martedì 4 luglio 2017

Mancuso su Fantozzi

Di sicuro non avrei scritto di Mariarosa Mancuso e del suo scialbo pezzullo su Ugo Fantozzi se, incorrendo in un errore di computo, non mi avesse indirettamente appioppato quasi cinquant’anni. — Quarantasei non sono cinquanta e nemmanco quasi cinquanta; quarantasei sono gli anni che ci separano dalla prima edizione Rizzoli di Fantozzi, raccolta di racconti compilata da Paolo Villaggio la cui premessa, del medesimo Villaggio, racconterebbe la fatica di scrivere, la fatica della scrittura. Di chi? Be’, naturalmente del funzionario, dell’impiegato, ma pure dello scrittore/scrivano Villaggio, che quei sapidissimi racconti li aveva stesi per «L’Europeo». Possiamo trarne un pensiero più generale sulla fatica della scrittura letteraria, della prosa d’arte? Citare le sudate carte leopardiane (di cui si faceva beffe Camilleri or non è molto)? (Citare) la famosa lettera in cui Oblomov «cancella e rifà, finché i ‘che’ cominciano a bisticciare con ‘i quale’, e il foglio finisce appallottolato nel cestino»? Mariarosa Mancuso pone qualcuno degli interrogativi qui sopra ma se ne dimentica tosto. Forse perché le preme di più suggerire uno Strega alla carriera per Villaggio. (Malaparte potrebbe attendere ancora; e d’altra parte Giovanni Solimine ha già spiegato che a Malaparte non lo daranno perché non lo ha vinto in vita, sicché sarebbe illogico tributarglielo post mortem, fornendo prova, a dire il vero superflua, della insulsaggine dei premi letterari). Suggerirlo, il premio, in considerazione del fatto che Villaggio/Fantozzi ha «cambiato il [nostro] linguaggio», forgiato per esempio espressioni come «nuvola dell’impiegato», «Corazzata Potëmkin», e, insomma, raccontato quegli anni Settanta che starebbero a un cinquantennio da noi. — Tirare le fila di un discorso acciabattato: ecco la vera faticaccia che non è completamente dello scrivere sibbene del riscrivere (ciò che altri acciabattando…). Sociologizzando Fantozzi è il ritratto di quegli anni lì; nel suo linguaggio, in primis e anche in secundis, è la perfetta mimesi di quella generazione: e di quelle venute dopo, perché quelle venute dopo non sono molto differenti e «da quel dì non sono cambiat[e] come vorrebbe la retorica del precariato: posto fisso aveva Ugo Fantozzi alla MegaDitta, posto fisso ha Checco Zalone in Quo vado?». Dunque la fatica simulata del prefatore denunziano una oblomovizzazione della società. — Mi fermo qui; interrompo qui la mia lettura sintomale. Se non altro perché mi sto annoiando e poi alla mia età... Aggiungo solo uno stralcio del discorsetto che Stolz indirizza a Oblomov: eccolo: «A sentir te, non sai scrivere una lettera per il consiglio municipale o al padrone di casa, ma la lettera a Ol’ga l’hai scritta, no? e non ti sei ingarbugliato con i che e non i quale. E hai pur trovato la carta satinata, e l’inchiostro nel negozio inglese e la scrittura agile: e allora?».