lunedì 10 luglio 2017

Irrilevanza della letteratura?

Che cos’è un libro? Se lo domandava Charles Nodier. Risposta (sua): «Un parallelepipedo compatto di carta stampata». «Che cos’è la letteratura?». Questa domanda invece me la pongo io ma – don’t worry! ho già la risposta bell’e pronta: «La letteratura è una serqua di libri allineati sullo scaffale: e cioè di parallelepipedi di carta stampata». Nodier, siamo nella prima metà del secolo XIX, Nodier sfotteva la voga parigina che voleva tutti quanti letterati. Scriveva: «È bene diffidare di un paese in cui i grandi scrittori si contano a centinaia e d’una letteratura i cui i libri celebri sono così numerosi che non si saprebbe contarli».
L’irrilevanza della letteratura – sempre surrogata, sempre supplita dalla non-letteratura – è vecchia tanto quanto la letteratura o giù di lì. Nodier ripete alla sua maniera un luogo comune e lo fa in maniera squisita. (Io quel breve testo l’ho tradotto qui: https://goo.gl/9qZB3K). Ridirla oggi, questa irrilevanza – oggi: nell’evo degli ebook reader (che, a parte obiecti, sono pur sempre parallelepipedi) degli status su Facebook, su Twitter, dello storytelling (che non ho mai capito cosa sia) – ridirla oggi ha senso? Forse che sì, forse che no. Quella irrilevanza, in effetti, quella irrilevanza compresa dai letterati, dai grammatici, dai critici, resta non compresa da tutti letterati grammatici critici che meritano, in varia misura, il prefissoide pseudo-. E cioè da tutti quelli che praticano o bazzicano la non-letteratura, il surrogato, il supplemento. E si tratta di una moltitudine.
A sentire (leggere) Massimiliano Parente, che oggi su «Il giornale» ci parla di John Grisham, «la narrativa di genere è salita di qualità, mentre quella alta o media, è scesa senza avere il mestiere dell’intrattenimento» (https://goo.gl/LmtpKd). Sillogizzando potremmo concludere che la ‘bassa’ e la ‘alta’ si sono incontrate da qualche parte. Ma allora ha davvero senso parlare di ‘alto’ e di ‘medio’ e di ‘genere’? Gli intellettuali, prosegue Parente, «hanno perso la scrittura» (e cioè, credo, lo stile) e, ciò che e peggio, non sanno nemmeno più costruire le trame; gli intellettuali confezionano «manuali di sbadigli». Ma che saranno gli intellettuali – qualunque cosa si debba intendere con questa parola – se non sanno più scrivere né narrare? Non saranno come la moltitudine degli pseudo-scrittori che gravita attorno a Camino Island Capalbio (scrittori che si autopubblicano, autopromuovono ecc.)?
Se ciò è vero, e cioè se la letteratura tende all’entropia, allora misure neghentropiche degli scrittori autentici o quasi autentici o anche inautentici segnalate da Marchesini, in un articolo su «Il foglio» (https://goo.gl/sB2LKF), e cioè una scrittura manierata, calligrafica, sorridevole, la retorica dell’antiretorica (di Paolo Cognetti che scrive come i ‘modelli’ nordamericani importati), la retorica gaddian-manganelliana (Mari) ecc. ecc., sono obbligate. Marchesini le coniuga alla solita irrilevanza. Scrive: «Mi sembrano sintomi non irrilevanti di un bisogno che si diffonde sempre più mano a mano che la letteratura perde rilevanza sociale e diventa un’esperienza meno decisiva nella vita di ognuno». E invece non sta lì, nella irrilevanza che è annosa e perenne e quasi impercepita, ma nell’incultura letteraria dei nostri letterati, dei nostri grammatici. Certo è ingiusto attribuire ai Cognetti e ai Mari l’incultura anche solo nel settore dell’intrattenimento.
Se devo dirla tutta, né la tesi di Parente né quella di Marchesini mi convincono. Noto peraltro che, sottoposte al rasoio di Occam, si accordano su un punto: il problema è la scrittura, la scrittura perduta, rimediata, supplita, anoressica, bulimica, calligrafica ecc. ecc. Perché gli scrittori abbiano un rapporto così tormentato con la scrittura non è chiaro. Mi limito a osservare che lo stile ‘prescritto’ da Marchesini, quello attinente a «un modo di guardare il mondo conquistato affrontando gli ostacoli senza rete, e quindi senza nascondere la fragilità», mi ha riportato alla memoria il Fosbury Flop, lo stile che permise a Dick Fosbury di «superare l’ostacolo senza guardarlo», come ci ricorda quella sagoma di Baricco in una lezione al Palladium di Roma di cui non so nulla fuorché il titolo.