martedì 20 febbraio 2018

Sul Bafometto di Klossowski (una non-recensione)


Adelphi ha appena pubblicato Il Bafometto di Pierre Klossowski nella bella traduzione dell’esimio Giuseppe Girimonti Greco; è una traduzione che va ad aggiungersi a quella altrettanto bella di Luciano De Maria (il critico/traduttore, non il bandito) ancora disponibilissima nel catalogo ES. Fresco della lettura della ‘versione’ adelphiana mi sono messo a cercare recensioni in rete, ché una domandina sull’accoglienza del romanzetto ‘scandaloso’ presso il parterre dei critici/recensori non mi è parsa fuori luogo. Scandaloso lo metto fra virgolette ché è attributo congiunto pedissequamente all’operina. Ne ebbi prova provata all’epoca in cui la mia antica libraia, fa venticinque anni, mi disse: «È un libro scandaloso», allorché ne acquistai una copia per regalarla. «Ma lei lo ha letto?» – «No, ma è un libro scandaloso». Nel frattempo la mia antica libraia è morta; ed è morto altresì Pierre Klossowski – che, interpellato a Parigi, proprio in quegli anni lì, fra le mani Nietzsche et le cercle vicieux, ti intratteneva su Marilyn Monroe (per lui non un’icona sibbene un simulacro) e si rammaricava per le morti premature di Foucault e di Deleuze (di cui mimava con la mano il tragico tuffo dalla finestra). «Mi occupo di questo e di questo», aggiungeva e Marie Denise (Roberte, proprio lei!), di rimando: «Pierre, parbleu, voi non vi occupate più di nulla!». (Debbo questo aneddoto al semprevivo Fab Volonté). Beninteso, scandaloso lo è, Il Bafometto, soprattutto quando si sia disposti a scandalizzarsi per quel miscuglio – che non è affatto un miscuglio – di pornografia e teologia. ― La mia curiosità, e torno al mio argomento, è andata in parte delusa. Poche, pochissime le recensioni (o le menzioni o le chiose), e ‘sfocate’. Almeno così mi pare. Pasquale Di Palmo, sul «Manifesto», afferma che «non [è] condivisibile l’asserzione [di Blanchot] riguardante un supposto umorismo insito nell’opera di Klossowski. Non v’ha umorismo in un libro che eccita il riso dall’inizio alla fine? «Si riscontra semmai – prosegue Pasquale Di Palmo – il desiderio tragico di sottrarsi alle regole di ciò che è  ‘umano, troppo umano’, in cui flebili, o del tutto assenti, sono gli intenti parodistici, pur essendo presenti dissacrazione e iconoclastia». E qui abbiamo la ragione del malentendu. C’è tragedia al di là del comico e del tragico dell’umano troppo umano? C’è tragedia nel mondo bafomettiano dei soffi spirati (morti) dove la morte ha cessato il suo imperio e le identità (personali) sono ridotte a pure intenzioni? E, d’altra parte, non v’è parodia nella compossibilità di due regni: quello di Dio Padre, portinaio della memoria e delle identità, ‘dannatore’ e salvatore; e quello di una Teresa d’Avila, portinaia dell’oblio, che, quasi in vena di facezie, invita alla metamorfosi? Che il ‘tragico desiderio’ di Di Palmo non sia che un dubbio sulla legittimità – sull’ilare serietà – di questa ‘operazione’? Luigi Azzariti-Fumaroli, su «Alfabeta2», espone il dubbio in maniera più diretta: se il simulacro klossowskiano dice «tutto simultaneamente e simula senza fine l’opposto di ciò che dice», come vuole Klossowski (ma dove ne La rassomiglianza?), e se «è pur vero che anche questa volontà di assumere la realtà come perenne occasione di ricorrenza dell’irreale deve lasciare il passo a un movimento di discorso capace unicamente di ‘soffiare’, ovvero di effondersi e disperdersi, ‘sparpagliando l’atto di scrivere’» ecc. ecc., che fine facciamo? Ed anche: dove andiamo a parare? Una risposta – non esattamente sua – Luigi Azzariti-Fumaroli sembra fornirla: perveniamo a una specie di «spettacolo teatrale in cui, dietro i paludamenti trecenteschi di una leggenda templare che mescola perversione e trascendenza, si rappresenta una declamazione ‘emozionale’, vocata non già ad elicitare le lacrime, ma – ha scritto Gilles Deleuze – a fare spazio alla ‘pura mozione o puro spirito’». Ciò che, secondo Klossowski, obbedisce al carattere teatrico della teologia. È poco? È tanto? È una specie di ginnastica o di terapia? Non ci è dato di saperlo. ― Ho letto anche un terzo intervento, di Matteo Metta, ma mi sono accorto che risale a dieci anni fa, all’epoca in cui Marsilio fece uscire un libretto con i disegni klossowskiani appartenuti a Carmelo Bene. Si parlò di questo libretto solo per rimarcare il contrasto tra Bene e Klossowski; ciò che m’interessa poco. «Questi cartoni a matita – scrive Metta – trattano temi perturbanti e scandalosi, parlano di desideri erotici e idoli diabolici, di afflato mistico e omofobia». Temi scandalosi? Omofobia? Su queste fesserie ho interrotto la mia lettura.

