lunedì 8 gennaio 2018

Frammenti sull’amore di María Zambrano

Con il titolo Frammenti sull’amore, Mimesis, nella collana Minima/Volti, ha fatto uscire, qualche anno fa, nel 2011, un volumetto che raccoglie due piccoli scritti di María Zambrano: il primo intitolato Due frammenti sull’amore (Dos fragmentos sobre el amor); il secondo, Per una storia della pietà (Para una historia de la piedad). L’ho riletto in questi giorni, con la mezza intenzione di scriverne, e m’è venuto da riflettere sul titolo editoriale. Questi scritti sono possono passare effettivamente per i frammenti di un discorso più ampio, che è poi il discorso filosofico – straordinariamente unitario, mi pare di poter dire – di María Zambrano. Pur appartenendo a periodi diversi della vita della filosofa – il primo venne pubblicato dalle Begar Ediciones nel 1982; il secondo nella «Revesta Lyceum», nel 1949 – gli scritti sono sorretti da un medesimo pensiero: «il sublime sentimento – recita la quarta con esattezza – che apre i segreti dell’altro, spinge il cuore oltre i confine di una vita». Dico ‘con esattezza’ per dire che non sono parole ‘retoriche’: cautela non superflua nell’epoca in cui il discorso amoroso si è disciolto in uno smemorato giulebbe (Gadda). ― Zambrano ne accenna in un passaggio: «L’assenza dell’amore non consiste effettivamente nel non apparire in episodi, in passioni, ma nel suo essere confinato negli stretti limiti della passione individuale» (p. 17). Esso – l’amore, ma lo stesso dicasi della pietà – sparisce dalla scena pubblica, «non sembra presiedere il destino degli uomini» (p. 18). Questa indigenza merita una qualche considerazione (genealogica). L’amore, esordisce Zambrano (p. 14), ha fatto scoprire agli uomini «lo spazio infinito di una libertà reale, la libertà che l’amore concede ai suoi schiavi». L’amore feconda la libertà, la rende produttiva, dialettica. Eppure l’uomo moderno sembra destinato a vivere solo il lato negativo di questo momento: quello di una libertà privata dell’amore, e cioè di una pseudo-libertà, di una libertà vuota, senza intentio. E così l’orizzonte torna a chiudersi, il tempo perde il futuro. Certo il Romanticismo, l’amore, lo ha messo a tema (e quella fede, romantica, fede nell’amore e nell’avvenire, avverte Nietzsche, si è ben presto mutata in una brama del nulla, in nichilismo). Ciò che può sorprendere è il fatto che nessuno oggi si sogni di osteggiarlo apertamente, di formulare leggi contrarie, bandi che lo escludano dalla città. Se ciò accade è perché resta separato dall’infinito della libertà. A una libertà negativa corrisponde un amore contraffatto, supplito, disgregato, disintegrato, «confuso con la moltitudine dei sentimenti, o degli istinti», rimpiccolito nella libido, medicato come una «malattia segreta» (p. 13). («Ha rinunciato all’amore in cambio dell’esercizio di una funzione organica; ha scambiato le sue passioni per i complessi» ‹p. 15›). E poiché l’amore è momento dell’antropopoiesi, se non dell’antropogenesi, il suo scadimento è anche scadimento dell’umano e dell’umanesimo: «Tutte le forze contrarie a ciò che un tempo rispondeva al nome di ‘umanesimo’ hanno preso oggi la sua forma, la sua figura, il suo stesso nome» (p. 15). Nel posto lasciato vacante dall’umanesimo, la libertà si muta in necessità, l’uomo in una «realtà psicologico-sociale», la ragione, che altrove Zambrano ha definito razón maternal, in ragione calcolante (nel «senso iniziale della ‘ratio’ latina: dar conto» ‹p. 16›; subjective reason secondo l’espressione di Max Horkheimer). E questa è la nemesi – o la giustizia – dell’amore negato (p. 17). ― Sin qui Zambrano non ha offerto alcuna definizione dell’amore e, a rigor di termini, non la offre neppure nelle pagine seguenti. La via prescelta, come chiarisce nello scritto successivo sulla pietà (p. 36), è quella negativa. Esclusa la definizione – strumento «rozzo e inadeguato» (p. 35), non resta che una «presentazione» (ivi) o, in certa misura, «l’espressione» che, chiaramente, «fa parte della vita dei sentimenti» (p. 34). Nelle ultime pagine del nostro primo scritto, l’amore trova qualcosa come una simile presentazione-espressione. Intanto viene in chiaro che l’amore apre (al)la conoscenza, come ben avevano capito i greci (p. 18). Se è questo autentico agente di libertà, esso scalza l’uomo e lo mette in movimento («perché essere uomo è essere fisso» ‹p. 22›): «L’amore trascende sempre […] apre il futuro» e alla speranza; e apre all’altro, fa posto all’altro (cfr. anche M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano, Cortina, 1996, p. 94), fino al sacrificio di sé («è un vero apprendistato per la morte» ‹p. 21›). Certo, anche per restarne deluso, perché amore conosce la delusione e non si acquieta, non si dà pace, sopprime ogni compimento. Agente di libertà e «agente di distruzione» (p. 19). Con ciò scopre e fa conoscere i limiti. E tutto ciò è assolutamente necessario perché l’amore possa agire «come conoscenza» (p. 22). ― Due scritti, s’è detto, stesi in occasioni diverse ma ispirati a un medesimo pensiero: pensare o passare all’altro senza il dramma degli egoismi: e cioè autenticamente. E uno stesso metodo di presentazione; anche questo lo si è detto. Infine l’iscrizione nel discorso complessivo e unitario della filosofa. E così in Per una storia della pietà troviamo molti degli argomenti affrontati nel primo scritto (che, lo ricordo, è posteriore). L’amore rinvia alla pietà. «Non è l’amore propriamente detto in nessuna delle sue forme e accezioni», dice Zambrano, benché essa, la pietà, costituisca «il genere supremo […] dei sentimenti amorosi o positivi» (p. 32). Eppure la pietà, questo proto-sentimento, questo «sentimento iniziale», «ampio e profondo», «patria di tutti gli altri» (p. 35), è – come per Rousseau o per Mandeville – la nutrice dell’uomo, determina storicamente, evolutivamente, l’antropogonesesi, giacché né l’uomo né i sentimenti nascono d’un coup; e, come l’amore, è oggi in disarmo, disarmo «che coincide con l’auge del razionalismo» (p. 37), supplita dalla tolleranza (p. 38), dalla filantropia, dalla giustizia (p. 40). Come l’amore, fa spazio all’altro; con una bella espressione: «È il sentimento dell’eterogeneità dell’essere» (ivi); come l’amore alimenta la creazione e produce la conoscenza primeva, quella del sentire e del con-sentire. Logos viscerale – «che si deve ripartire bene per le viscere», logos «orfico-pitagorico», dice Zambrano in un altro luogo (Dell’aurora, Genova-Milano, Marietti, 2000, p. 123) – logos che restituisce la voce a chi non ce l’ha, in cui risuona il lamento di Euridice. ― Le parole di Zambrano non possono non echeggiare, drastiche e incoraggianti, negli anni in cui anche nello smemorato Occidente la partecipazione all’essere si sta nuovamente – la dico con Lévinas – drammatizzando «negli egoismi in lotta gli uni contro gli altri».