lunedì 8 gennaio 2018

Il gioco del panino di Alan Bennett

Ho letto Tlaking Heads II di Alan Bennett (Il gioco del panino, Milano, Adelphi, 2016). Raccoglie sei monologhi che Bennett ha scritto nel corso degli anni. Si parla spesso dell’umorismo di Bennett e vi si aggiunge il solito aggettivo: inglese. Questi sei monologhi sono sì umoristici, ma di un umorismo che inclina all’ironia. Beninteso, non il sarcasmo che svillaneggia. Bennett vuole bene ai suoi personaggi. Torno a quell’aggettivo, inglese. Il Taine, nelle sue Notes sur l’Angleterre parla di questo benedetto humour – che per lui è un esprit, ovviamente. Scrive (la frase è riportata anche da Pirandello nel suo famoso saggio sull’umorismo): «Non è che manchino di esprit; ne hanno uno a loro uso e consumo, a dire il vero poco amabile, ma assolutamente originale, di sapore forte, pungente e anche un po’ amaro, come le loro bevande nazionali. Lo chiamano humour; in generale è la spiritosaggine di un uomo che, scherzando, serba un’apparenza grave» (Notes sur l’Angleterre, Paris, 1872, p. 344). Ecco, in Bennett non resta che l’amaritudine di questo scherzare. (Non saprei dire se Taine ci azzecchi con questa sua definizione e, d’altra parte, diceva Chesterton, chi propone una definizione lo fa per il piacere di essere contestato). L’amaritudine, nei monologhi di Bennett è accresciuta dal fatto, ovvio, che c’è un’unica voce monologante: ciò che ci porterebbe a riflettere sulla solitudine implicita di ogni autentico monologo. È un monologo una lezione all’università? Sì e no. La verità è che la parola monologo è sbagliata. Qui e in tutti i casi consimili si tratta di soliloquî: di parole che uno (il personaggio) rivolge a se stesso, di parole senza risposta. Bennett fa precedere la sua raccolta da una confusa quanto paradossalmente esplicativa introduzione.