venerdì 9 febbraio 2018

Spigolature (quasi una rubrica)


1 Genn. 18

Ore cinque del mattino. Nel bar di un’area di sosta autostradale entra una coppia: lei e lui. Lei è una giovane e bella e pimpante sudamericana; lui un autoctono anzianotto con un cappello rosso pieno di strass. Lui reca sulle spalle la stracchezza del mondo; lei no. «Sono senza forze», dice lui. Hanno ballato tutta notte. «Purché non faccia la fine di Borodin», dico io – Borodin che crollò fulminato da un infarto del miocardio, nel 1887, durante una festa di ballo in maschera a Pietroburgo (s’era a carnevale e Borodin era vestito da mužik: e cioè da campagnolo). Non mi sta coppia antipatica questa coppia: lui è mite; lei pure. «Che fine fece questo suo amico?» domanda lui. «Si addormentò sul sofà. «Ah, come vorrei fare la fine di Borodin!».
(sorbendomi, fresco come una rosa, il primo caffè della giornata)

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Brutto segno, esclama Guido Ceronetti, la vecchia, rosicchiata cariatide, e prosegue: «Non ne vengono che notizie di buona salute economica». Parla dell’America di Obama, in questo suo Tragico tascabile adelphiano (Kitsch d’autore direbbe La Porta), di Obama che gli appare sospetto, e cioè «illuminato di loggia» e forse, forse, un «utile idiota». Si è che s’è fidato – Ceronetti, non Obama – della «giornalista Enrica Perucchietti», quella di Unisex (contro il gender), di Le origini occulte della musica, di, ovviamente, L’altra faccia di Obama. Insomma, della rumenta editoriale (da cui si leva, per dirla con vecchio amico, Sándor Márai, il vapore della menzogna). Bene, il Nuovo Ordine Mondiale lo lasciamo a quelli che Giuseppe Pontiggia chiamava gli «aruspici della storia, abili soprattutto a predire il passato»…

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4 Genn. 18

Stamani, nelle ore antelucane, mi sono recato dalla mia medica. Immaginavo di accomodarmi nella sala d’aspetto e di leggere per un’oretta in tutta tranquillità ma ho trovato il cancello sbarrato, inchiavardato. Il cancello è rimasto chiuso e poco ci è mancato che la medica, montando sull’ascensore che a nessuno era venuto in mente di utilizzare – nemmeno a me –, si ritrovasse in un ambulatorio deserto. Ho preso posto nella sala d’aspetto ma non sono riuscito a leggere: solitamente sono le voci petulanti a distogliermi; stavolta è stato un vecchietto che, ahimè, effondeva un discreto fetore. Quando la medica mi ha ricevuto, senza mettere tempo in mezzo mi ha detto: «Lei è ammalato, lei ha l’influenza. Mi faccia vedere cosa sta leggendo». Le ho agitato davanti alla faccia A Grief Observed (Diario di un dolore) di C.S. Lewis. «Per il morale!», ha commentato lei. (E qui debbo precisare che la mia medica è sempre interessata alle mie letture. «Ma ha già terminato l’Eneide?», mi domandò la volta che mi presentai con la Vita del lappone di Johan Turi. Non ricordavo neppure di aver portato con me l’Eneide in precedenza). Pochi minuti dopo, incamminandomi verso casa, con la diagnosi certificata in mano, mi sentivo pervaso da un debole ottimismo.
(verso casa)

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Stamattina potrei abitare in pianura, nella Bassa: una fitta nebbia avvolge le colline attorno a Comabbio, la Pelada, il colle che i comabbiesi hanno battezzato così; una fitta nebbia che si solleva appena dietro la mia magnolia secolare. Leggo in un libro intitolato, prolissamente, «Museo di fisica e di esperienze variato, e decorato di osservazioni naturali, note medicinali, e ragionamenti secondo i principij de’ moderni, con una dissertazione dell’origine e della prima impressione delle produzzioni [sic!] marine, come fucus, coralline, zoophite, spongie, ed anche, intorno l’origine de’ funghi, con figure in rame», leggo la seguente domanda: «Perché le nebbia si genera nell’infimo seno dell’aria e nel contatto della terra?». La risposta è che «la materia della nebbia è assai più crassa di quella della nuvola». Non so perché ma rinvengo una sfumatura ‘morale’ in queste parole.

