domenica 14 maggio 2017

Nell’epoca della rating economy

Foto: Joel Meyerowitz
Parlerò di consumismo, consommation, consumerism (non attendetevi qualche cosa dagli equivalenti nelle altre lingue). Parecchi anni fa, quando non avevo ancora la cattiva abitudine di intrufolarmi nei (contenuti dei) miei scritti, abbozzai un discorso sul consumismo. Un primo paragrafetto lo intitolai Consumismo made in Taiwan prendendo spunto da un articolo/contributo intitolato Consommation et société: l’enrichissement matériel comme fin en soi? (in Catherine Paix and Chantal Zheng a cura di, Taiwan: enquête sur une identité, Paris, Karthala, 2000, pp. 244 sgg.) di un tale di nome Gilles Guiheux. Guiheux in quel suo articolo/contributo schizzava una breve apologia (?) del consumismo taiwanese (ante 2000). Detto consumismo, diceva Guiheux, s’era mostrato capace di coniugare identità e consumo, crescita culturale e crescita economica. Persino (quel persino fa ridere!) le istituzioni religiose avevano saputo trarne profitto e un inedito e vantaggioso matrimonio tra consumismo e buddismo s’era concluso. Per esempio, registrava Guiheux, la maggiore organizzazione di carità dell’isola, la Fondation Tzu Chi, diretta da una suora di nome Cheng-yen (cercatela in rete! è un’arzilla signora di ottant’anni), aveva concluso un accordo con la China Trust Commercial Bank allo scopo di profittare dei pagamenti elettronici. La banca (sto traducendo) fornisce ai suoi clienti una carta di credito speciale chiamata lotus; tutti gli acquisti regolati con questa carta prevedono un prelievo del 3% sul valore dell’acquisto che viene versato alla sunnominata fondazione. La faccenda era divertente ma non mi pareva ci si dovesse spellare le mani con gli applausi. D’altra parte il buddismo tradizionale, fatto di meditazione, di elemosina, mi pareva più adatto a riscuotere le simpatie delle anime sensibili, degli esseri spirituali e di tutti gli altri sconsiderati.
Giunto qui, ma la facevo più breve, evidenziavo ancora il contrasto con l’interminabile litania che in Occidente condanna la società del benessere come edonista, egoista, conformista, nichilista. E menzionavo tale Gerrad Winstanley che, invece, nel secolo XVII, dunque poco tempo fa, suggeriva al pensiero utopistico i correttivi ‘comunistici’, gli anacronistici ritorni al baratto, finalizzati alla prosperità collettiva, al conseguimento del piacere (gioja) dell’abbondanza, del vivere agiatamente. Dai tempi di Winstanley ai nostri, insinuavo, qualcosa era (è) andato storto. Di là dalla distribuzione delle ricchezze, l’abbondanza di beni materiali è ancora una benedizione? Ecco una domanda (assai poco originale) che mi ponevo. Ma innanzitutto: ciò che di storto c’era (c’è) nel caso non era (è) (anche) l’effetto di una postura e di uno sguardo moralistici? Le condanne, va detto, provengono sempre dai chierici: siano essi effettivamente chierici o soltanto intellettuali. C’era, per esempio (e l’esempio concerne gli intellettuali), il caso della Tredicesima Triennale di Milano, consacrata al tempo libero, nel lontano 1964. Così John Foot in un libro che gli amici milanesi farebbero bene a leggere (se non altro per prodigarmi un parere): «Per la maggior parte degli intellettuali italiani degli anni sessanta […] l’avvento del consumismo rappresentò un processo devastante che la ‘gente’ avrebbe ingoiato in modo passivo e acritico» (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 47). Le stesse ragioni, mi piace ricordarlo, facevano dire a Ennio Flaiano, peraltro convinto del fatto che «la rivoluzione contro la società dei consumi» sarebbe fallita, che rinunciava volentieri al frigorifero (Diario degli errori, Adelphi, Milano, 2008, p. 161): cosa che, credo, non fece mai. Che accadde alla Tredicesima Triennale? Accadde che i curatori della sezione introduttiva, Umberto Eco e Vittorio Gregotti, giocarono un tiro mancino ai visitatori. I quali, difatti, invitati a inserire i propri dati personali in apparecchi a forma di jukebox che avrebbero dovuto restituire il loro profilo di consumatore, ricevevano rapporti sfornati casualmente. Secondo i due curatori ciò dimostrava quanto fallace fosse la credenza «che, nella nostra condizione attuale, sia possibile fare libere scelte riguardo l’uso del nostro tempo libero». Lo scopo pedagogico (terapeutico) non veniva nascosto. Concludevano, infatti, i curatori: «Si suppone che poi il visitatore possa responsabilmente compiere il resto della sua vita, dopo aver chiarito alcuni malintesi, giudicando autonomamente sulle varie proposte» (dall’opuscolo che accompagnava la Tredicesima Triennale di Milano 1964, p. 14, cit. in J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 48). Beata ingenuità!
