martedì 23 maggio 2017

Accidenti (!)

Illustrazione di Gerhard Glück
Tuttora qui, sulle rive del Verbano, si muore annegati. A raccontarlo, i giornali, le cronache locali: «Era un bravo ragazzo, cercava lavoro ed è annegato alla foce del Vevera, nei pressi di Arona. Veniva dalla Costa d’Avorio»; «Nel primo pomeriggio, dalle parti di Germignaga, ha preso un bagno ed è affogato. Un bagnante si è tuffato in acqua per soccorrerlo rischiando pure lui di annegare». (Zia Cristina, quand’ero piccino, mi raccontava una storia sulla moglie del Bey: una donna bellissima che, a vederla camminare, pareva infelice. Poi questa donna bellissima non la si vide più camminare e qualcuno se ne venne fuori così: «Ha preso un bagno che le servirà sino al giorno del giudizio finale». Detto altrimenti: il Bey l’aveva fatta annegare). Le semantiche descrittive (l’espressione non è mia) dei giornali insistono sui dettagli (non sempre trascurabili); e se vi insistono è perché non hanno troppe parole per (de)scrivere l’accidente, l’incidente. D’altra parte l’incidente, per così dire, non può che essere segnato a dito: «Tizio è annegato» dice già tutto. 
La brachilogia, in questi casi, è forse auspicabile? Lavoriamo per regalare l’eternità agli uomini – è la promessa della tecnica – ma potremo mai scongiurare l’incidente? La risposta a quest’ultima domanda mi interessa sì e no. Inoltre l’ho collocata, la domanda, in un punto sbagliato del mio propos.
Nella vita di un uomo, l’incidente – la fatalità mortale – non è conclusione ‘appropriata’. Ovviamente è una sciocchezza e tuttavia… Tuttavia la pena capitale è un compimento terribile eppure perfettamente ‘ragionevole’. Che a raccontarlo sia il cronista o il condannato stesso. (In quest’ultimo caso, poiché nessuno può dire la propria morte, sarà il condannato stesso a interrompersi su una parola, su una frase ‘incoativa’ del morire. Per il condamné di Hugo sarà, quattro ore prima dell’esecuzione: «Ah! les misérables! il me semble qu’on monte l’escalier…»). Anche la malattia rende perfettamente ‘ragionevole’ la vita e la morte di un uomo. Nel suo libro meno famoso, Naissance de la clinique, Foucault rimarcava il gusto del morboso nel XIX secolo: «Le Morbide autorise une perception subtile de la manière dont la vie trouve dans la mort sa figure la plus différenciée. Le morbide, c’est la forme raréfiée de la vie; en ce sens que l’existence s’épuise, s’exténue dans le vide de la mort [Il morboso autorizza una percezione sottile della maniera in cui la vita trova nella morte la propria figura più differenziata. Il morboso è la forma rarefatta della vita, nel senso che l’esistenza si spossa, si estenua nel vuoto della morte]». E poco prima: «La maladie perd son vieux statut d’accident pour entrer dans la dimension intérieure, constante et mobile du rapport de la vie à la mort [La malattia perde il suo vecchio statuto di accidente per entrare nella dimensione costante e mobile del rapporto della vita con la morte]». Riecco l’accidente. La morte per malattia, dice Foucault, non è un accidente; la malattia è una storia. (Léautaud, al capezzale del padre morente, è certo che di quella morte ne farà un libro).
Rimediare (al)la morte: a ciò aspirano le leggi civili degli uomini (che escludano la pena capitale o contrastino l’assassinio); a ciò aspira la tecnica (che promette l’immortalità); (e a ciò aspira la letteratura, che se non è pace con la vita e con la morte è almeno un armistizio). Però che cosa possono questi ‘discorsi’ contro l’accidente? Forse l’incidente fatale resterà irrimediabile. E ‘irragionevole’. Alla ‘ragionevolezza’ della pena capitale e della malattia possiamo ‘opporre’ la ragione delle leggi civili, del nostro sapere, ma alla fatalità no. A meno che… 
Il vecchio ordine ontoteologico – una vecchia maniera di ragionare – trova ‘ragionevole’ anche l’incidente. Giovanni Giuseppe Vagliano racconta la vita del beato Alberto Besozzi in un libro il cui titolo vi lascio indovinare. «Gli effetti della grazia del Cielo – principia – sono tutti prodigj». E così vediamo il beato Alberto Besozzi, ancora molto lontano dalla beatitudine, ancora molto compromesso col secolo e vittima delle sue lusinghe, delle sue superbie, imbarcarsi su un piccolo legno, attraversare il Verbano, finire nel mezzo di una tempesta, naufragare, restare aggrappato al relitto, salire, nel su e giù delle onde, fino alle stelle e scendere, nel medesimo su e giù, fino all’inferno. Scrive Vagliano: «Dio amorosamente accarezzandolo il pone in braccio alla morte, del tempo, che lo salva dall’eterna». Alberto ritrova Dio e proprio per questo si salva, benché i compagni suoi, incolpevoli, anneghino tutti quanti. Ma che altro sono le pagine di Vagliano se non la fantasiosissima cronaca di un accidente ‘ragionevole’?

