venerdì 28 luglio 2017

Wanderlust low cost

Immagine di Thomas Bossard
Vacanze low cost, turismo di massa (la massa, celiava Alf Marini, è sempre una massa di stronzi), Wanderlust ma Ryanair: riuscite a immaginare qualcosa di peggio? Be’, sì, la scrofolosi o tutto il corteggio delle malattie cancerose ecc. ecc. Le malattie appunto. Consentire le vacanze, il turismo, la villeggiatura, innanzitutto – innanzitutto! – se per la salute. Sterne malatissimo va al sud e proprio perché malatissimo – e scrittore – ci lascia un’annotazione come questa: «Tutto considerato, visto la Morte può essermi forse alle calcagna, vorrei recarmi ad Abbeville a veder cardare e filare la lana». Al rientro dalla sua vacanzina low cost, invece, Tizio, chiamiamolo così, dice al barista, invariabilmente – invariabilmente! –: «Finalmente un vero caffè!», dando prova del fatto che è partito per nulla o che non è null’affatto partito. Il barista, da par suo, preparando il peggio, ha elaborato una risposta che terrà per sé: «Si nun te stai zitto, te do ’na sleppa che te fo piagne tre giorni». (Sì, lo so, è di Petrolini la risposta). Torno alle malattie. Ricordiamo tutti le vacanze al mare, suggerite, prescritte, dei fanciulli figli dei lavoratori; e poi c’erano quei risultati definitivi di Jaubert de Beaujeu sul trattamento eliomarino nella cura delle tubercolosi esterne e sul rachitismo. Seconda opzione: il viaggio-studio altrimenti detto – da chi scrive – grand tour paidetico. Certo si trattava di stronzi aristocratici; e però lo fece anche Goethe, lo fece anche Schopenhauer; Nietzsche, in tour, ci passò la sua vita di baby-pensionato. Rousseau lo fece a piedi da ragazzino e senza tante balle: e io lo amo anche per questo. Ecco, non permetterei altra mobilità. Inutile muoversi per alloggiare in un resort che trovi paro paro sulla costa adriatica o, addirittura, sulle rive del Verbano; inutile muoversi per continuare a parlare ostinatamente la propria lingua o quell’inglese spazzatura, per vedere cartoline illustrate o per cacare in uno dei quattro canti da cui proviene, come insegna Ezechiele (37,9), vento. Infine, Ryanair paga un salario da schifo, non riconosce indennità di malattia, licenzia le dipendenti incinte e, insomma – insomma! –, «Quanto paghi ar mese p’esse micco tutto l’anno?»

Poscritto
Giuseppe Girimonti Greco mi suggerisce «scrivere un pamphlet, un Contre Leed (La mente del viaggiatore).

lunedì 10 luglio 2017

Irrilevanza della letteratura?

