giovedì 11 gennaio 2018

Noterella a La crociata dei fanciulli di Marcel Schwob

Forse le parole più belle, lasciatemi esordire così, Marcel Schwob, nella sua Croisade des enfants (Crociata dei fanciulli), le mette in bocca a Gregorio IX nell’ultimo capitoletto. Assiso sulle rocce – un trono di rocce – di fronte al Mediterraneo, chiede ragione – nel senso di conto – della strage dei fanciulli diretti a Gerusalemme: «Ils allèrent jusqu’à la cité de Marseille; ils allèrent jusqu’à la cité de Gênes. Et tu les portas dans des nefs sur ton large dos crêtelé d’écume ; et tu te retournas, et tu allongeas vers eux tes bras glauques, et tu les as gardés. Et les autres, tu les as trahis, en les menant vers les infidèles ; et maintenant ils soupirent dans les palais d’Orient, captifs des adorateurs de Mahomet [Andarono a Marsiglia; andarono a Genova. E tu li portasti in navi sul tuo vasto dorso e su creste di schiuma; e ti rivoltasti, allungasti su di loro le tue braccia glauche, e li ha trattenuti. E altri li hai traditi conducendoli presso gli infedeli; e ora sospirano nel palazzi d’Oriente, prigionieri dei seguaci di Maometto]». Questo mare antropomorfico convocato da Gregorio dà il via libera ad alcune speculazioni ‘teologiche’. Bisogna umanizzare tutta la creazione, assimilare ontologicamente tutte le creature, per decidere, una volta per tutte, dell’indifferenza di Dio: «Il a parfaite confiance en l’œuvre pétrie par ses mains […] Toutes choses sont égales devant le Seigneur. La superbe raison des hommes ne vaut pas plus au prix de l’infini que le petit œil rayonné d’un de tes animaux [egli ha una fiducia perfetta nell’opera impastata dalle sue mani (…) Tutte le cose sono eguali davanti al signore. La superba ragione degli uomini non vale di più, davanti all’infinito, del piccolo occhio iridato di uno dei tuoi animali]» – e dunque la lascia sola: «Ô folie puérile que d’invoquer son secours!».  Quella assimilazione ontologica – tutti eguali – non decide solo dell’indifferenza di Dio ma anche dello stato di ‘peccato’ e di ‘colpa’ di tutte le creature: «Les parties du monde sont aussi coupables les unes que les autres, lorsqu’elles ne suivent pas les lignes de la bonté; car elles procèdent de Lui. Il n’y a point à ses yeux de pierres, ni de plantes, ni d’animaux, ni d’hommes, mais des créations [Le parti del mondo sono tutte colpevoli alla stessa maniera quando non seguono le vie della bontà; perché procedono tutte da Lui. Non ci sono ai suoi occhi pietre, piante, animali, uomini, ma creature]». E dunque il mare è colpevole e deve rendere conto a Dio e agli uomini. Può redimersi il mare senza umiltà e senza speranza? Non sarebbe un’assoluzione impartita a ‘chi’ è incapace di ricevere la grazia, a ‘chi’ è incapace di penitenza? Gregorio non aggira il problema: «Ô mer Méditerranée! je te pardonne et je t’absous. Je te donne la très sainte absolution. Va-t’en et ne pèche plus. Je suis coupable comme toi de fautes que je ne sais point. Tu te confesses incessamment sur la grève par tes mille lèvres gémissantes, et je me confesse à toi, grande mer sacrée, par mes lèvres flétries. Nous nous confessons l’un à l’autre. Absous-moi et je t’absous. Retournons dans l’ignorance et la candeur [O mar Mediterraneo! Io ti perdono e ti assolvo. Ti do la santa assoluzione. Vattene e non peccare più. Io sono colpevole come te di tutti i peccati che non so. Tu ti confessi incessantemente sulla spiaggia con le mille tue labbra gementi; io mi confesso a te, grande mare sacro, con le mie labbra vizze. Confessiamoci l’un l’altro. Assolvimi e io ti assolvo. Torniamo nell’ignoranza e nel candore]». Bossuet diceva che Dio mette il suo perdono in vendita, «son pardon en vente»; aggiungeva: «per così dire [pour ainsi dire]». Dio perdona se noi, a nostra volta, perdoniamo, se perdoniamo il nostro prossimo. Un dio che ha piena fiducia nelle sue creature, un Dio lontano, indifferente, lascerà che le creature si perdonino, si assolvano fra loro, incessantemente. Che fare qui sulla terra? «Que ferai-je sur la terre?». Gregorio vuole edificare un monumento espiatorio affinché i posteri sappiano e non disperino: «Et ils montreront aux voyageurs pieux tous ces petits ossements blancs étendus dans la nuit [e mostreranno ai viandanti pii i piccoli ossami bianchi distesi nella notte]». Perché la pietà va testimoniata.