mercoledì 17 maggio 2017

Le scimmie urlatrici o la questione delle migrazioni

Comparate alle altre scimmie antropoidi, le scimmie urlatrici (alouatte) conservano parecchi caratteri arcaici, come il cranio piccolo, dolicocefalo: caratteristica, quest’ultima, su cui ha insistito l’antropologia ‘ariana’ nella prima metà del XX secolo… Sto traducendovi qui un passaggio di Pascal Picq – paleoantropòlogo con un curriculum di tutto rispetto in Francia, e studi e articoli scientifici attorno alla seguente questione non esattamente marginale: Qu’est-ce que l’humain? –, un passaggio che traggo da un libro dal titolo intrigante: Qui va prendre le pouvoir? Les grands singes, les hommes politiques ou les robots (Jacob, 2017, pp. 366, € 22,90). Prosegue Picq: losso joide, in queste scimmie urlatrici, l’osso che noi chiamiamo comunemente pomo d’Adamo, quest’osso, insomma, è sviluppatissimo, enorme, assolutamente enorme, «somiglia a un cuore racchiudente una cassa che amplifica il suono». Ciò permette alle urlatrici «di cacciare grandi urla per marcare il territorio, di segnalare la propria presenza agli altri membri del gruppo e anche di riaffermare la propria posizione sociale». Avete mai adocchiato una scimmia urlatrice cacciare grida? Quando l’urlatrice urla, tutto il suo corpo si contrae e si predispone: «[l’urlatrice] spinge la laringe in avanti, solleva la testa, ciò che permette di verificare che le sue froge sono dilatate, il che le dona l’aspetto di un dominatore». È, chiosa Picq, «l’equivalente etologico presso l’uomo del ‘coup de menton’».
So già cosa vi immaginate: il coup de menton è dell’oratore (tristo duce al balcone, azzimato politicante da strapazzo alla tivì); l’urlo, poi, è del politico (populista, esemplare della politique politicienne o di quello che volete). E invece qui l’urlatrice viene tirata in ballo, da Picq, perché tocca nientepopodimeno che «la questione delle migrazioni». Fino a trenta milioni di anni fa – fino a poco fa, dunque –, nel Sud America, niente mammiferi placentari; almeno nessun fossile ne testimonia la presenza. Le urlatrici vi sono giunte in barca o, per meglio dire, in zattera: zattere naturali, isolotti composti di tronchi e rami intrecciati come se ne vedono, dice Picq, alla foce dei grandi fiumi africani. In un èra in cui l’Atlantico non aveva l’ampiezza delle loro froge, le urlatrici passarono nel Sud America: tutto uno spaziare dall’Argentina al Messico, senza disdegnare habitat alcuno: foreste tropicali, savane arboree, coste marine, montagne. Una capacità di adattamento sorprendente e che non fa temere la loro inclusione della lista rossa dell’ IUCN. All’opposto, le effusissime urlatrici sono «ferocemente intolleranti delle incursioni straniere». Benché, chiosa Picq, «non le si possa rimproverare per aver dimenticato le lontane origini migratorie, non è un comportamento propizio alla pace fra le fronde degli alberi». Già, non si tratta di rimproverarle, ma, per esempio, di ammettere che «una specie o un sistema ecologico che si isola annuncia il proprio declino». Insomma la giusta distanza tra l’antropomorfismo e l’anthropodéni (un concetto, credo, inventato da Frans De Waal su cui non dirò nulla). Ah, non ci sono che due specie di animali politici in natura: gli scimpanzé e gli uomini.

