale non aveva quell’aria sciupata che ha oggi; era paffuto e roseo, e non si domandava chi glielo avesse detto di (insegnato a) chetare il compagnuccio piagnucoloso con uno zuccherino: sapeva bene che a insegnarglielo era stata la mamma. Era, questo insegnamento, una preparazione al gioco relazionale collettivo? E, soprattutto, cos’è un gioco relazionale collettivo? Si avvicina Natale e penso alla tombola. Dare i numeri ma anche donare i numeri: nei lunghi pomeriggi festivi natalizi, tutto molto ovvio.
Se donare piace… Piace? Questo non era chiaro (edonismo del dono?) ma d’accordo: se donare piace è perché ha una funzione, adempie a un compito: serve gli interessi del donatore. Do ut des? In certo senso, se introduciamo la psicologia: i compensi fatti di gratificazioni, piaceri, appagamenti. La psicologia confuta la retorica (pseudo-teologica?) della gratuità del dono.
Né il do ut des né la gratuità, riguardo al dono, mi convincono. Donare è mettere nelle mani altrui, è dare. Le ragioni vengon prima (o dopo se si tratta di analizzarne la nozione). In ogni caso c’è anche il dono assolutamente gratuito: per esempio se do i numeri… 
(Non mi piace la lettura che Pascale fa del Simposio di Platone; non mi piace per niente; né mi piace la moquerie con cui si congeda dal testo ciarlando di peli).