mercoledì 17 maggio 2017

Le scimmie urlatrici o la questione delle migrazioni

Comparate alle altre scimmie antropoidi, le scimmie urlatrici (alouatte) conservano parecchi caratteri arcaici, come il cranio piccolo, dolicocefalo: caratteristica, quest’ultima, su cui ha insistito l’antropologia ‘ariana’ nella prima metà del XX secolo… Sto traducendovi qui un passaggio di Pascal Picq – paleoantropòlogo con un curriculum di tutto rispetto in Francia, e studi e articoli scientifici attorno alla seguente questione non esattamente marginale: Qu’est-ce que l’humain? –, un passaggio che traggo da un libro dal titolo intrigante: Qui va prendre le pouvoir? Les grands singes, les hommes politiques ou les robots (Jacob, 2017, pp. 366, € 22,90). Prosegue Picq: losso joide, in queste scimmie urlatrici, l’osso che noi chiamiamo comunemente pomo d’Adamo, quest’osso, insomma, è sviluppatissimo, enorme, assolutamente enorme, «somiglia a un cuore racchiudente una cassa che amplifica il suono». Ciò permette alle urlatrici «di cacciare grandi urla per marcare il territorio, di segnalare la propria presenza agli altri membri del gruppo e anche di riaffermare la propria posizione sociale». Avete mai adocchiato una scimmia urlatrice cacciare grida? Quando l’urlatrice urla, tutto il suo corpo si contrae e si predispone: «[l’urlatrice] spinge la laringe in avanti, solleva la testa, ciò che permette di verificare che le sue froge sono dilatate, il che le dona l’aspetto di un dominatore». È, chiosa Picq, «l’equivalente etologico presso l’uomo del ‘coup de menton’».
So già cosa vi immaginate: il coup de menton è dell’oratore (tristo duce al balcone, azzimato politicante da strapazzo alla tivì); l’urlo, poi, è del politico (populista, esemplare della politique politicienne o di quello che volete). E invece qui l’urlatrice viene tirata in ballo, da Picq, perché tocca nientepopodimeno che «la questione delle migrazioni». Fino a trenta milioni di anni fa – fino a poco fa, dunque –, nel Sud America, niente mammiferi placentari; almeno nessun fossile ne testimonia la presenza. Le urlatrici vi sono giunte in barca o, per meglio dire, in zattera: zattere naturali, isolotti composti di tronchi e rami intrecciati come se ne vedono, dice Picq, alla foce dei grandi fiumi africani. In un èra in cui l’Atlantico non aveva l’ampiezza delle loro froge, le urlatrici passarono nel Sud America: tutto uno spaziare dall’Argentina al Messico, senza disdegnare habitat alcuno: foreste tropicali, savane arboree, coste marine, montagne. Una capacità di adattamento sorprendente e che non fa temere la loro inclusione della lista rossa dell’ IUCN. All’opposto, le effusissime urlatrici sono «ferocemente intolleranti delle incursioni straniere». Benché, chiosa Picq, «non le si possa rimproverare per aver dimenticato le lontane origini migratorie, non è un comportamento propizio alla pace fra le fronde degli alberi». Già, non si tratta di rimproverarle, ma, per esempio, di ammettere che «una specie o un sistema ecologico che si isola annuncia il proprio declino». Insomma la giusta distanza tra l’antropomorfismo e l’anthropodéni (un concetto, credo, inventato da Frans De Waal su cui non dirò nulla). Ah, non ci sono che due specie di animali politici in natura: gli scimpanzé e gli uomini.