Ma sopra ho detto moralismo. E, in effetti, qui si suppone che l’uomo, l’uomo ordinario, il consumatore, sia bisognoso di una tutela che spetta a una élite carismatica (clericale o intellettuale) esercitare. È, perdonate l’ellissi, il nodo irrisolto di consumismo e nichilismo a ritradursi in moralismo. Il consumismo sarebbe il sistema che l’uomo moderno (o postmoderno) adotta perché non ha saputo (non è stato in grado di) realizzare (o riconoscere) la propria mèta spirituale: sia questa la salus animae o la realizzazione dell’uomo integrale (magari dell’homo maximus). Si rimprovera agli uomini del nostro tempo la preferenza a obbedire al principio della soddisfazione (immediata) invece che a un telos (morale) sovraordinato. Di qui, da questa strettezza, l’occorrenza della tutela ecc. Bene, questo era grosso modo tutto quello che avevo dire e qui, difatti, al terzo paragrafetto, mi interrompevo. Gli è che sia i chierici (intellettuali) sia i laici (consumatori) mi stavano sulle scatole: ma questo non mi pareva carino dirlo (nessuna irruzione di sentimenti m’era concessa). D’altra parte, aggiungevo da ultimo e in fretta, è inutile farsi illusioni: la democrazia, per dirla con il mio vecchio amico Alfredo Marini, cammina sulle gambe della medietà ecc. ecc.
Oggi leggo su un quotidiano che leggo sempre di meno, «Il Foglio», che viviamo (in) una rating economy dove (cioè) «tutti valutano tutti». Michele Masneri, l’autore del gradevole articolo (lo trovate qui: https://goo.gl/AdYcyv), parla di Uber, di Uber che da qualche giorno ha reso noti i rating dei suoi utenti. Ecco, la rating economy, espressione che prendo lato sensu, mi pare la soluzione insperata per rimettere le cose al posto: e cioè per punire i chierici e i laici, punirli della loro ὕβϱις o della loro antipatia; giacché, come diceva Bentham, in un passaggio cruciale ma non troppo del suo Offences Against One’s Self, «every man […] would be in the right to punish every man upon no better reason». Cosa intendo? Intendo che un mondo dove la colf valuta il datore di lavoro, il barista l’avventore del bar, l’utente di Facebook l’ultimo libro di Baricco o l’ultima sparata di Debora Serrachiani, Freddy Chuchuca i buchi neri di Stephen Hawking, un mondo dove i punteggi si riverberano sui negozi, sui servizî, sulle prestazioni (i peggiori staranno coi peggiori, gli antipatici con gli antipatici) è un mondo più democratico, upon popular principles diceva Bentham (ma vi prego di non prendermi troppo sul serio). Masneri conferma: «Il concetto di rating però sta pericolosamente diventando democratico, erodendo il concetto del ‘cliente ha sempre ragione’». Certo, prima o poi intoneremo un epicedio alle élite… ma chi se ne importa!