lunedì 28 agosto 2017

Rimini Rimini

Quest’anno al «Meeting», al «Meeting» per eccellenza, par excellence, κατ’ εξοχήν – quello dei ciellini – ripigliano Goethe. Oddio, proprio Goethe no! E nemmeno il Faust. Forse giusto una scena, quella intitolata Nacht, e che sta lì dove Goethe ce l’ha messa sin dalla prima stesura; quella dove Faust un po’ monologa e un po’ no, giacché viene interrotto da un rompiballe di nome Wagner; quella che proviene da Marlowe, che già faceva monologare Faust ecc. ecc. E forse nemmeno una scena ma due versi soltanto. E forse nemmeno li ripigliano da Goethe. Niente di più facile che li ripiglino da Giussani – che effettivamente li riporta, in un punto del suo Il senso religioso, prima in tedesco e poi in traduzione. Eccoli, seguiti dalla traduzione (si tratta dei vv. 682-683): «Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen», «quel che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». È un distico che pare arieggiare Marco Aurelio; è un distico noto e citato. P.e. da Freud. Anche Fusaro lo cita (in Il futuro è nostro: Filosofia dell’azione) chiosando: «Secondo il movimento più tipico dell’eredità come riconquista mediata dall’agire immortalato da versi del Faust»; e non sai bene se a irritarti di più è quell’«immortalano» o quel «movimento tipico». Bene, l’eredità dei padri e dei nonni e dei bisnonni, il compito del figliolo, che è poi quello di Enea, di Enea si prende Anchise sulle spalle, di Enea che si sobbarca il compito di trasportarlo, di Enea che sta in campana: tutto questo – il peso della tradizione, il transito nel presente, che richiede vigilanza (come dice il Vangelo), attenzione, verso il futuro – tutto questo, dice Giussani, ha un nesso con il problema religioso. Eppure la tradizione è bistrattata, «praticamente» bistrattata, nel suo «valore». Da chi? In quale tempo? Giussani non lo dice ma poco più avanti menziona il ’68 (francese) per ricordarne una frase davvero rivoluzionaria: «De la présence, seulement de la présence». Frase rivoluzionaria, davvero rivoluzionaria, solo se interpretata alla maniera di Giussani: e cioè come impegno volto a traghettare il passato nel futuro. Perché se invece è un ignorare il passato o un fare piazza pulita del passato, allora non va bene per nulla; allora, direbbe Fusaro, l’eredità non compie il suo movimento (dialettico?) più tipico. Quindi il problema è il ’68, di cui l’anno prossimo casca il cinquantenario; il ’68 che fa piazza pulita, che contesta i padri e il Padre, che li manda a pigliarselo in tasca; e, stringi stringi, il problema è proprio il tirar su una riga, un frego sul passato, sulla tradizione. E, per ovvia conseguenza, il problema è (anche) l’illuminismo che parimenti fa (farebbe) piazza pulita, tira (tirerebbe) su un frego. Da decenni leggiamo queste disamine, queste anamnesi, e d’altra parte Giussani scriveva qualche decennio fa (e la seconda edizione di Il senso religioso, una riscrittura, è degli anni Ottanta). Non hanno mai convinto nessuno e le si è sempre sospettate di servire da paravento: dietro il pistolotto, lo status quo e gli affari: un’eredità di soldi, di prebende, di lasciti. Tirare in ballo Faust, un farabutto, tuttavia, mi pare controproducente. Perché in fin dei conti Faust, dopo aver pronunciato quel distico, evita per un pelo il suicidio, stringe un patto con Mefistofele, danna Margherita ecc. ecc. In soprappiù si salva l’anima. Che scandalo! E Faust si salva perché resta fedele al suo hohes Streben (alto tendere) – mentre il celebre höchsten Augenblick (attimo supremo) non sarebbe che la verità utopica dell’azione libera –; e se il passato non è quel nulla che pretende Mefistofele (e cioè il nichilismo), nondimeno è l’imperfetto, l’incompiuto, ciò che per restare in qualche modo deve farsi simbolo (da συμβάλλω, mettere assieme, unire): e cioè lasciarsi tradire per (ri)tradursi nel presente vivente; (s)figurarsi per continuare a figurare.

