venerdì 5 gennaio 2018

Diario di un dolore di C.S. Lewis

Questo Diario di un dolore (tr. it. di Anna Ravano, Milano, Adelphi, 1990, pp. 85, 9,00; titolo originale, più ficcante, A Grief Observed) C.S. Lewis lo fece uscire, sotto pseudonimo, nel 1961, l’anno successivo alla morte della moglie per cancro; e all’esperienza del lutto è interamente consacrato. Con ‘interamente’ intendo dire che Lewis indaga il dolore della perdita fin da principio, e benché ammetta – scopra – che il lutto ha bensì un inizio ma non una fine, benché sappia che dovrà interrompere arbitrariamente la redazione delle sue note, la processualità di un divenire (nell’afflizione) è abbracciata compiutamente. L’afflizione non è una mappa ma un processo dice Lewis (p. 67): un processo che diviene intelligente di sé, che dalla sorda e cieca corporeità del dolore, affine alla paura (p. 9), si eleva all’intelligenza e all’attenzione: e cioè al discernimento di ciò che, nella perdita della persona amata, appartiene (apparterrebbe) all’afflitto e di ciò che appartiene (apparterrebbe) al defunto (perduto, assente par excellence). L’intelligenza: una forma dell’amore. Certo Lewis, che è scrittore profondamente cristiano, fa dell’intelligenza una specie di ipostasi (in un senso che andrebbe definito) del defunto; ma in punto del suo resoconto sembra particolarmente consapevole delle embricazioni (non trovo parola più adatta): «Se è stato un rigurgito dell’inconscio [il mio inconscio è] molto meno primitivo del mio io cosciente»; «Da qualsiasi parte sia venuto, ha dato alla mia mente una, diciamo così, bella ripulita» (p. 83). L’ipostasi, Lewis lo sa bene, nasconde insidie. Già precedentemente aveva considerato, con costernazione, l’inganno del ricordo: l’immagine (idea) che ci facciamo delle persone, in abstentia delle medesime, è spesso smentita dagli atteggiamenti, dai comportamenti che esse adottano nell’occasione di un nuovo incontro. Ciò marca la distanza tra la vita e i romanzi (Lewis è un romanziere), dove le parole e le azioni sono perfettamente in carattere con il personaggio immaginato (p. 76). Ora la sopravvivenza del noùs del defunto (p. 83), sorta di volatile ammoniaco della persona scomparsa, non confligge drammaticamente con la dottrina della resurrezione dei corpi? Il libretto di Lewis, lo si sarà capito, è una teodicea; quell’intelligenza lì è (anche) l’intelligenza di Dio (in entrambi i sensi del genitivo). Lo sguardo di Dio e dei defunti su di noi (l’idea che i morti ci vedano non è ‘peregrina’ nella testa dei viventi) rappresenta una specie di sfida: la sfida a divenire spirituali ma pure, in un piccolo momento di… hýbris (p. 82), a divenire un dio: «Avanti, forza! Diventa un dio».