domenica 14 maggio 2017

Nell’epoca della rating economy

Foto: Joel Meyerowitz
Parlerò di consumismo, consommation, consumerism (non attendetevi qualche cosa dagli equivalenti nelle altre lingue). Parecchi anni fa, quando non avevo ancora la cattiva abitudine di intrufolarmi nei (contenuti dei) miei scritti, abbozzai un discorso sul consumismo. Un primo paragrafetto lo intitolai Consumismo made in Taiwan prendendo spunto da un articolo/contributo intitolato Consommation et société: l’enrichissement matériel comme fin en soi? (in Catherine Paix and Chantal Zheng a cura di, Taiwan: enquête sur une identité, Paris, Karthala, 2000, pp. 244 sgg.) di un tale di nome Gilles Guiheux. Guiheux in quel suo articolo/contributo schizzava una breve apologia (?) del consumismo taiwanese (ante 2000). Detto consumismo, diceva Guiheux, s’era mostrato capace di coniugare identità e consumo, crescita culturale e crescita economica. Persino (quel persino fa ridere!) le istituzioni religiose avevano saputo trarne profitto e un inedito e vantaggioso matrimonio tra consumismo e buddismo s’era concluso. Per esempio, registrava Guiheux, la maggiore organizzazione di carità dell’isola, la Fondation Tzu Chi, diretta da una suora di nome Cheng-yen (cercatela in rete! è un’arzilla signora di ottant’anni), aveva concluso un accordo con la China Trust Commercial Bank allo scopo di profittare dei pagamenti elettronici. La banca (sto traducendo) fornisce ai suoi clienti una carta di credito speciale chiamata lotus; tutti gli acquisti regolati con questa carta prevedono un prelievo del 3% sul valore dell’acquisto che viene versato alla sunnominata fondazione. La faccenda era divertente ma non mi pareva ci si dovesse spellare le mani con gli applausi. D’altra parte il buddismo tradizionale, fatto di meditazione, di elemosina, mi pareva più adatto a riscuotere le simpatie delle anime sensibili, degli esseri spirituali e di tutti gli altri sconsiderati.
Giunto qui, ma la facevo più breve, evidenziavo ancora il contrasto con l’interminabile litania che in Occidente condanna la società del benessere come edonista, egoista, conformista, nichilista. E menzionavo tale Gerrad Winstanley che, invece, nel secolo XVII, dunque poco tempo fa, suggeriva al pensiero utopistico i correttivi ‘comunistici’, gli anacronistici ritorni al baratto, finalizzati alla prosperità collettiva, al conseguimento del piacere (gioja) dell’abbondanza, del vivere agiatamente. Dai tempi di Winstanley ai nostri, insinuavo, qualcosa era (è) andato storto. Di là dalla distribuzione delle ricchezze, l’abbondanza di beni materiali è ancora una benedizione? Ecco una domanda (assai poco originale) che mi ponevo. Ma innanzitutto: ciò che di storto c’era (c’è) nel caso non era (è) (anche) l’effetto di una postura e di uno sguardo moralistici? Le condanne, va detto, provengono sempre dai chierici: siano essi effettivamente chierici o soltanto intellettuali. C’era, per esempio (e l’esempio concerne gli intellettuali), il caso della Tredicesima Triennale di Milano, consacrata al tempo libero, nel lontano 1964. Così John Foot in un libro che gli amici milanesi farebbero bene a leggere (se non altro per prodigarmi un parere): «Per la maggior parte degli intellettuali italiani degli anni sessanta […] l’avvento del consumismo rappresentò un processo devastante che la ‘gente’ avrebbe ingoiato in modo passivo e acritico» (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 47). Le stesse ragioni, mi piace ricordarlo, facevano dire a Ennio Flaiano, peraltro convinto del fatto che «la rivoluzione contro la società dei consumi» sarebbe fallita, che rinunciava volentieri al frigorifero (Diario degli errori, Adelphi, Milano, 2008, p. 161): cosa