Poscritto. Così Ariel, nella Tempesta, atto I, scena II: «A cinque tese tuo padre è sepolto; /coralli gli si son fatte le ossa; / son perle gli occhi nel suo volto; / niente in lui che perire possa, /che il mare non lo vada convertendo I in qualcosa di ricco e di stupendo». Freud, in Totem e tabù, Milano, Garzanti, p. 220, dice che la soppressione del progenitore, del padre, del rompiballe, trova «la sua espressione in strutture sostitutive, tanto più numerose quanto meno si teneva a conservarne un ricordo diretto».

Quella volta che S.Z. scrisse un romanzo intitolato Estasi

S’era all’inizio degli anni Novanta e S.Z., in quell’inizio, teneva un corso su Goethe e sul Faust. Ricordo che a un certo punto invitò Strehler; il quale comparve e disparve dopo aver roteato gli occhi bragia: uno studentello l’aveva insolentito dicendogli: «Lei non ha capito niente del Faust». Questo l’ho già raccontato in altra occasione. Il protagonista del romanzo di S.Z. si chiamava Fausto Valdemar, nasceva a Venezia, e a Venezia tornava per andare a trovare il fratello antiquario e per consumare un amplesso dentro una carrozza d’epoca con una donna di nome Madìl. Madìl non era una Bovary qualsiasi. Nella scena della carrozza nessun cocher che domandasse: «Où Monsieurs va-t-il?»; e nessuna replica frettolosa alla Lèon: «Où vous voudrez!». La carrozza, infatti, stava posteggiata sotto un loggiato. Alla comicità dei cigolii e dei gemiti prodotti dai corpi allacciati S.Z. non pensò neppure un istante, persuaso com’era che le signore spettatrici del Costanzo Show sarebbero andate in sollucchero leggendo espressioni come «vecchia carrozza», «morbide fiamme», «fruscio delle foglie» e «invocazione alla vita». C’era però di peggio. Fausto Valdemar, nelle intenzioni del suo autore, S.Z., doveva assolutamente assomigliare a Fausto Valdemar; e da qui scaturiva un effetto parodico non voluto. Inesperienza del romanziere che s’era occupato fino a quel momento d’altro: e cioè della fenomenologia husserliana. Mi sto accanendo; ma ho letto che S.Z. cura un corso di scrittura creativa e già immagino amplessi dentro confessionali, guardaroba, sgabuzzini, sottoscala, dispense…


La sincerità non è una bazzecola

Con che voglio dire che farla ‘funzionare’ non è una bazzecola. Intanto ha da essere fabbricata con cura, con perizia. Francesco Musolino domanda a dieci giovani scrittori – e per essere giovani è sufficiente essere under 40 – dei classici non letti o piantati lì, e chissà quante panzane i dieci si sono inventati per ‘essere sinceri’. Forse che sì, forse che no. A taluni lettori dell’articolo musoliniano, leggo, la sincerità non è piaciuta e se ne sono lagnati. Segno che qualcosa non ha funzionato. Le domande: come si fa a non leggere i classici – tutti i classici? Non c’era Calvino a spiegarci o spiegargli il perché e il percome – la necessità della lettura di questi benedetti classici? Di più: come si fa a scrivere senza leggerli tutti – senza averli mandati a memoria tutti? Ecco, ricordiamoci della memoria! Perché anche leggendone in gran copia, i classici, come i non-classici, come gli articoli di giornale, come i bugiardini dei farmaci, come la lista della spesa che avete vergato giusto ieri su un foglietto… i classici si dimenticano; e si dimenticano anche quando, da classici, meriterebbero di essere ricordati assieme alla lista della spesa smarrita lungo il tragitto che vi conduce al supermarket. Inoltre, la scrittura è bensì questione di lettura, e di lettura attenta, meditata, ma pure di intelligenza: e cioè di intelligenza degli aspetti formali, compositivi, e di quelli ideologici, di quelli espressivi; e tutto parte dalla capacità della scimmia di innestare un bastone di bambù sopra un altro bastone di bambù per tirare giù il casco delle banane. Il problema, va detto, non sta nei nasi ritti, nelle labbra arroganti, nei sopraccigli alzati – nei superciliosi; qualcosa, ho detto, non ha funzionato. Bene, mi piacerebbe ammannirgli, agli under 40, un paio di consigli non richiesti – che so che accetteranno quand’anche non ne avessero punto bisogno. Primo consiglio: quando (vi) domandano dei classici non letti menzionare subito, d’emblée, i classici eludibili: La cagna nera di Panzini, o François le Champi della Sand. Notare subito dopo che un accenno a François le Champi apre e chiude la Recherche (rimarcare il ‘chiude’ a segnalare le fait accompli). In un’ottica compensatoria è meglio non strafare: se non si è letto Proust meglio non rimarcare troppo il fatto che però (però!) si è visionata parecchie volte la pellicola di Raúl Ruiz intitolata Le temps retrouvé. Difatti non c’è lettore peggiore del visionatore di films tratti dai romanzi. In ogni modo la sincerità detesta l’ingenuità e pretende un minimo di verosimiglianza. Il secondo consiglio – sempre che io sia al secondo – lo ha già fornito Paolo di Paolo: mai vantarsi di aver letto un classico quando non lo si è letto. D’altra parte, nemmeno bisognerebbe vantarsi di non averlo letto. La sincerità non è una bazzecola e basta poco per mutarla in una rodomontata.