Che cos’è un libro? Se lo domandava Charles Nodier. Risposta (sua): «Un parallelepipedo compatto di carta stampata». «Che cos’è la letteratura?». Questa domanda invece me la pongo io ma – don’t worry! ho già la risposta bell’e pronta: «La letteratura è una serqua di libri allineati sullo scaffale: e cioè di parallelepipedi di carta stampata». Nodier, siamo nella prima metà del secolo XIX, Nodier sfotteva la voga parigina che voleva tutti quanti letterati. Scriveva: «È bene diffidare di un paese in cui i grandi scrittori si contano a centinaia e d’una letteratura i cui i libri celebri sono così numerosi che non si saprebbe contarli».
L’irrilevanza della letteratura – sempre surrogata, sempre supplita dalla non-letteratura – è vecchia tanto quanto la letteratura o giù di lì. Nodier ripete alla sua maniera un luogo comune e lo fa in maniera squisita. (Io quel breve testo l’ho tradotto qui: https://goo.gl/9qZB3K). Ridirla oggi, questa irrilevanza – oggi: nell’evo degli ebook reader (che, a parte obiecti, sono pur sempre parallelepipedi) degli status su Facebook, su Twitter, dello storytelling (che non ho mai capito cosa sia) – ridirla oggi ha senso? Forse che sì, forse che no. Quella irrilevanza, in effetti, quella irrilevanza compresa dai letterati, dai grammatici, dai critici, resta non compresa da tutti letterati grammatici critici che meritano, in varia misura, il prefissoide pseudo-. E cioè da tutti quelli che praticano o bazzicano la non-letteratura, il surrogato, il supplemento. E si tratta di una moltitudine.
A sentire (leggere) Massimiliano Parente, che oggi su «Il giornale» ci parla di John Grisham, «la narrativa di genere è salita di qualità, mentre quella alta o media, è scesa senza avere il mestiere dell’intrattenimento» (https://goo.gl/LmtpKd). Sillogizzando potremmo concludere che la ‘bassa’ e la ‘alta’ si sono incontrate da qualche parte. Ma allora ha davvero senso parlare di ‘alto’ e di ‘medio’ e di ‘genere’? Gli intellettuali, prosegue Parente, «hanno perso la scrittura» (e cioè, credo, lo stile) e, ciò che e peggio, non sanno nemmeno più costruire le trame; gli intellettuali confezionano «manuali di sbadigli». Ma che saranno gli intellettuali – qualunque cosa si debba intendere con questa parola – se non sanno più scrivere né narrare? Non saranno come la moltitudine degli pseudo-scrittori che gravita attorno a Camino Island Capalbio (scrittori che si autopubblicano, autopromuovono ecc.)?
Se ciò è vero, e cioè se la letteratura tende all’entropia, allora misure neghentropiche degli scrittori autentici o quasi autentici o anche inautentici segnalate da Marchesini, in un articolo su «Il foglio» (https://goo.gl/sB2LKF), e cioè una scrittura manierata, calligrafica, sorridevole, la retorica dell’antiretorica (di Paolo Cognetti che scrive come i ‘modelli’ nordamericani importati), la retorica gaddian-manganelliana (Mari) ecc. ecc., sono obbligate. Marchesini le coniuga alla solita irrilevanza. Scrive: «Mi sembrano sintomi non irrilevanti di un bisogno che si diffonde sempre più mano a mano che la letteratura perde rilevanza sociale e diventa un’esperienza meno decisiva nella vita di ognuno». E invece non sta lì, nella irrilevanza che è annosa e perenne e quasi impercepita, ma nell’incultura letteraria dei nostri letterati, dei nostri grammatici. Certo è ingiusto attribuire ai Cognetti e ai Mari l’incultura anche solo nel settore dell’intrattenimento.
Se devo dirla tutta, né la tesi di Parente né quella di Marchesini mi convincono. Noto peraltro che, sottoposte al rasoio di Occam, si accordano su un punto: il problema è la scrittura, la scrittura perduta, rimediata, supplita, anoressica, bulimica, calligrafica ecc. ecc. Perché gli scrittori abbiano un rapporto così tormentato con la scrittura non è chiaro. Mi limito a osservare che lo stile ‘prescritto’ da Marchesini, quello attinente a «un modo di guardare il mondo conquistato affrontando gli ostacoli senza rete, e quindi senza nascondere la fragilità», mi ha riportato alla memoria il Fosbury Flop, lo stile che permise a Dick Fosbury di «superare l’ostacolo senza guardarlo», come ci ricorda quella sagoma di Baricco in una lezione al Palladium di Roma di cui non so nulla fuorché il titolo.