che, credo, non fece mai. Che accadde alla Tredicesima Triennale? Accadde che i curatori della sezione introduttiva, Umberto Eco e Vittorio Gregotti, giocarono un tiro mancino ai visitatori. I quali, difatti, invitati a inserire i propri dati personali in apparecchi a forma di jukebox che avrebbero dovuto restituire il loro profilo di consumatore, ricevevano rapporti sfornati casualmente. Secondo i due curatori ciò dimostrava quanto fallace fosse la credenza «che, nella nostra condizione attuale, sia possibile fare libere scelte riguardo l’uso del nostro tempo libero». Lo scopo pedagogico (terapeutico) non veniva nascosto. Concludevano, infatti, i curatori: «Si suppone che poi il visitatore possa responsabilmente compiere il resto della sua vita, dopo aver chiarito alcuni malintesi, giudicando autonomamente sulle varie proposte» (dall’opuscolo che accompagnava la Tredicesima Triennale di Milano 1964, p. 14, cit. in J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 48). Beata ingenuità!
Ma sopra ho detto moralismo. E, in effetti, qui si suppone che l’uomo, l’uomo ordinario, il consumatore, sia bisognoso di una tutela che spetta a una élite carismatica (clericale o intellettuale) esercitare. È, perdonate l’ellissi, il nodo irrisolto di consumismo e nichilismo a ritradursi in moralismo. Il consumismo sarebbe il sistema che l’uomo moderno (o postmoderno) adotta perché non ha saputo (non è stato in grado di) realizzare (o riconoscere) la propria mèta spirituale: sia questa la salus animae o la realizzazione dell’uomo integrale (magari dell’homo maximus). Si rimprovera agli uomini del nostro tempo la preferenza a obbedire al principio della soddisfazione (immediata) invece che a un telos (morale) sovraordinato. Di qui, da questa strettezza, l’occorrenza della tutela ecc. Bene, questo era grosso modo tutto quello che avevo dire e qui, difatti, al terzo paragrafetto, mi interrompevo. Gli è che sia i chierici (intellettuali) sia i laici (consumatori) mi stavano sulle scatole: ma questo non mi pareva carino dirlo (nessuna irruzione di sentimenti m’era concessa). D’altra parte, aggiungevo da ultimo e in fretta, è inutile farsi illusioni: la democrazia, per dirla con il mio vecchio amico Alfredo Marini, cammina sulle gambe della medietà ecc. ecc.
Oggi leggo su un quotidiano che leggo sempre di meno, «Il Foglio», che viviamo (in) una rating economy dove (cioè) «tutti valutano tutti». Michele Masneri, l’autore del gradevole articolo (lo trovate qui: https://goo.gl/AdYcyv), parla di Uber, di Uber che da qualche giorno ha reso noti i rating dei suoi utenti. Ecco, la rating economy, espressione che prendo lato sensu, mi pare la soluzione insperata per rimettere le cose al posto: e cioè per punire i chierici e i laici, punirli della loro ὕβϱις o della loro antipatia; giacché, come diceva Bentham, in un passaggio cruciale ma non troppo del suo Offences Against One’s Self, «every man […] would be in the right to punish every man upon no better reason». Cosa intendo? Intendo che un mondo dove la colf valuta il datore di lavoro, il barista l’avventore del bar, l’utente di Facebook l’ultimo libro di Baricco o l’ultima sparata di Debora Serrachiani, Freddy Chuchuca i buchi neri di Stephen Hawking, un mondo dove i punteggi si riverberano sui negozi, sui servizî, sulle prestazioni (i peggiori staranno coi peggiori, gli antipatici con gli antipatici) è un mondo più democratico, upon popular principles diceva Bentham (ma vi prego di non prendermi troppo sul serio). Masneri conferma: «Il concetto di rating però sta pericolosamente diventando democratico, erodendo il concetto del ‘cliente ha sempre ragione’». Certo, prima o poi intoneremo un epicedio alle élite… ma chi se ne importa!

