domenica 15 ottobre 2017

L’innominabile attuale

Due volte, oggi, m’è capitato di leggere il nome di Hegel: la prima nel nuovissimo libro di Calasso (che ho acquistato ieri); la seconda in un articolo-intervista del Meotti sul giornaletto: e qui debbo specificare che l’intervistato si chiama Theodore Dalrymple – che è poi il nom de plume del dott. Anthony Daniels. Debbo ancora aggiungere che, raggiunto al telefono, il dott. Daniels ha confermato, non senza civetteria, di adorare il proprio nom de plume e di ignorare il nome del Meotti («What’s Meotti?», ha domandato). Torno a Hegel, che è spesso citato da chi non lo legge: studenti del liceo e universitari, professori di scuola, giornalisti ecc. Per Calasso, che sicuramente lo ha letto, Hegel è un tropo (una metafora): il mondo di oggi, dice Calasso, quello uscito dal secondo conflitto mondiale, «è l’opposto del mondo che Hegel intendeva stringere nella morsa del concetto» (R. Calasso, L’innominabile attuale, Milano, Adelphi, 2017, p. 13). Ecco, quella di Hegel era un’intenzione: e cioè un volgere lo sguardo al mondo e un cercare di intenderlo. Una intentio philosophica, va da sé. Ma Hegel non ignorava 1) che la via che conduce al Concetto è un Calvario; 2) che i suoi contemporanei non ne sapevano nulla e che, in ogni modo, agivano spesso da ipocriti, con cattiva coscienza, dichiarando «come un’azione conforme alla legge interiore e alla Coscienza ciò che la coscienza del dovere giudica invece cattiveria, disuguaglianza assoluta con l’universale». (Quindi, piccolo corollario, «chi dice di trattare gli altri secondo la propria legge e Coscienza, di fatto dichiara di maltrattarli» ‹Fen. Spir.›). I contemporanei di Hegel sono i nostri contemporanei; il Calvario è ancora e sempre da percorrere; la solitudine senza vita, inerte, è ancora e sempre l’alternativa alla verità e alla certezza del trono (dello spirito). L’Hegel di Calasso non è che il paradigma della comprensione universale, il paradigma tout court, dietro cui, o dopo cui, si entra, o ci si trova, nell’innominabile. E cioè nel caos o nella frantumazione che possono entusiasmare «solo i settari, convinti di tenere il bandolo di ciò che accade». Hegel, accennavo sopra, torna nelle parole di Theodore Dalrymple: «In occidente – dichiara – ci eravamo illusi di aver abolito guerra e violenza, di vivere in una società molto sicura». E cioè di aver lasciato il calvario alle nostre spalle (giacché «il trauma della Seconda guerra mondiale [fu] profondissimo»). «Questo – prosegue – ha generato in noi la compiacenza. Siamo degli hegeliani che pensano di essere arrivati alla ‘fine della storia’. Ma da allora, l’ideologia è soltanto tornata sempre più forte, dal femminismo all’ambientalismo». Le ideologie sono all’incirca i settari di Calasso – benché Calasso, che è uomo di mondo, che è uomo intelligente, non si sognerebbe mai di tirare in ballo gli ambientalisti o le femministe – che credono di stringere il bandolo. Ma ciò che ci importa qui è di nuovo quell’Hegel esemplare, paradigmatico, che ignora quell’altro Hegel. Eppure quell’altro Hegel, che mi piacerebbe fosse altrettanto esemplare, altrettanto paradigmatico, coglie nel segno. Intendo dire che c’è una specie di abbaglio teorico degli intellettuali (dei filosofi, dei sociologi, degli antropologi ecc.) nel credere che la gente per strada condivida i loro sistemi, i loro resoconti, le loro anamnesi; la verità è che questi sistemi, questi resoconti e queste analisi – vi prevalgano poi gli approcci nomotetici o quelli idiografici – se giungono fino alla gente, alle persone per strada, vi giungono come un repertorio di slogan e non come Weltanshaungen coerenti e compatte. In ciò nessuna differenza con le religioni, che hanno tuttavia l’indubbio vantaggio di essere più pop. Nutre in sé l’illusione, l’intellettuale, il filosofo, il sociologo ecc., che, una volta formulata e divulgata nel suo entourage o in uno di quei convegni dove accorrono gli intellettuali, i filosofi, i sociologi, la teoria abbia una cogenza benché quelli per strada non ne sappiano nulla; ma non è affatto così. Preveda o descriva le tante piccole o grandi apocalissi (le conseguenze esiziali del consumismo, dei divorzi e delle letture reiterate di Jean-Jacques), l’eschaton, le magnifiche sorti e progressive, la gente per strada continuerà a pensare ai fatti proprî, al proprio benessere, alla colazione, all’ernia, alle corna, a sopravvivere. E quelle teorie, quei sistemi, quelle anamnesi non esisteranno, o avranno un’esistenza ridotta, monca, sfigurata. E per i loro ideatori, per i tanti Theodore Dalrymple, per i tanti dott. Daniels, per i tanti Freddy Chuchuca, sarà pressappoco l’inerte solitudine di Hegel. Certo se qualcosa giunge, perviene, allora un certo entusiasmo o una franca paura si diffondono, ma si tratta di faccende emotive, di motilità intestinale – che è poi l’unica maniera per l’uomo pratico di comprendere certe elucubrazioni intellettuali.