Spigolature (quasi una rubrica)

Caldo record, ondata di caldo record, caldo killer, caldo caldo caldo, senza virgole (come talvolta usa nella prosa elevata); «il rapporto del riscaldamento medio dell’olio al suo riscaldamento nella parte superiore è sensibilmente costante e caratterizzato da un coefficiente m dell’ordine di 0,7 a 0,8» (lo leggo nel volume 48 della Rivista di Elettrotecnica dello zio Polonio buoanima). Se ne lamentava Virginia Woolf, del caldo, e aggiungeva: «dubito di essere un poeta». Giuseppe Benvenuti, il cui libretto sugli effetti del moto a cavallo è stato appena riedito da Sorbelli per la modica cifra di euri 33, ma l’originale è disponibile gratis (digitalizzato) in rete, Benvenuti, dunque, scrive: «Se alla nuda pelle di un uomo, che per molto tempo abbia passeggiato a cavallo, si accosterà il termometro, dimostrerà quello il caldo accresciuto». Dunque niente monte, niente maneggi. I giornali si limitano alla prima riga di questo mio sobrio intervento; ed eventualmente aggiungono che il caldo minaccia la verecondia di homini et donne; e che ammazza gli anziani. L’ansa, per essere originale, puntualizza: «Stress da caldo anche per le mucche che stanno producendo fino al 20 per cento circa di latte in meno rispetto ai periodi normali». Dice proprio così: mucche; mucche in luogo di vacche; ciò che personalmente non tollero. (3/8/17)

Weissenberg al termine di uno sketch – e per me Weissenberg, morto ottantatreenne nel 2012, ha sempre l’età di quel frammento di cabaret; anzi, forse è un po’ più giovane, in abbigliamento casual, esibisce un sottile humour gay; è guardato da Herbert von Karajan, che ha un maglione giallo sulle spalle con le maniche annodate sul davanti; gioca con Soutrine, il suo cagnolino; suona Petrushka… –, Weissenberg abbracciato dal vecchio Menuhin, in definitiva, mi riconcilia con il mondo.

«Il corpo nudo è antierotico», dice Fabiana Giacomotti, una vecchia amica, commentando la sfilata di Nicholas Nybro alla Copenaghen Fashion Week, una sfilata in cui il summenzionato Nicholas Nybro «ha fatto sfilare un buon numero di modelli completamente nudi». Il corpo è antierotico, dice Fabiana Giacomotti, e un qualunque semiologo (Barthes, Margaret Mead, Freddy Chuchuca…) ve lo sa spiegare benissimo, alla sua maniera. Dipoi, prosegue con palese ironia Fabiana Giacomotti, sappiamo tutti, «perché continuano a ripetercelo e forse riusciremo a convincerci, [che] il corpo nudo è bellissimo anche quando non è bello per niente, i buchi della cellulite sono un miracolo del Signore e i peni mosci non fanno mai pena, anzi mettono allegria». Bello anche quando è brutto e comunque antierotico. Questo è il punto. ― Fabiana Giacomotti è a Stresa, sulle rive del Verbano, ed io è parecchio tempo che non prendo un bagno dalle parti di Ranco, al Sasso Cavallazzo, senza vestimento e senza fede, come direbbe Agostino… ―. Insomma, les nudités cachées in occasione della visita di Hassan Rohani avevano suscitato, l’anno passato, l’indignazione del medesimo giornaletto che commissiona oggi l’articolo sulle nudités exhibées per censurarle. È un doppiopesismo che mi lascia perplesso e coerenza vorrebbe che, quantomeno oggi, si dicesse che la Venere Capitolina (ma era poi la Venere Esquilina!) è antierotica.