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Let’s Go Fishing

«Il futuro riserva un crollo del mercato? Se hai un portafoglio di almeno 350.000 euri, scarica la guida redatta dalla società Fischer, famoso gestore finanziario». Le domande sono tante (un’altra: «Sei pronto per la pensione?») e a rispondere è sempre la guida Fischer del famoso gestore finanziario Fischer; probabilmente sempre la medesima guida con una copertina arrangiata secondo i casi: foto di un incravatto a piedi nudi sulla sedia a sdraio di una playa solitaria al tramonto; foto di due vecchi abbronzati e legnosi con le gambe spenzoloni dallo yacht. A proposito di portafoglio: stamani ho chiesto al pesciarolo di stare nei dieci euri che mi rimanevano; e ho pranzato lautamente e non abbisogno di nulla.

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9 Genn. 18

Ieri, sulle rive del Verbano, è piovuto fango. Stamani, invece, tuoni e fulmini e un acquazzone, come d’estate. Questo per dire che non è vero che non esistono più le mezze stagioni, e che abitiamo una terra di mezzo...

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Mi sono sempre domandato se Britten e Pears se la fossero presa per quella gustosissima parodia che Dudley Moore, il geniaccio, scrisse e interpretò; e a cui affibbiò un titolo irriverente: Little Miss Britten. Ora scopro che Bennett è in grado di fornirci notizie di prima mano su quello che definisce un disastro; ovviamente tra virgolette. Lo fa nella sua introduzione a The Habit Of Art (Il vizio dell’arte, Milano, Adelphi, 2014). Le introduzioni di Bennett contengono spesso delle ‘improvvisate’. ― Mi accorgo di non aver precisato due o tre punti, che, peraltro, mi paiono superflui. Britten e Pears, lo sanno tutti, erano una coppia affiatata nella musica e nella vita; erano, anche questo è noto, omosessuali; Bennett stava nello spettacolo Beyond the fringe che Britten e Pears andarono a vedere – disastrously – nel 1961 e che aveva in Moore e Cook due campioni; Moore e Cook non erano omosessuali; Moore era l’autore e l’interprete di quel breve song intitolato Little Miss Britten che pigliava in giro il grande compositore inglese, e cioè Benjamin Britten e il suo interprete preferito, e cioè Peter Pears. Moore fu molto abile a mettere in parodia lo stile di Britten e i manierismi vocali di Pears. ― Torniamo a Bennett. Che ci dice Bennett? Che i due se la presero a morte.

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Un amico, un vecchio amico, di quelli devoti, è passato da me, l’altra sera, per lagnarsi, con dispetto, ma pure con una malcelatissima invidia, del fatto che i colleghi suoi fornicano al cesso con certa atletica (sportiva) frequenza. «È la fregola, l’universale fregola», sibila roteando gli occhi glauchi e pesti; «son gatte e gatti bigi di gennaio». Gli fo notare che Frazer (lo riporta pure Freud), ne Il ramo d’oro, racconta di come il contadino e la contadina… «Indove? Indove?» – «sull’isola di Giava», rispondo… sull’isola di Giava, fino a poco tempo fa, il contadino e la contadina gissero di notte per i campi accoppiandosi qui e là onde stimolare, per similitudine, la fecondità della terra e garantirsi il raccolto del riso. «E dunque?» fe’ – «E dunque eccoti la chiave dei bagni: fornicano non per fregola sibbene per accrescere la produttività».

