domenica 3 settembre 2017

Modo semplice di riconoscersi fra omosessuali

Non ho molte notizie su Lorenzo Gualino, medico e psichiatra, attivo nella Torino ‘lombrosiana’ del primo ‘900 e, stando a Giuseppe Panella che me ne parla, poligrafo volto alla storia che non disdegna l’attualità. È autore, Gualino, di un libro intitolato Vita di manicomio che non ho ancora recuperato e la cui quarta di copertina recita così: «L’Autore, che dirige un grande ospedale psichiatrico, dischiude al profano la vita del torbido mondo della follia in forma di biografia/romanzo di formazione di un tormentato psichiatra».
Parlo di Gualino perché ho letto il testo di una sua curiosa relazione letta in francese presso la clinica psichiatrica di Torino nel 1906. Eccone il titolo: «Moyen facile pour se reconnaître parmi les omosexuels (sic!)» (in Comptes rendus du VIe Congrès international d’anthropologie criminelle, Turin, 28 avril-3 mai 1906, F.lli Bocca, Torino, 1908, pp. 414-416). Ed eccone il passaggio di apertura assai interessante: «Dès les premières études sur l’omosexualité (sic!) on a initié les recherches sur le moyen par lequel il est donné aux omosexuels de se reconnaître entre eux sans encourir une peine correctionnelle, ou avoir un refus plus ou moins violent [...] Mais on peut bien remarquer l’invraisemblance d’une faculté spéciale dans le regard des omosexuels, différente de ce qu’on appelle ordinairement : langage des yeux, qui est pourtant si incertain et tout à fait trompeur».
Ora, che cosa mi colpisce in questo passaggio? Colpisce la formulazione implicita di un interrogativo piuttosto bizzarro attorno alla capacità degli omosessuali di riconoscersi fra loro; un interrogativo a cui Wilde (per dirne uno) avrebbe certamente saputo fornire una risposta azzeccata: una risposta che probabilmente lo avrebbe eluso, aggirato, irriso. Elusione, simulazione, ironia: ecco cosa accomuna certa letteratura e certa società (certo milieu). Un sapere medico-psichiatrico ecc. che si pone un interrogativo come quello posto da Lorenzo Gualino è un sapere che va gabbato. Da un lato, mi scrive Giuseppe Girimonti Greco, «la mise en récit dei saperi (medico, in particolare, ma non solo) in certi classici ‘di transizione’ (quelli del modernismo in modo particolare)»; e, nel caso di Gualino, l’equivalenza del gioco di sguardi fra omosex con «certi episodi letterari» (ancora G.G.G.: «Non solo Proust, ma in Proust mi viene in mente in particolare quello del promeneur passionnée»). Dall’altro, prosegue G.G.G., la dissacrazione della «biblioteca paterna charcotiana» operata dal medesimo Proust.
Wilde è menzionato subito dopo. Gualino racconta di come nel suo ambiente, di Wilde, gli omosessuali ricorressero a garofani verdi infilati nell’occhiello per segnalarsi reciprocamente. Questi mezzi, tuttavia, prosegue Gualino, sono riservati agli ‘iniziati’. Escluso il ‘magnetismo’ dello sguardo, esclusa l’universalità dei segnali, non resta che il mezzo (medium) scoperto dal medesimo Gualino par hasard (quel par hasard è spassosissimo!) a Torino: gli annunci vergati sulle pareti degli orinatoi. Gualino ne riporta qualcuno attenuandone il contenuto a suo dire disgustoso: e cioè sostituendone «i mots plus sales de l’argot» con il latino. Ecco questi annunci truccati: «On cherche un jeune homme de 18-20 ans, pene magno, per anum. Bonne récompense, donner rendez-vous précis»; «Je cherche un compagnon, pour dormir avec, qui ait plucrum anum. Se trouver à l’urinoir de 9 à 9,15 heures du soir, pendant trois jours de cette date (4 décembre 1905)»; «Je serais disposé penem immittere in anum à un prix modéré. Donner ici-bas un rendez-vous».
Gualino ha il senso dell’avventura: è cioè un aristotelico, un naturalista. Forse sarrebbe persino disposto a praticare la participant observation. Scrive infatti: «J’ai cru pouvoir signaler ces cas, dans l’espérance d’avoir dans le palimpseste de l’urinoir, une trace facile pour surprendre quelque omosexuel digne d’être étudié». Ecco la ridicolaggine di un sapere cieco di fronte a ciò che ha contribuito a ingenerare e che nondimeno crede di procedere positivamente, empiricamente. Detto altrimenti: ciò che lo fa apparire (oggi) ridicolo è il fatto che avendo generato con la violenza determinate condizioni di partage (nel senso di Foucault), di segregazione, abbia l’ingenuità di interrogarsi sull’ovvio sequitur: e cioè, appunto, l’elusione, la simulazione, l’ironia.
Qui sotto fornisco la traduzione integrale del breve testo di Gualino (stesa peraltro in un pessimo francese).