lunedì 8 gennaio 2018

Il gioco del panino di Alan Bennett

Ho letto Tlaking Heads II di Alan Bennett (Il gioco del panino, Milano, Adelphi, 2016). Raccoglie sei monologhi che Bennett ha scritto nel corso degli anni. Si parla spesso dell’umorismo di Bennett e vi si aggiunge il solito aggettivo: inglese. Questi sei monologhi sono sì umoristici, ma di un umorismo che inclina all’ironia. Beninteso, non il sarcasmo che svillaneggia. Bennett vuole bene ai suoi personaggi. Torno a quell’aggettivo, inglese. Il Taine, nelle sue Notes sur l’Angleterre parla di questo benedetto humour – che per lui è un esprit, ovviamente. Scrive (la frase è riportata anche da Pirandello nel suo famoso saggio sull’umorismo): «Non è che manchino di esprit; ne hanno uno a loro uso e consumo, a dire il vero poco amabile, ma assolutamente originale, di sapore forte, pungente e anche un po’ amaro, come le loro bevande nazionali. Lo chiamano humour; in generale è la spiritosaggine di un uomo che, scherzando, serba un’apparenza grave» (Notes sur l’Angleterre, Paris, 1872, p. 344). Ecco, in Bennett non resta che l’amaritudine di questo scherzare. (Non saprei dire se Taine ci azzecchi con questa sua definizione e, d’altra parte, diceva Chesterton, chi propone una definizione lo fa per il piacere di essere contestato). L’amaritudine, nei monologhi di Bennett è accresciuta dal fatto, ovvio, che c’è un’unica voce monologante: ciò che ci porterebbe a riflettere sulla solitudine implicita di ogni autentico monologo. È un monologo una lezione all’università? Sì e no. La verità è che la parola monologo è sbagliata. Qui e in tutti i casi consimili si tratta di soliloquî: di parole che uno (il personaggio) rivolge a se stesso, di parole senza risposta. Bennett fa precedere la sua raccolta da una confusa quanto paradossalmente esplicativa introduzione.  

