lunedì 2 ottobre 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Immagine di Thomas Bossard
Attorno alla metà degli anni Settanta fui Telemaco per una notte. Ricordo il giorno, il quindici di agosto, ma non l’anno preciso. Fui Telemaco e mio padre fu Zeus: sì, Zeus. E mia madre fu Era, mio fratello fu una piccola piovra, una cugina popputa fu una sirena, con due stelline sulle mamme (pisciforme come vuole la falsificazione del mito). Odisseo, legato sopra la barca, lo faceva il figlio di non so più chi e, accanto a me, una mora procace era Penelope. Mio padre Zeus scagliava saette di stagnola, io, feretrato arciere con tunichetta e fascia sulla fronte, tendevo il mio arco giocattolo. La nuvola di mio padre e di mia madre era l’oblò di una caravane (alla francese); Itaca, su cui stavo installato con l’altra mia madre, un tavolo robusto addobbato di tramagli e reti; il mare due strisce pitturate che quattro braccia spostavano alternatamente a destra e a sinistra simulando il movimento delle onde sotto l’arco scenico della veranda. Vincemmo un premio che ritirai nella sala ristorante del camping jesolano, sul Lio Cavallino, che ci ospitava. E si trattava effettivamente di una messinscena – quasi un tableau vivant – degna di certo Fellini. Da qualche parte ci sono delle fotografie che provano che non mento né esagero. (Se Recalcati avesse assistito allo spettacolino – ma lo vedemmo tutti andare caccia di lucciole e di lampioni – non avrebbe scritto quelle banalità).

Settembre sulle rive del Verbano significa pesca sportiva e caccia al tesoro (sulle isole borromee); significa voli in parapendio, gare podistiche e in bicicletta; significa musica (di complessini scapestrati); significa cibo e birra o vinello. Insomma, attività perigliose che paesane e paesani intraprendono come certi sonnambuli e che il dott. Gall spiegherebbe esaminando il cervello, autentico geroglifico psicologico: il cervello dei partecipanti, va da sé. Stamani, per esempio, tra Taino, Barza, Barzola e Ranco (golfo della Quassa), s’è svolta una biciclettata. V’hanno partecipato trenta individui fra vecchi e giovani e infanti; tutti magliettati (che è parola di carpentiere ma che qui è impiegata pickwickianamente), col logo stampato sul davanti: due cerchi bianchi su fondo rosso, due ruote, rœude, wheels (avete notato che nei loro motti le società sportive oscillano sempre tra il dialetto e l’inglese?). Preceduti dalla Fiat Punto della polizia municipale, seguiti da ben due ambulanze (donate dalla Conad), accerchiati da un nugolo di motociclisti-sbandieratori fluorescenti. I giovani pedalavano con gli occhi sullo smartphone, gli anziani dondolando il manubrio (è una ginnastica per l’equilibrio). Il traffico degli automobilisti dietro, una fila che nei pressi di Ranco sulla statale che connette Ispra a Sesto s’è fatta chilometrica, muoveva lentamente ingranando la prima e la seconda senza superare mai i 20 km/h. Imboccata la via Quassa, dotata di ampia pista ciclabile, il gruppuscolo di ciclisti/bikers procedeva ostinatamente sulla carreggiata riservata alle automobili, ma solo per non mettere in difficoltà le autoambulanze. Ultima della fila una bimba, con mammà e papà, una bimba pedalante forsennatamente, per non perdere il contatto col gruppo, e incalzata dalla lettiga – cui lanciava occhiate disperate – come da uno squalo. Un ciclista più ciclista degli altri in tutina nera deliberava, per la prima volta dacché monta il biciclo, di utilizzare la pista ciclabile onde evitare l’ingorgo prodotto dalla carovana oramai quasi ferma.