giovedì 4 maggio 2017

Possibilità, possibilitazioni, le protesi tecnologiche e i maiali di Lutero

L'immagine è di Thomas Bossard
Mi sono distratto un momento – giusto cinque o sei mesi – e ho perduto di vista Fabrice Hadjadj; Hadjadj che considerò un po’ un vecchio amico e un vecchio compagno di scuola (avendo, lui e io, la medesima età). Hadjadj adesso canta e suona la chitarra; scrive canzoni. La chitarra, si dice, ha forma di donna. In una foto vediamo Hadjadj strimpellare le corde e un bambino sulle sue ginocchia appoggiare il mento sulla curva dello strumento: l’immagine della perfetta famiglia… cattolica. Titolo dell’album: Nos vies quotidiennes. E anche qui… Che dicevo più? Che l’ho perduto di vista. E così mi sono scordato innanzitutto di come si scrive il suo nome (ma è un problema mio, di disgrafia); e poi di rettificare un dubbio. Si può rettificare un dubbio? Be’, forse volgendolo in certezza o levandolo di mezzo. Hadjadj è rimasto ad «Avvenire» a curarsi della sua rubrica ‘Ultime notizie dall’uomo’. Il dubbio concerneva la prosecuzione della collaborazione. Ma chi se ne importa! Ciò valga come premessa a quanto segue.
E ciò che segue è conseguente. Avendolo perduto di vista, Hadjadj, mi sono scordato un po’ del suo stile, del suo procedimento. Parlo degli articoli di giornale, di rivista. Ora non ho alcuna voglia di verificare e anzi mi pongo una domanda: principia sempre con queste belle citazioni? Qui, in questo articoletto intitolato ‘Le champ des possibles su «Limite» (https://goo.gl/eiZ8d8) e ‘Il coraggio di dover prendere una decisione’ su «Avvenire» (che barba questi di «Avvenire»!)(https://goo.gl/kmXcQ9), c’è Kierkegaard, quello di Il concetto di angoscia (questo ve lo dico io): «La possibilità è la più pesante delle categorie»; Menelao: «Della necessità forza maggior non c’è» (nella traduzione di Ettore Romagnoli; ma in francese Ménélas dice più sobriamente: «Rien n’est plus fort que la nécessité»); e poi uno slogan buffo di Nicolas Sarkozy: «Ensemble tout devient possible» (ed è questo il problema, accenna Hadjadj).
Questo va ripetuto fuori di parentesi: ciò che diventa possibile, ciò che è possibile, da soli o in compagnia è precisamente il problema giacché comporta assunzione di responsabilità. Se chiudesse qui Hadjadj meriterebbe una pacca sulla spalla in segno di approvazione (sempre che si diano per quello). E invece va avanti e si complica assai la vita; e la mano che già calava sulla sua scapola resta a mezzaria. Scrive: «Pour aller plus avant dans cette réflexion, il convient d’opérer une distinction entre deux genres de possible: le possible comme potentialité (ou puissance) et le possible comme possibilisation (ou adjonction)» Tradotto: «Per fare un passo avanti in questa riflessione, conviene operare una distinzione tra due generi di possibili: il possibile come potenzialità, o potere, e il possibile come ‘possibilitazione’ (o aggiunta)».
Possibilitazione non è un’acrobazia del traduttore italiano. Massimo Bruscaglioni, psicologo, ne parlava una decina di anni fa: «Alla lettera ‘possibilitazione’ significa apertura di una nuova possibilità positiva, che la persona apre dentro di sé arrivando fino alla sua iniziale sperimentazione operativa» (‘Possibilitazione’, un nuovo concetto (in italiano) che apre molte strade, in «FOR Rivista per la formazione», 81, 2009, p. 107). Non è una definizione elegante ma non importa. Completa quella di Hadjaj: la possibilitazione come aggiunta; e, bisogna aggiungere, non come mera aggiunta ma come aggiunta posticcia, plaquée.
Bene, vorrei chiudere rapidamente. Il nocciolo della faccenda è questo (per Hadjadj): il possibile come potenzialità e potere sta nella natura; la possibilizzazione come virtualità sta nella tecnologia; e se il possibile nella natura è potenzialità e potere, quello della tecnologia è senza potenzialità e senza potere. Con un’aggravante: i gadget elettronici, lo smartphone le App ci distolgono dalle nostre potenzialità naturali, ci rincoglioniscono.
Certo, non me la sento di dare proprio torto ad Hadjadj; specie se penso ai nostri figlioli, ai nostri padri e madri, a noi stessi medesimi, con il telefonino in mano. Tuttavia, mi vien da aggiungere, questi figlioli e padri e compagnia bella avrebbero ingannato il tempo che li separa dalla morte comunque e avec passion et frivolité anche senza protesi tecnologiche. E poi… e poi, quella dicotomia è campata per aria. Ancora una cosa: possibilisation, in francese, è parola introdotta da Jean-Paul Sarte; scrive Sartre: «Le Futur n’est pas, il se possibilise. Le Futur est la possibilisation continuelle des Possibles comme le sens du Pour-soi présent, en tant que ce sens est problématique et qu’il échappe radicalement comme tel au Pour-soi présent» (Être et Néant, Paris, Gallimard, 1943, p.174).

Poscritto. Quando tra il 1527 e il 1529 Lutero visitò, per conto del principe di Sassonia, le chiese della Sassonia elettorale, rimase assai sconvolto da ciò che adocchiò. «Vivono – ebbe a scrivere – come il buon bestiame e i porci irragionevoli»… Né la natura né la tecnica (dell’uomo) vanno bene; va bene solo ciò che stabilisce il buon Dio (secondo natura) per l’uomo. Questa è la morale della favola. Hadjadj sa bene quella nozione possibilisation viene da Sarte, ma ha bisogno di ridurla, di ridurne l’estensione semantica.