Frammenti sull’amore di María Zambrano

Con il titolo Frammenti sull’amore, Mimesis, nella collana Minima/Volti, ha fatto uscire, qualche anno fa, nel 2011, un volumetto che raccoglie due piccoli scritti di María Zambrano: il primo intitolato Due frammenti sull’amore (Dos fragmentos sobre el amor); il secondo, Per una storia della pietà (Para una historia de la piedad). L’ho riletto in questi giorni, con la mezza intenzione di scriverne, e m’è venuto da riflettere sul titolo editoriale. Questi scritti sono possono passare effettivamente per i frammenti di un discorso più ampio, che è poi il discorso filosofico – straordinariamente unitario, mi pare di poter dire – di María Zambrano. Pur appartenendo a periodi diversi della vita della filosofa – il primo venne pubblicato dalle Begar Ediciones nel 1982; il secondo nella «Revesta Lyceum», nel 1949 – gli scritti sono sorretti da un medesimo pensiero: «il sublime sentimento – recita la quarta con esattezza – che apre i segreti dell’altro, spinge il cuore oltre i confine di una vita». Dico ‘con esattezza’ per dire che non sono parole ‘retoriche’: cautela non superflua nell’epoca in cui il discorso amoroso si è disciolto in uno smemorato giulebbe (Gadda). ― Zambrano ne accenna in un passaggio: «L’assenza dell’amore non consiste effettivamente nel non apparire in episodi, in passioni, ma nel suo essere confinato negli stretti limiti della passione individuale» (p. 17). Esso – l’amore, ma lo stesso dicasi della pietà – sparisce dalla scena pubblica, «non sembra presiedere il destino degli uomini» (p. 18). Questa indigenza merita una qualche considerazione (genealogica). L’amore, esordisce Zambrano (p. 14), ha fatto scoprire agli uomini «lo spazio infinito di una libertà reale, la libertà che l’amore concede ai suoi schiavi». L’amore feconda la libertà, la rende produttiva, dialettica. Eppure l’uomo moderno sembra destinato a vivere solo il lato negativo di questo momento: quello di una libertà privata dell’amore, e cioè di una pseudo-libertà, di una libertà vuota, senza intentio. E così l’orizzonte torna a chiudersi, il tempo perde il futuro. Certo il Romanticismo, l’amore, lo ha messo a tema (e quella fede, romantica, fede nell’amore e nell’avvenire, avverte Nietzsche, si è ben presto mutata in una brama del nulla, in nichilismo). Ciò che può sorprendere è il fatto che nessuno oggi si sogni di osteggiarlo apertamente, di formulare leggi contrarie, bandi che lo escludano dalla città. Se ciò accade è perché resta separato dall’infinito della libertà. A una libertà negativa corrisponde un amore contraffatto, supplito, disgregato, disintegrato, «confuso con la moltitudine dei sentimenti, o degli istinti», rimpiccolito nella libido, medicato come una «malattia segreta» (p. 13). («Ha rinunciato all’amore in cambio dell’esercizio di una funzione organica; ha scambiato le sue passioni per i complessi» ‹p. 15›). E poiché l’amore è momento dell’antropopoiesi, se non dell’antropogenesi, il suo scadimento è anche scadimento dell’umano e dell’umanesimo: «Tutte le forze contrarie a ciò che un tempo rispondeva al nome di ‘umanesimo’ hanno preso oggi la sua forma, la sua figura, il suo stesso nome» (p. 15). Nel posto lasciato vacante dall’umanesimo, la libertà si muta in necessità, l’uomo in una «realtà psicologico-sociale», la ragione, che altrove Zambrano ha definito razón maternal, in ragione calcolante (nel «senso iniziale della ‘ratio’ latina: dar conto» ‹p. 16›; subjective reason secondo l’espressione di Max Horkheimer). E questa è la nemesi – o la giustizia – dell’amore negato (p. 17). ― Sin qui Zambrano non ha offerto alcuna definizione dell’amore e, a rigor di termini, non la offre neppure nelle pagine seguenti. La via prescelta, come chiarisce nello scritto successivo sulla pietà (p. 36), è quella negativa. Esclusa la definizione – strumento «rozzo e inadeguato» (p. 35), non resta che una «presentazione» (ivi) o, in certa misura, «l’espressione» che, chiaramente, «fa parte della vita dei sentimenti» (p. 34). Nelle ultime pagine del nostro primo scritto, l’amore trova qualcosa come una simile presentazione-espressione. Intanto viene in chiaro che l’amore apre (al)la conoscenza, come ben avevano capito i greci (p. 18). Se è questo autentico agente di libertà, esso scalza l’uomo e lo mette in movimento («perché essere uomo è essere fisso» ‹p. 22›): «L’amore trascende sempre […] apre il futuro» e alla speranza; e apre all’altro, fa posto all’altro (cfr. anche M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano, Cortina, 1996, p. 94), fino al sacrificio di sé («è un vero apprendistato per la morte» ‹p. 21›). Certo, anche per restarne deluso, perché amore conosce la delusione e non si acquieta, non si dà pace, sopprime ogni compimento. Agente di libertà e «agente di distruzione» (p. 19). Con ciò scopre e fa conoscere i limiti. E tutto ciò è assolutamente necessario perché l’amore possa agire «come conoscenza» (p. 22). ― Due scritti, s’è detto, stesi in occasioni diverse ma ispirati a un medesimo pensiero: pensare o passare all’altro senza il dramma degli egoismi: e cioè autenticamente. E uno stesso metodo di presentazione; anche questo lo si è detto. Infine l’iscrizione nel discorso complessivo e unitario della filosofa. E così in Per una storia della pietà troviamo molti degli argomenti affrontati nel primo scritto (che, lo ricordo, è posteriore). L’amore rinvia alla pietà. «Non è l’amore propriamente detto in nessuna delle sue forme e accezioni», dice Zambrano, benché essa, la pietà, costituisca «il genere supremo […] dei sentimenti amorosi o positivi» (p. 32). Eppure la pietà, questo proto-sentimento, questo «sentimento iniziale», «ampio e profondo», «patria di tutti gli altri» (p. 35), è – come per Rousseau o per Mandeville – la nutrice dell’uomo, determina storicamente, evolutivamente, l’antropogonesesi, giacché né l’uomo né i sentimenti nascono d’un coup; e, come l’amore, è oggi in disarmo, disarmo «che coincide con l’auge del razionalismo» (p. 37), supplita dalla tolleranza (p. 38), dalla filantropia, dalla giustizia (p. 40). Come l’amore, fa spazio all’altro; con una bella espressione: «È il sentimento dell’eterogeneità dell’essere» (ivi); come l’amore alimenta la creazione e produce la conoscenza primeva, quella del sentire e del con-sentire. Logos viscerale – «che si deve ripartire bene per le viscere», logos «orfico-pitagorico», dice Zambrano in un altro luogo (Dell’aurora, Genova-Milano, Marietti, 2000, p. 123) – logos che restituisce la voce a chi non ce l’ha, in cui risuona il lamento di Euridice. ― Le parole di Zambrano non possono non echeggiare, drastiche e incoraggianti, negli anni in cui anche nello smemorato Occidente la partecipazione all’essere si sta nuovamente – la dico con Lévinas – drammatizzando «negli egoismi in lotta gli uni contro gli altri».

