sabato 2 settembre 2017

Noterella su “Maledetti toscani” di C.M.

Fresco della lettura di Maledetti toscani (Valecchi, Firenze, 1956), non posso sentir parlare di sigari toscani senza pensare a Malaparte e senza aggiungere all’«antico» della varietà prodotta col Kentucky, negli opifici di Lucca, un «maledetto». Perché così sono i toscani di Malaparte: antichi e maledetti, tra virgolette. Hanno, o vorrebbero avere – nell’immaginazione di Malaparte – una specie di perennità che è (sarebbe) perennità dell’indole, della mentalità, del gusto: fattori antropologici indigesti alla storia e che alla storia, dice Malaparte, «voltano il sedere» (p. 227), ma schiettamente e senza la presunzione di averla fatta, senza attribuirsela a parole e solo a parole (cfr. p. 230). Schiettezza del popolo toscano che in quel voltare le spalle manifesta apertamente il proprio disinteresse per la politica dei potenti, la propria vocazione al «particulare» guicciardiniano, l’interesse per il proprio orticello (cfr. p. 30). Anche «un senso casalingo della storia, per il quale [quel medesimo] ‘particulare’ si [sente] al riparo da ogni universale rivolgimento» (p. 30).
La celebrazione della toscanità, avverte Giuseppe Panella nel suo bel libretto su Malaparte (L’estetica dello choc, la scrittura di Curzio Malaparte tra esperimenti narrativi e poesia, Clinamen, Firenze, 2014), non è che una tarda ritraduzione della posizione politica, ideologica estetica che all’autore di Maledetti toscani proveniva dalla partecipazione a «Strapaese». Di più, nel romanzo picaresco Avventure di un capitano di sventura, che è del ’27, prosegue Panella, c’è già il nucleo di Maledetti toscani. (Né stupirà che uno dei protagonisti, il cavaliere di Marsan, si trattenga in Toscana per due secoli senza avvertire il tempo che passa). Capodopera per taluni, Maledetti toscani, taglia corto Panella (p. 24), non brilla per originalità e appare sopravvalutato; indulge al bozzettismo e questo è forse il suo difetto capitale. Maurizio Serra, nella sua autobiografia malapartiana, che ho prontamente scaricato, inclina a una critica caustica: «Il problema con Maledetti toscani […] è la sua proclività sciovinista, zeppa di affermazioni del tipo ‘i toscani hanno un modo di inginocchiarsi che è piuttosto quello di stare in piedi con le gambe piegate’: un gusto trito e ritrito della battuta e del quadretto di genere, a tratti insopportabile e, quel che è peggio, che suona falso».
Insomma, il Kitsch. Ma se sul Kitsch posso convenire, come sul bozzettismo d’altra parte, il giudizio del biografo mi appare eccessivamente severo. L’opera minore è davvero un «piccolo trattato di stile»; e che lo sia non ne rimpiccolisce il valore. Inoltre, quanta impazienza di squalificarne «i giochi di parole» e «i giri di frase» che «a un orecchio italiano [suonerebbero] un po’ troppo datati»! Come se in un trattato di stile – o nel pastiche – non avessero un valore proprio per quella loro patina vintage (che è parola impiegata anche da Panella non senza cautele). (Tuttavia, conclude Serra, «l’artificiosità esprime una lacerazione autentica» e Malaparte «è sempre stato un mitomane, incline all’affabulazione perché per lui la realtà non aveva alcun valore oggettivo, verificabile». Ecco, se questa non è una banalità, è bensì un pensiero che non significa nulla).
Maledetti toscani seduce per la sua sapienza compositiva, seduce con la sua lingua icastica e immaginifica (in talune pagine mi ricorda Gide), con i suoi giochi di parole e, per impiegare un’espressione del medesimo Serra, con la sua «allegra cattiveria».