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Calista

Calista è una agiata donna di quarant’anni ed è anche una bambina povera. D’altra parte la sua natura istrionica, profondamente istrionica, le consente di essere l’una e l’altra, talvolta simultaneamente. Ecco una spaventosa conseguenza: Calista mente, mente per la strozza, e anche quando minaccia col pugno levato, e minaccia spesso, si appella a princìpi immaginari, a ordinamenti fantastici, ad autorità chimeriche. Solo quando sbatte la faccia contro la realtà – perché capita che la realtà le si pari innanzi – tace; o comincia a tacere, dopo aver tentato di sedurla, giacché non c’è istrionismo senza circuizioni, allettamenti, seduzioni. Ma la realtà è più spesso occultata, velata dalle distrazioni, dalle sventatezze, dai passatempi, dai soldi scialacquati. Calista e la povertà, dove la povertà è tutta sua: povertà intellettuale e morale; paura di essere povera. La povertà è la realtà di Calista cui Calista sfugge coi soldi, spendendo i soldi (non suoi, sibbene dell’ennesimo Freddy Chuchuca che desinit in piscem ma dalla parte della bocca). Calista ha un figliolo che, nella sua, di lei, voracità di vita e di benessere, ha cacciato fuori, nel mondo, da bambina – è ragazza-madre. Lo ha espulso e continua a espellerlo, pure tenendolo accanto a sé, dentro la propria borsa, che riempie di gente di ogni età e di ogni condizione purché pronta a rendere un servigio (nella sua voracità Calista ha persino la bocca buona). Lo ha cresciuto male il figliolo, anzi, malissimo, e se si è salvato è perché l’evidenza dell’inadeguatezza materna (e paterna) lo ha esortato, ancora in fasce, a una sana autoistruzione. Il figlio: Calista lo detesta cordialmente ché è la sua realtà, la povera realtà da cui fugge. Non ci sono che realtà-povertà cui sfuggire in qualche modo e a qualunque costo, per Calista. Anche lo psichiatra, lo psicoterapeuta e tutta la scienza medica sono lì per curare la realtà-povertà, mica Calista che si specchia nel salone di bellezza.

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Cadrei Suoli

«Ciao Cadrei, io amo … una ragazza introversa e a cui il sesso interessa pochissimo. Ho 28 anni e lei 26, siamo legati da tre e la cosa si fa sempre più intensa e profonda, con progetti forti. Lei, però, non è per nulla interessata all’atto sessuale. Tra noi c’è molto erotismo, ma diverso: sguardi, avvicinamenti, carezze molto leggere. Finora ho accettato senza troppa fatica, anche per rispetto ai suoi principi religiosi»… eccetera eccetera. Ora sappiamo che Cadrei Suoli, titolare di un’eterna rubrichina su «Danno io», inserto di un quotidiano che non mette conto nominare qui tanto è popolare, ora sappiamo, dicevo, che le lettere se le scrive da solo. Infatti, questo è il suo stile: e cioè lo stile dei vecchi maestri di scuola, che erano celibi e irradiavano, con la fisionomia prima che con le parole, un paternalismo saturnino (l’espressione è di Manganelli). Le ciabattine di Suoli (che esibiva in un’intervista) sono una controprova coi fiocchi e inducono almeno un quesito fondamentale sul testosterone di chi le calza. Mi veniva, a dire il vero, così, sulla punta della lingua, la parola calzatore. Calzatore è però, ovviamente, e nell’uso siciliano, l’arnese con cui ci si calza le scarpe. Ora è il momento di interrompere questa lungagnata, giacché le ciabatte non si calzano col calzatoio; né il Nostro vi somiglia in alcun modo; e in luogo dell’avorio, del corno, richiama invece una bisaccia di cuoio.

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Cerco notizie su questo abbé Cialis, arciprete di Guéret, che ispirò a Jouhandeau un gustosissimo raccontino intitolato Le cadavre enlevé, e non trovo che la réclame del noto farmaco indicato nella disfunzione erettile. Le mie informazioni sul presbitero – sul presbitero, non sul farmaco, ché quelle su farmaco si limitano a un «non lo assuma se ha avuto un ictus recentemente» – sono scarse. Se non capisco male, un giovanissimo Jouhandeau andò a confessarsi da lui, e poiché Jouhandeau era e restò per tutta la vita un birichino, un birichino e un credente, non fatichiamo a immaginare le numerose ‘cadute’ che dovette scodellargli lì davanti. L’abbé lo riconfortò: «Ragazzo mio, rallegrati imperocché non avesti a che fare che con l’orgoglio della carne». Non altro. P.S. Ho riletto il ritratto che Arbasino ne fa – di Marcel – nel suo memorando Parigi o cara, ma me ne sono distolto tediato. Le potin entre nous! Le potin entre nous!

venerdì 2 febbraio 2018

Sèm minga chì per la bügada neh!