venerdì 5 gennaio 2018

Diario di un dolore di C.S. Lewis

Questo Diario di un dolore (tr. it. di Anna Ravano, Milano, Adelphi, 1990, pp. 85, 9,00; titolo originale, più ficcante, A Grief Observed) C.S. Lewis lo fece uscire, sotto pseudonimo, nel 1961, l’anno successivo alla morte della moglie per cancro; e all’esperienza del lutto è interamente consacrato. Con ‘interamente’ intendo dire che Lewis indaga il dolore della perdita fin da principio, e benché ammetta – scopra – che il lutto ha bensì un inizio ma non una fine, benché sappia che dovrà interrompere arbitrariamente la redazione delle sue note, la processualità di un divenire (nell’afflizione) è abbracciata compiutamente. L’afflizione non è una mappa ma un processo dice Lewis (p. 67): un processo che diviene intelligente di sé, che dalla sorda e cieca corporeità del dolore, affine alla paura (p. 9), si eleva all’intelligenza e all’attenzione: e cioè al discernimento di ciò che, nella perdita della persona amata, appartiene (apparterrebbe) all’afflitto e di ciò che appartiene (apparterrebbe) al defunto (perduto, assente par excellence). L’intelligenza: una forma dell’amore. Certo Lewis, che è scrittore profondamente cristiano, fa dell’intelligenza una specie di ipostasi (in un senso che andrebbe definito) del defunto; ma in punto del suo resoconto sembra particolarmente consapevole delle embricazioni (non trovo parola più adatta): «Se è stato un rigurgito dell’inconscio [il mio inconscio è] molto meno primitivo del mio io cosciente»; «Da qualsiasi parte sia venuto, ha dato alla mia mente una, diciamo così, bella ripulita» (p. 83). L’ipostasi, Lewis lo sa bene, nasconde insidie. Già precedentemente aveva considerato, con costernazione, l’inganno del ricordo: l’immagine (idea) che ci facciamo delle persone, in abstentia delle medesime, è spesso smentita dagli atteggiamenti, dai comportamenti che esse adottano nell’occasione di un nuovo incontro. Ciò marca la distanza tra la vita e i romanzi (Lewis è un romanziere), dove le parole e le azioni sono perfettamente in carattere con il personaggio immaginato (p. 76). Ora la sopravvivenza del noùs del defunto (p. 83), sorta di volatile ammoniaco della persona scomparsa, non confligge drammaticamente con la dottrina della resurrezione dei corpi? Il libretto di Lewis, lo si sarà capito, è una teodicea; quell’intelligenza lì è (anche) l’intelligenza di Dio (in entrambi i sensi del genitivo). Lo sguardo di Dio e dei defunti su di noi (l’idea che i morti ci vedano non è ‘peregrina’ nella testa dei viventi) rappresenta una specie di sfida: la sfida a divenire spirituali ma pure, in un piccolo momento di… hýbris (p. 82), a divenire un dio: «Avanti, forza! Diventa un dio».

lunedì 1 gennaio 2018

Spigolature (a Mirella Baietti, in memoriam)

«La parte migliore dell’uomo è presto arata nella terra per farne concime».
Thoreau


foto di Mirella Baietti
Bellissima foto di Mirella Baietti risalente al 1991. Siamo a Tana Toraja in Indonesia sull'isola di Sulawesi (celebes). I Toraja, ci dice Mirella, hanno riti funebri complicati. Le statue lignee affacciate ai balconi sono i Tao-tao. Sono poste a guardia dei loculi scavati nella parete rocciosa.