Spigolature (quasi una rubrica)

Come il vecchio abate Liszt vorrei – avrei in animo di – coltivare la Selbstlosigkeit, l’assenza, la dimenticanza di sé. È conciliabile detto esercizio con la presenza sui Social? Ma sui Social io ci sto per chiacchierare con tutti quelli con cui non saprei come chiacchierare. — Certo potrei spedire loro una cartolina: Caro sig. ***, come butta? Che cosa ha pensato quest’oggi pomeriggio? E quella sua preoccupazione proustiana? E quella sua voglia di perle d’Oriente? Il cromo dei suoi paraurti dà ancora quei bagliori che orbano il gatto? — Chiacchierare è un po’ dimenticarsi? Forse lo è prestare ascolto senza battere ciglio, senza inalberarsi; forse lo è mettere a tacere la volontà (quella su cui sproloquiava Schopenhauer e il padre Bartolomeo Beverini prima di lui). — Un aiutino! Un aiutino? Trenta gocce di Valium. Addio e buonanotte!

La Selbstlosigkeit è compatibile con il jogging?

È compatibile la Selbstlosigkeit con la compilazione di un blog?

Ma intanto: la Selbstlosigkeit, spiega qualcuno, è un esserci-per-gli-altri. Liszt, che ho già menzionato in precedenza (Liszt che scrisse una volta a Carolyne «En dépit de la réputation de personnalité effrénée, dont on m’a souvent gratifié autrefois, je crois que la ligne continue de ma vie intérieure est précisément ce manque de Moi, que signifie la Selbstlosigkeit»), Liszt la interpretò giustappunto così: «Sous le rapport musical, l’espère démontrer quelque utilité. Servir autrui est la tâche de ceux qui ne cherchent point leur compte en ce monde».

Oggi mi sono occupato di Schubert e del bucato. Qualcuno potrebbe accusarmi delle peggiori turpitudini.

La Selbstlosigkeit è compatibile con la mummificazione?

Ieri, mentre a bordo della mia spider percorrevo le rive del Verbano (e cioè, a scanso di equivoci, le pubbliche strade comunali, provinciali, statali…), mentre le percorrevo a tutta birra, a una velocità di crociera di 50/60 km/h, e mi incollerivo perché una bionda indomabile sui cinquanta/sessanta a bordo di una cabriolet, di una decapottabile, di una convertibile, mi superava a 100/110 km/h, superava me e la colonna in cui mi ritrovavo incolonnato, rischiando, la bionda indomabile sui cinquanta/sessanta, un frontale con un Ape Car marciante trepidamente nella direzione opposta, mi sono posto la domanda che mi assilla in questi giorni, una delle sue infinite possibili varianti.

Un alemanno in bici. Cercavo un solitario greppo da cui rimirare la plaga comabbiese. Lo trovai perché vi avevano messo una grande insegna. «Pelada», diceva. È franoso e per questo lo festeggiano. Così mi dissero giù in paese. Vi passai serafico la notte.

Muglia il vento fra la polve…

Ogni mattina colloco la piantina di papiro sul davanzale. Un alito di vento, puntuale, ne fa fremere le foglie (che botanicamente si chiamano brattee). È il ‘buongiorno’ del refolo. La piantina ringrazia. Ma di più mi ringrazia la gatta, che allungando pigramente il collo ne mastica una porzioncina.
(Avendo il pollice verde, capita che mi ci debba mettere di buzzo buono per far crepare le piantine).

Comabbio, raccontava il gastronomo del paese – lo chiamo così benché fosse più probabilmente un salumiere o un panettiere –, Comabbio sta in una conca, che altri chiama sella, poiché da un canto esso (il paese) è limitato dal piccolo colle miocenico della chiesuola (dotata di battistero) e dall’altro dai poggi più elevati del monte Pelada (che è di mt. 471). A chiudere il contorno della conca, per così dire, anche due laghi: quello che da Comabbio piglia il nome e quello di Monate. Con la conca, il pizzicagnolo spiegava i tempi delle effemeridi solari e lunari e, soprattutto, certe bizzarrie climatiche comabbiesi. Per esempio certo mugliare del vento attorno alla mia magnolia secolare. Il salumaio non c’è più: ha chiuso bottega da qualche anno. I suoi prosciutti erano buoni, e anche i suoi formaggi erano buoni. Le sue nozioni astronomiche e meteorologiche invece erano abbastanza ordinarie, benché le sue spieghe, coi freghi sulla carta alimentare, avessero una certa quale geometrica eleganza. Mi è tornato in mente, il gastronomo, l’altro giorno, nelle ore antelucane, quando nei pressi del giardino ho sentito la pioggia annunciarsi da lontano; con le nuvole nere, certo, ma pure con la foschia sui greppi e, specialmente, con il fremito dello scroscio in rapido avvicinamento.

