lunedì 5 dicembre 2016

Scanzi vs Murgia

Nella polemica innescata dalla stroncatura televisiva di Michela Murgia al romanzo di Andrea Scanzi (I migliori di noi, Milano, Rizzoli, 2016) è intervenuta ieri Loredana Lipperini ponendo un quesito. Il quesito è: «Come mai non si tollera più la stroncatura?»: ciò che implica che un tempo la si tollerasse. È così? Per restare alla scena italiana anche solo di qualche decennio fa (ricordo però alcune pagine di Virginia Woolf sull’argomento, pagine molto significative), un gruppo di articoli manganelliani, risalenti al 1989, e apparsi su «Panorama», dà prova di certa turbolenza dell’ambiente letterario anche allora. (Ma è pensabile un ambiente letterario senza queste turbolenze?). Anzi, fu forse allora – ed è quanto ricavo dagli articoli di Manganelli raccolti nella sezione ‘Recensire’ di Il rumore sottile della prosa (Milano, Adelphi, 1994) – che furono nuovamente dibattute talune annose questioni ‘teoriche’ sull’ufficio del recensore (Eco, Placido, Almansi, Cherchi sono alcuni dei nomi che ricorrono), con le ovvie e auspicabili divergenze di vedute. Ci torno brevemente più sotto. Manganelli (con Eco) raccomanda al recensito il fair play o, più semplicemente, la buona educazione; e si spinge a dissuadere il recensito dai ringraziamenti nel caso di recensioni ‘favorevoli’; ma ‘censura’ anche gli interventi polemici degli scrittori nel caso di recensioni ‘sbagliate’: e cioè di recensioni in cui l’estensore è incorso in errori di fatto, dando prova di letture in diagonale (cfr. p. 129).
Dietro le polemiche ci stanno idee dissonanti sulla letteratura, sulla critica e sull’arte del recensire; ci stanno i temperamenti personali. Per limitarci alla recensione: ci sono criteri oggettivi che ci guidino nella stesura della recensione onesta o seria? E sono sufficienti i due requisiti indicati da Grazia Cherchi: un riassunto della trama e una citazione testuale? Sono alcune delle domande che si pone Manganelli. Al quale bisogna riconoscere di aver individuato il limite di questi argomenti. Infatti, dice, «leggere è un atto squisitamente passionale» (p. 128). Ovviamente per chi nutre una simile passione. E allora il lettore ‘autentico’ amerà o desterà, sempre e in un modo o nell’altro, ciò che legge; oppure ciò che legge gli risulterà affatto indifferente. Nemmeno in quest’ultimo caso, va da sé, avremo una recensione ‘onesta’. Ma io pongo un’altra domanda: l’obiettività ci salva? E cioè (riformulo): da cosa ci salverebbe l’outillage (applicato) del critico? Dalla contaminazione del gusto personale? Dalle querele degli scrittori? Insomma, sappiamo bene che un sapere impermeabile alla ‘autobiografia’ (e a faccende umane ed anche troppo umane) è una chimera forse nemmeno troppo auspicabile. Tanto più chimerica è questa idea di obiettività in un campo – quello della critica letteraria, della letteratura, dell’estetica – tanto eterogeneo e creativo.
Ritorno un momento all’opportunità – mi verrebbe da dire alla bellezza – del galateo nel ménage letterario, per notare che ci si salvaguarda (si salvaguarda il proprio benessere) dalla stroncatura fuori dalla letteratura. Ciò che non è assolutamente scontato.