Mi scoccia fare la spesa al supermarket la domenica: penso alle persone che vi si recano all’apertura e che vi passano la giornata, fra scaffali e frigoriferi e bancali di acqua: penso agli anziani.

Leggendo le biografie dei grandi maestri —nessun riferimento alla massoneria, parlo invece dei grandi poeti, pittori, musici... artisti, insomma, parola che in verità detesto abbastanza... —, leggendo dunque le loro biografie, il supervantaggio è che sai già come va a finire. Mi ci ha fatto pensare chi, vedendomi chiudere il libretto di Nina Berberova su Borodin, e alquanto distratto, mi ha domandato appunto: «Come va a finire?» — «Muore!» è stata la mia risposta, «ma questo già lo sapevo». La fredda certezza del sepolcro ci consente di gustare, per così dire, il viaggio e di immaginarne (lo ha già fatto per noi il biografo se è bravo) l’inevitabilità. Per esempio è ‘naturale’ che Borodin caracollasse fulminato da un infarto mentre ballava e gioiva nella sua piccola comunità di studenti, di parenti, di bighelloni, di questuanti. 
(La battuta sui grandi maestri della massoneria è di Alfred Brendel)

Mi sono incapricciato di questo piccolo testo del barone von Grimm e mi sono messo a tradurlo. Mi piacerebbe farne un libretto, col testo francese a fronte e una breve introduzione (di non più di venti pagine): un libretto come piace a me, su cui l’occhio del lettore (se ci sarà lettore) cascherebbe ex post, per così dire. (Mi piace questa idea di sovrapporre l’autore all’editore-stampatore, questa auturgia…). All’uopo sto raccogliendo del materiale sul barone e, a dire il vero, si tratta di pescare fra vecchi testi della mia biblioteca. Infatti, del barone mi ero già occupato indirettamente… Ma facciamola breve. Fra i primi a menzionarlo, Rousseau, nelle Confessioni, in quel libro ottavo che racchiude eventi capitali della vita e della carriera del ginevrino. Grimm è fra i suoi amici e, con Diderot, dei più intimi. Ecco, tutte le volte che rileggo quei passaggi delle Confessioni mi viene in mente la cantonata che prese Enrico Fubini nel suo Gli enciclopedisti e la musica (Torino, Einaudi, 1971 e 1991). Fubini è un musicologo insigne; i suoi studi sulle estetiche sette-otto-novecentesche sono notevoli; inoltre Fubini è un traduttore. A p. 99 del testo summenzionato, tira in ballo Diderot e Grimm e una protesta di Rousseau: i due, traduce, «sembrarono far di tutto per alienargli le simpatie dei governanti»; e cioè della corte. Io però quel passaggio lo ricordo bene: Rousseau si lamenta del fatto che i due, Grimm e Diderot, sembrano volergli alienare le simpatie delle governanti di casa: e cioè di Marie-Thérèse Le Vasseur, la moglie-domestica, e della di lei madre. Si spingerebbero, a giudizio suo, a proporre alle due donne l’apertura di un commercio di Sali, di una tabaccheria… Quel che è peggio è che Fubini ne trae alcune conclusioni critiche sul Devin du village. Incidenti in cui può incorrere un traduttore. Leggo, per esempio, che il professor Emanuele Rocco, traducendo Zola (L’Assommoir), tradusse suie, che significa fuliggine, con sugna, venendosene fuori così: «Hanno della sugna didietro».