martedì 4 luglio 2017

Mancuso su Fantozzi

Di sicuro non avrei scritto di Mariarosa Mancuso e del suo scialbo pezzullo su Ugo Fantozzi se, incorrendo in un errore di computo, non mi avesse indirettamente appioppato quasi cinquant’anni. — Quarantasei non sono cinquanta e nemmanco quasi cinquanta; quarantasei sono gli anni che ci separano dalla prima edizione Rizzoli di Fantozzi, raccolta di racconti compilata da Paolo Villaggio la cui premessa, del medesimo Villaggio, racconterebbe la fatica di scrivere, la fatica della scrittura. Di chi? Be’, naturalmente del funzionario, dell’impiegato, ma pure dello scrittore/scrivano Villaggio, che quei sapidissimi racconti li aveva stesi per «L’Europeo». Possiamo trarne un pensiero più generale sulla fatica della scrittura letteraria, della prosa d’arte? Citare le sudate carte leopardiane (di cui si faceva beffe Camilleri or non è molto)? (Citare) la famosa lettera in cui Oblomov «cancella e rifà, finché i ‘che’ cominciano a bisticciare con ‘i quale’, e il foglio finisce appallottolato nel cestino»? Mariarosa Mancuso pone qualcuno degli interrogativi qui sopra ma se ne dimentica tosto. Forse perché le preme di più suggerire uno Strega alla carriera per Villaggio. (Malaparte potrebbe attendere ancora; e d’altra parte Giovanni Solimine ha già spiegato che a Malaparte non lo daranno perché non lo ha vinto in vita, sicché sarebbe illogico tributarglielo post mortem, fornendo prova, a dire il vero superflua, della insulsaggine dei premi letterari). Suggerirlo, il premio, in considerazione del fatto che Villaggio/Fantozzi ha «cambiato il [nostro] linguaggio», forgiato per esempio espressioni come «nuvola dell’impiegato», «Corazzata Potëmkin», e, insomma, raccontato quegli anni Settanta che starebbero a un cinquantennio da noi. — Tirare le fila di un discorso acciabattato: ecco la vera faticaccia che non è completamente dello scrivere sibbene del riscrivere (ciò che altri acciabattando…). Sociologizzando Fantozzi è il ritratto di quegli anni lì; nel suo linguaggio, in primis e anche in secundis, è la perfetta mimesi di quella generazione: e di quelle venute dopo, perché quelle venute dopo non sono molto differenti e «da quel dì non sono cambiat[e] come vorrebbe la retorica del precariato: posto fisso aveva Ugo Fantozzi alla MegaDitta, posto fisso ha Checco Zalone in Quo vado?». Dunque la fatica simulata del prefatore denunziano una oblomovizzazione della società. — Mi fermo qui; interrompo qui la mia lettura sintomale. Se non altro perché mi sto annoiando e poi alla mia età... Aggiungo solo uno stralcio del discorsetto che Stolz indirizza a Oblomov: eccolo: «A sentir te, non sai scrivere una lettera per il consiglio municipale o al padrone di casa, ma la lettera a Ol’ga l’hai scritta, no? e non ti sei ingarbugliato con i che e non i quale. E hai pur trovato la carta satinata, e l’inchiostro nel negozio inglese e la scrittura agile: e allora?».