Stamani, 7 settembre, alle quattro – ore antelucane, ovviamente –, mentre mi sorbivo un caffè al bar, ho sfogliato Pulvis et umbra di Manzini. Lo pubblica Sellerio. Le copertine Sellerio mi piacciono molto: anche quelle blu con l’immagine nel riquadro e che nel 99% dei casi recano il nome di Camilleri. Pulvis et umbra: un bel titolo, sicuramente. Trovo divertente che una fan, da qualche parte, abbia annotato: «Chi ti scrive i titoli è un genio». Pulvis et umbra si apre con un esergo di Cioran: «Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un’ombra, diecimila cani ne fanno una realtà». Come se un’ombra non fosse una realtà! Cioran è sempre troppo metafisico per i miei gusti (o forse sta solo ripetendo Plinio il Giovane). Pulvis et umbra, nel primo capitoletto, fa sicuramente della metafisica: Marco ha cinquantadue anni, l’età di Manzini, ha una moglie e tre figli, fa il commerciante di materiale idraulico. Da due anni non ha più rapporti sessuali perché Barbara, la moglie soprammentovata, ha chiuso i rubinetti (metafora appropriata considerato il di lui mestiere). Tuttavia Marco, a cinquantadue anni, ha gli ormoni dei «tempi del liceo» e al mattino si alza con un’erezione dolorosa che deve placare in qualche modo. In questo primo capitoletto, troviamo Marco davanti al citofono di una prostituta che riceve in casa. Ecco, pensando a Marco e alla sua foja, mi viene da correggermi: non un racconto metafisico bensì un racconto fantastico, inverosimile. Nel secondo capitoletto (ne ho letti due), Rocco parla col cane e gli racconta la sua prima volta. Ha quindici anni e con gli amici va al campeggio dove giungono in piena notte. Piantano una tenda canadese attutendo i colpi sui picchetti con il tessuto delle magliettine; un tedesco si lamenta: «Scheisse!», esclama. Il tenue filo del rifacimento ‘colto’ si spezza subito e ritroviamo Rocco sulla spiaggia con una ragazza. Va malissimo perché infila ripetutamente il pene fra i ciottoli e si procura un’abrasione ecc. Ecco, pure qui il drammatico si volge nello straordinario, nell’inverosimile. Sì lo so che tutto questo vorrebbe essere umoristico, comico, ma far ridere ballando il cordace!...

Sono passato al Brico, che per me è sempre locus amoenus e un hortus conclusus, infine, un hortus deliciarum, per procurarmi una roncola (ho preso una Helko Gertel) e gli elementi di una canna fumaria. Tutte quelle locuzioni latine vorrebbero denunciare la mia passione per il commercio di chiavi semplici e combinate, a bussola, esagonali, a forchetta, a tubo, a pipa, inglesi, di martelli magli mazzuoli (notare, prego, l’abolizione delle virgole che fa prosa culta), di cacciaviti, di morse; insomma, per tutta l’utensileria cui aggiungo ancora viti (quelle a testa di martello meritano una menzione speciale), bulloni e minutaglia… Perdonate la divagazione. Stavolta ho rinunciato alla polo blu e ai jeans e ho optato per i jeans con le bretelle e per una camicia a quadri da boscaiolo. Ingressando (lo si direbbe dei libri) ho simulato un’aria smarrita come a dire: «Dove diamine mi ritrovo?». Tutto questo perché con la suddetta polo blu e il supercilio vengo puntualmente scambiato per un operatore del Brico; e l’ultima volta un tizio mi ha interrotto mentre proferivo le seguenti innocenti parole indirizzate a chi mi accompagnava: «Ci sarà da verificare l’esistenza dell’articolo a magazzino», per chiedermi dell’acqua ragia. «Je ne suis pas un commis de quincaillerie, Monsieur, je suis désolé», dichiarai e lui, abbassando gli occhi sulla polo, «Ut libet». Se debbo essere sincero ricordo casi consimili: in una sede INPS smistai il traffico al piano superiore dove m’era parso di indovinare ci fosse un certo ufficio; presso il Centro Psico Sociale di ***, mentre parlavo al telefono con Dentello, accompagnai la sig.ra Elvira dalla mia segretaria-infermiera. (Chissà poi che stavo dicendo a Dentello!). Mi pare d’essere quella bestia di Bruno che era un po’ tutti, che svolgeva un po’ tutti i mestieri, interpretava un po’ tutti i ruoli: l’asino. (Oh, l’animal que donc je suis!). Bene, la canna fumaria è al suo posto (allegherò magari fotografia); io sono qui seduto in poltrona che saggio il filo della roncola col pollice.