Freddy Chuchuca è certamente un personaggio concettuale. Che svolga il ’mestiere’ dell’antropologo, quello del critico d’arte, del maître d’hôtel… poco importa; importa invece che ‘incarni’ il concetto. Sì, ma di quale concetto stiamo parlando? Potrei spiattellarlo qui e risparmiarmi il seguito, ma il barone poltrisce e Freddy, insomma, Freddy ci tiene a essere ‘spiegato’. Com’è noto – almeno ai lettori di Kallir – la A sta per il maschio, la B, che è panciuta, gravida, per la femmina, la C per ciò che viene dopo: l’utero, il concepito... il conceptus, anzi, il Conceptus (la retorica delle maiuscole aiuta), e cioè (anche) il Concetto, il pensiero. Freddy ChuChuca è dunque, come tutti noi che non siamo personaggi concettuali, e dunque non esattamente come tutti noi, il Concepito di una A e di una B. A, il su’ babbo (papaíto), potete starne certi, è l’Asinità, l’ignoranza; B, la su’ mamma (mamaíta), la Bêtise, la stupidità. Ora, oggi, ma pure un tempo, come mostrano le attenzioni di tanti filosofi e letterati (p.e. Agostino, Erasmo, Giordano Bruno, Buadelaire, Flaubert, Bloy…), all’Asinità e alla Bêtise e al loro Concepito, e cioè a Freddy Chuchuca, non pare disdicevole offrire parecchie opportunità, chances… e persino(!) qualche cattedra universitaria. Chuchuca, Sciascia lo chiamava il cretino-intelligente. Mi pare una buona definizione.

Un homme, ennemi du mensonge, avait coutume de tout nier à un menteur de profession...

Il fatto che il Contre-Foucault di Mandosio sia stato sponsorizzato da Berardinelli getta su Mandosio e sul suo libro una luce raccapricciante.

Leggo l'articolessa di Scalfari sulla Repubblica di oggi. Parte bene, elencando in bell’ordine gli errori di Renzi (che, tra parentesi, mi ricorda un po’ l’Halyomorpha halys, la cimice asiatica marroncina che un momento sta sul pero e un momento sul fico, come dice rassegnato Francesco Vincenzi, grande coltivatore nel mirandolese). Poi però (Scalfari) attacca con Montesquieu e con Aristotele, e ti domandi se non stia ancora ripassando il Dal Pra.
(22 ottobre 2017)

Mirella Baietti amava tante cose; e fra le tante cose che amava c’era la sua casa qui a Comabbio, in mezzo al bosco, in cima a quello che i comabbiesi chiamano enfaticamente monte e che invece è una collinetta. Fino a poco tempo fa vi campeggiava, ben visibile dalle mie finestre, uno striscione blu con una scritta bianca. Piazzato lì per chissà quale iniziativa festaiola della comunità, recava il nome della collinetta: «Pelada». Celiando dicevo a Mirella che quello striscione lo avevano messo per segnalare la sua casa nel bosco: la casa dove passava parecchio tempo con il suo cane e con i suoi libri. — Nulla di più sciocco che la pretesa che le persone ci preparino alla loro morte. Che poi, in qualche maniera, e se ne hanno il tempo, lo fanno. — Mirella, nel suo amabile scetticismo, su certi argomenti ci andava giù diretta. A commento di un paio di versi di Tomas Tranströmer («Le mie rive sono basse, se la morte si solleva di due decimetri / resterò sommerso»), annotava: «Le mie sono anche più basse». Era, quando lo diceva, un paio di anni fa, in perfetta salute. Le ho scritto martedì scorso, nelle ore antelucane, per avere ragguagli. Fra l'altro mi ha domandato che ci facessi in piedi a quell’ora. Le ho detto che stavo leggendo ma non era vero: la stavo pensando.
(27 ottobre 2017)

‘Il faut se livrer à la vérité’, mais on peut aussi dire, par exemple, ‘livrer le cerf aux chiens’. La vérité peut avoir la férocité d'un chien sur le sentier du gibier. Je dis ça pour parler... Les pensées (qui me mordent) me dérobent, tout au plus, quelques heures de sommeil.