 


Modo semplice di riconoscersi fra omosessuali

del dott. Lorenzo Gualino
 
Fin dai primi studi sull’omosessualità s’è avviata la ricerca sui mezzi con cui è dato agli omosessuali di riconoscersi reciprocamente senza incorrere in una condanna penale o ricevere un rifiuto più o meno violento. In un caso notissimo di omosessualità, riferito da Casper, il soggetto dichiarava che gli risultava facile riconoscere con lo sguardo, ovunque si trovasse, gli omosessuali che veniva incontrando. Ma possiamo sottolineare l’inverosimiglianza di una speciale facoltà nello sguardo degli omosessuali differente da quella che viene per il solito chiamata ‘linguaggio degli occhi’; il quale è però incerto e affatto fuorviante. Delle persone che ebbero dei rapporti con Oscar Wilde ve ne furono molte che portavano un garofano verde e si dice che fosse di moda fra gli omosessuali di Londra, di Parigi e di Berlino, portare un garofano rosso o bianco a seconda che l’individuo fosse disponibile e in cerca di una relazione oppure no. Così s’è parlato anche del modo di riconoscersi degli omosessuali per mezzo di un anello con turchese portato al dito, in una città tedesca, ma s’è dubitato giustamente di tutte queste forme di segnali convenzionali che dovrebbero già sussistere per gli individui che appartengono a una qualche consorteria di omosessuali ma che non possono rappresentare una maniera di cercare per chi non appartiene a quella medesima cricca. Si sono ancora prodotti, Starkenburg, Nache, Moll, annunci sui giornali, predisposti ovviamente, e pressappoco senza dubbio, per questo scopo. Ma senza dubbio (e ne è una chiara dimostrazione l’indagine pratica che è stata tentata attraverso questo mezzo da un certo dott. S. che ne ha pubblicato il risultato nel «Frührot») molte difficoltà inficiano questo mezzo: il rifiuto alla pubblicazione nei giornali di annunci equivoci, la paura degli omosessuali di rivelarsi a una persona affatto sconosciuta, la difficoltà di esprimere con frasi pudiche delle inclinazioni che non lo sono, il numero relativamente piccolo dei lettori di giornali di annunci. Poiché tutti questi mezzi servono a poco, bisogna domandarsi se non ce ne siano per caso degli altri impiegati dagli omosessuali per riconoscersi; e il dott. Moll ne ha domandata la risposta ai lettori dell’«Archiv für Kriminal Anthropologie und Kriminalistik». Queste considerazioni mi hanno fatto evidenziare un mezzo molto semplice che ho scoperto per caso qui a Torino e che, stando a varie osservazioni, deve essere seguito da un gran numero di individui. Si tratta di piccoli annunci e inserzioni vergate sulle pareti degli orinatoi pubblici, di solito in quelli meno frequentati, e redatti in una maniera che non lascia dubbio alcuno sul loro scopo. Ne produco alcuni cercando di attenuare ciò che contengono di disgustoso e sostituendo le parole più sporche del gergo, impiegate nell’originale, con il corrispondente latino: «Cercasi giovane diciotto-ventenne, pene magno, per anum. Buona ricompensa, fornire appuntamento preciso». «Cerco un compagno per dormirci assieme che abbia pulcrum anum. Trovarsi all’orinatoio dalle 9 alle 9 e un quarto, per tre giorni da questa data (4 dicembre 1905)». «Sarei disposto penem immittere in anum a un prezzo modico. Fornire qui sotto un appuntamento». «Fellator trovasi qui ogni sera alle 8 precise. Gratis». La più parte di questi annunci, gli uni scritti con la scrittura di un uomo che sa maneggiare la penna, gli altri con periodi cattivi, sono quasi tutti seguiti da una serie di appuntamenti, che lasciano intravedere come il rapporto tra i due omosessuali sia un fatto compiuto: «Stasera non posso alle 10, ci sarò alle 10 e mezza. Ti bacio dove sai». E non fornisco altro esempio eguale. Si tratta evidentemente di omosessuali che sono, rispettivamente attivi o passivi, dediti alla forma più bassa di omosessualità, se possiamo ammetterne dei gradi; certamente ben lontani da quella forma ideale platonica che, nel nostro secolo, certuni AA. cercano pressappoco di nobilitare parlando dell’omosessualità come di un superomismo dell’amore. Nondimeno il mezzo per riconoscersi è facile e sicuro. Facile perché l’individuo affetto da omosessualità non ha bisogno di rivelarsi che all’omosessuale ricercato, essendo allo stesso tempo l’autore dell’annuncio e colui che lo espone: annuncio che non ha bisogno di parafrasi, ma che può parlare impunemente la lingua più comune e più volgare. L’ora precisa, il luogo fissato e molto poco frequentato, come ho detto, garantiscono fino a un certo punto dagli equivoci e allo stesso tempo l’integrità del cercatore. Per queste qualità, se è possibile chiamarle così, che servono da mezzo agli omosessuali per riconoscersi, ho creduto di poter segnalare questi casi nella speranza di avere nel palinsesto dell’orinatoio una traccia facile per sorprendere qualche omosessuale degno di essere studiato.
 
Clinica psichiatrica di Torino, 1906