giovedì 4 maggio 2017

Possibilità, possibilitazioni, le protesi tecnologiche e i maiali di Lutero

L'immagine è di Thomas Bossard
Mi sono distratto un momento – giusto cinque o sei mesi – e ho perduto di vista Fabrice Hadjadj; Hadjadj che considerò un po’ un vecchio amico e un vecchio compagno di scuola (avendo, lui e io, la medesima età). Hadjadj adesso canta e suona la chitarra; scrive canzoni. La chitarra, si dice, ha forma di donna. In una foto vediamo Hadjadj strimpellare le corde e un bambino sulle sue ginocchia appoggiare il mento sulla curva dello strumento: l’immagine della perfetta famiglia… cattolica. Titolo dell’album: Nos vies quotidiennes. E anche qui… Che dicevo più? Che l’ho perduto di vista. E così mi sono scordato innanzitutto di come si scrive il suo nome (ma è un problema mio, di disgrafia); e poi di rettificare un dubbio. Si può rettificare un dubbio? Be’, forse volgendolo in certezza o levandolo di mezzo. Hadjadj è rimasto ad «Avvenire» a curarsi della sua rubrica ‘Ultime notizie dall’uomo’. Il dubbio concerneva la prosecuzione della collaborazione. Ma chi se ne importa! Ciò valga come premessa a quanto segue.
E ciò che segue è conseguente. Avendolo perduto di vista, Hadjadj, mi sono scordato un po’ del suo stile, del suo procedimento. Parlo degli articoli di giornale, di rivista. Ora non ho alcuna voglia di verificare e anzi mi pongo una domanda: principia sempre con queste belle citazioni? Qui, in questo articoletto intitolato ‘Le champ des possibles su «Limite» (https://goo.gl/eiZ8d8) e ‘Il coraggio di dover prendere una decisione’ su «Avvenire» (che barba questi di «Avvenire»!)(https://goo.gl/kmXcQ9), c’è Kierkegaard, quello di Il concetto di angoscia (questo ve lo dico io): «La possibilità è la più pesante delle categorie»; Menelao: «Della necessità forza maggior non c’è» (nella traduzione di Ettore Romagnoli; ma in francese Ménélas dice più sobriamente: «Rien n’est plus fort que la nécessité»); e poi uno slogan buffo di Nicolas Sarkozy: «Ensemble tout devient possible» (ed è questo il problema, accenna Hadjadj).
Questo va ripetuto fuori di parentesi: ciò che diventa possibile, ciò che è possibile, da soli o in compagnia è precisamente il problema giacché comporta assunzione di responsabilità. Se chiudesse qui Hadjadj meriterebbe una pacca sulla spalla in segno di approvazione (sempre che si diano per quello). E invece va avanti e si complica assai la vita; e la mano che già calava sulla sua scapola resta a mezzaria. Scrive: «Pour aller plus avant dans cette réflexion, il convient d’opérer une distinction entre deux genres de possible: le possible comme potentialité (ou puissance) et le possible comme possibilisation (ou adjonction)» Tradotto: «Per fare un passo avanti in questa riflessione, conviene operare una distinzione tra due generi di possibili: il possibile come potenzialità, o potere, e il possibile come ‘possibilitazione’ (o aggiunta)».
Possibilitazione non è un’acrobazia del traduttore italiano. Massimo Bruscaglioni, psicologo, ne parlava una decina di anni fa: «Alla lettera ‘possibilitazione’ significa apertura di una nuova possibilità positiva, che la persona apre dentro di sé arrivando fino alla sua iniziale sperimentazione operativa» (‘Possibilitazione’, un nuovo concetto (in italiano) che apre molte strade, in «FOR Rivista per la formazione», 81, 2009, p. 107). Non è una definizione elegante ma non importa. Completa quella di Hadjaj: la possibilitazione come aggiunta; e, bisogna aggiungere, non come mera aggiunta ma come aggiunta posticcia, plaquée.
Bene, vorrei chiudere rapidamente. Il nocciolo della faccenda è questo (per Hadjadj): il possibile come potenzialità e potere sta nella natura; la possibilizzazione come virtualità sta nella tecnologia; e se il possibile nella natura è potenzialità e potere, quello della tecnologia è senza potenzialità e senza potere. Con un’aggravante: i gadget elettronici, lo smartphone le App ci distolgono dalle nostre potenzialità naturali, ci rincoglioniscono.
Certo, non me la sento di dare proprio torto ad Hadjadj; specie se penso ai nostri figlioli, ai nostri padri e madri, a noi stessi medesimi, con il telefonino in mano. Tuttavia, mi vien da aggiungere, questi figlioli e padri e compagnia bella avrebbero ingannato il tempo che li separa dalla morte comunque e avec passion et frivolité anche senza protesi tecnologiche. E poi… e poi, quella dicotomia è campata per aria. Ancora una cosa: possibilisation, in francese, è parola introdotta da Jean-Paul Sarte; scrive Sartre: «Le Futur n’est pas, il se possibilise. Le Futur est la possibilisation continuelle des Possibles comme le sens du Pour-soi présent, en tant que ce sens est problématique et qu’il échappe radicalement comme tel au Pour-soi présent» (Être et Néant, Paris, Gallimard, 1943, p.174).

Poscritto. Quando tra il 1527 e il 1529 Lutero visitò, per conto del principe di Sassonia, le chiese della Sassonia elettorale, rimase assai sconvolto da ciò che adocchiò. «Vivono – ebbe a scrivere – come il buon bestiame e i porci irragionevoli»… Né la natura né la tecnica (dell’uomo) vanno bene; va bene solo ciò che stabilisce il buon Dio (secondo natura) per l’uomo. Questa è la morale della favola. Hadjadj sa bene quella nozione possibilisation viene da Sarte, ma ha bisogno di ridurla, di ridurne l’estensione semantica.