 Piove... Abbiamo atteso così a lungo la pioggia, qui, sulle rive del Verbano, che stamani un certo entusiasmo serpeggiava fra le anziane che si sorbivano il cappuccino al bar — fra queste e fra le chiocciole nel cortile sotto la mia magnolia secolare.
(5 novembre 2017)

Questo vento novembrino nemmeno troppo freddo ma impetuoso che spazza il mio cortile, scompiglia la chioma della magnolia secolare... ulula nella canna fumaria del camino... Ulula? Non esageriamo: non è lupo questo vento, e nemmeno cane. E poi è mezzodì, un po' dopo, non mezzanotte. Stamani i gatti attendevano, fuori della porta, la vicina, indifferenti ai mulinelli di foglie...
(13 novembre 2017)

Il testo più bello che abbia scritto finora comincia così: Me ne andavo al mattino a spigolare, quando ho visto una barca in mezzo al mare… Può principiare il testo più bello con le parole di altri? C’è un’arte del bouquet che consiste nel raccogliere fiori per comporre (parola importante) un’armonia di colori, di fragranze, di colori; un’arte che si accorda con l’ambiente, con le circostanze, con la fortuna: ci sono bouquet funebri, maritali, festivi, feriali… c’è il bouquet di violette di Robert Schumann. Un’arte della composizione e un’eloquenza (dei casi, delle occasioni). Dovrei proseguire in qualche modo dicendo che non c’è arte che non sia combinatoria, che non componga segni, ma mi pare di crollare dalla stanchezza, come dopo un ballo frenetico. Il testo più bello? Lo scriverò un’altra volta. E poi l’arte è al di sopra dei miei mezzi.
(7 dicembre 2017)

Il fatto che talvolta (forse spesso) non riconosca il volto delle persone comincia a preoccuparmi. La mia vicina (che riconosco) mi dice che la nipote, di quarantasei anni, è morta. «Te la ricordi?». Sono costretto a dire che non me la ricordo. «Passava per strada con due bambine per mano», mi si dice, «e sostava sotto la tua magnolia secolare, seduta su quella panchina verde»…
(8 dicembre 2017)

La mia adorabile vicina, che è gattara per passione e per professione, alleva una serpe in seno. Che poi, ovviamente, non è una serpe ma un bel gatto tigrato di sei mesi, un gatto tigrato e pasciuto, come dice lei; oppure, invertendo l’ordine degli attributi, pasciuto e tigrato. Uscendo l’ho trovata per terra, carponi, con la testa infilata tra le piante e i fiori finti che occupano una buona metà dell’androne: «Mi sa che l’ha fatta qui», ha detto. Frattanto il micio, di cui non s’era accorta, se ne stava seduto dentro un vaso e la guatava.
(18 dicembre 2017)

Nella mia Wanderung quasi quotidiana sulle rive del Verbano, a bordo della mia spider (due posti secchi), capisco qualcosa di più sulla somministrazione dei concimi. Per esempio ho veduto moduli spandiletame in azione in questi giorni, benché qui e là vi siano ancora tracce della recente nevicata. E comprendo anche che è con malvagità che questi mezzi ingombranti si piazzano davanti ai biciclisti in tutina che percorrono le strade del parco della Quassa.

Dovrei andare dal barbiere per una sforbiciatina ai capelli. Il mio barbiere è un tipo simpatico. Ammira la mia chioma e lamenta il fatto che la sua non sia altrettanto mirabile. «Mi trascuro», dice. Il mio barbiere è calvo. Dico che dovrei andarci ma qualcosa mi trattiene: un’ombra di inquietudine. Infatti l’ultima volta, proprio mentre lavorava di forbici sopra quello che i fisiologisti moderni chiamano «le cuir chevelu» (grazie monsù Deriège!), irrompeva un tizio che gli annunciava di aver finalmente recuperato un tosaerba. Ora, dovete sapere che il mio barbiere con la sua brigata si occupa di tosare il prato attorno al santuario e che da tempo inseguiva un tosaerba a scoppio munito di seggiolino, per star comodi. Ecco, fu l’entusiasmo senza dubbio, ma il mio barbiere cominciò a strafare con le forbici e ne uscii grosso modo come quel prato.

Piova dirotta, o quasi, sulle rive del Verbano; una pioggia gelida… Paiono le pubblicazioni delle dell’osservatorio ma abbiate pazienza. Negli obitori c’è una sala vestizione: ecco un mestiere che non vorrei mai esercitare. Come si sta dopo aver rivestito mille salme? Si diventa cinici? Filosofi? Si commenterà, fra sé e sé, la mise di Tizio o di Caio? Oppure regna nell’abbigliamento una sobria monotonia? Forse anche il ‘necroforo’ ha bisogno di essere salvato… dalla noia, dalla melancolia…