Quattordicesima edizione di «Filosofarti» a Gallarate (Galarà) e dintorni. «Filosofarti», il festivàl della filosofia nostrano, quest’anno fa i conti coi fondi che scarseggiano: nessun contributo dal Comune, nessun contributo dalla Regione. Brutto segno, verrebbe da dire. Hic est signum. Sì, la scarsità delle risorse economiche e, sì, la marginalità della filosofia, di cui la filosofia, tuttavia, saprebbe andare fiera: brutti segni. Ma brutto segno è anche il fatto che quelli di «Filosofarti» facciano (o siano costretti a far) pagare un ticket d’ingresso per taluni eventi; perché fino a ieri la loro «logica», come l’hanno chiamata loro – con che intendono il loro modo di ragionare – è stata quella della gratuità: gratuità «del proprio lavoro, al servizio della comunità», e «libero accesso dei cittadini». «Di qui» – tenetelo fermo questo «di qui» – «anche la volontà di proporre in calendario incontri con esperienze culturali diverse, contro ogni forma di cultura ideologicamente targata», ciò che è sempre un buon segno. Si pagheranno gli eventi con maggiore appeal: una lectio magistralis di Galimberti, una presentazione di Walter Veltroni (dove Veltroni presenta il suo film), una lectio magistralis di Recalcati (ma il suo padre putativo, Francesco Alberoni, dialoga gratis). Lo so, verrebbe da dire che questa gente dovrebbe pagare di suo per farsi ascoltare e che la filosofia, fiera della propria marginalità e della propria gratuità, la si fa (anche) per strada, come insegnano i peripatetici; che ci (mi) risuonano ancora nelle orecchie le parole di Alfredo Marini, le parole con cui auspicava capannelli attorno a un filosofo-pedagogo a ogni crocicchio, a un filosofo-pedagogo capace di attirare l’attenzione dei suoi concittadini; e questo sarebbe un bellissimo segno nell’anno in cui il festivàl elegge a tema la paideia. Invece il ticket; invece quella che il «di qui» testé segnalatovi autorizza a pensare come una conseguenza: e cioè la presenza, gratia gratis data ché la propaganda nun ze paga (nun ze paga pe vvede le marmotte?), di Aristide Fumagalli, docente di teologia morale presso il Seminario Arcivescovile e la Facoltà Teologica di Milano, un prof. di religione, autore di un opuscolo sul gender; di Aristide Fumagalli che proporrà per l’appunto quella «cultura ideologicamente targata» che gli organizzatori di «Filosofarti» affermano di rigettare. (Una subcultura che Aristide Fumagalli sa presentare con la mellifluità dei preti. Dal libercolo: «L’integrazione delle dimensioni costitutive dell’essere umano, vale a dire la natura corporea, il sentimento psichico, la relazione interpersonale, la cultura sociale e, last but not least, la libertà personale». Quel last but not least! Purché si ammetta una volta per tutte che «l’identità maschile è acquisita all’uomo nell’incontro con la donna e, viceversa, l’identità femminile è acquisita alla donna nel suo incontro con l’uomo… L’uomo e la donna non si riconoscono come tali in proprio, ma l’uno attraverso l’altro». L’uovo, la gallina e quel ragionare da premoderni e da pre-filosofi, o anche da post-filosofi, da ideologi tout court… in cui le difficoltà concettuali sono risolte col bon sens, col buon senso de mi’ nonna porella; della levatrice o del becchino, diceva Guido da Verona). «Filosofarti» ha dato risposta all’amico Giovanni Boschini, presidente Arcigay e latore di una cauta rimostranza, coll’invitarlo a «portare la sua opinione in merito con spirito dialettico». Uno spirito che, in queste parole, suona un po’ come la logica, intesa di nuovo come modo di ragionare, di certi maestri di scuola, di certi preti: una pedagogia all’acqua di rose, un sorridevole volemosebbene. Ma la dialettica (la filosofia) nasce robusta, combattiva e pugilatrice. Sèm minga chì per la bügada neh!

Il buon vecchio sesso fa paura?

Leggo il primo racconto di un primo libro – il libro di Arlene Heyman, psichiatra e psicanalista newyorkese che a New York vive col suo secondo marito, stando alle scarne note biografiche einaudiane – intitolato Scary Old Sex. Il buon vecchio sesso fa paura, per Einaudi che lo propone nei suoi Supercoralli. Leggere però di ovuli di Vagifem, per la carenza estrogena, per l’assottigliamento dei tessuti, di Viagra e di ritardanti è… è una barba? ― Forse questi contenuti hanno i loro amateurs; forse se ne può trarre una lezioncina etologica; forse è la revanche sexuelle, mais pas seulement, dei septuagenarians.  Sul «New York Time», Dwighit Garner precisa (qui: https://goo.gl/qkM7aJ) che è sì il primo libro di una donna attempata, ma le storie di Scary Old Sex Heyman le ha stese lungo ben tre decenni. Inoltre non tutte parlano di sesso fra vecchi, benché sia indubbio che trovino «its center of gravity at crotch level». (Crotch level: che superba espressione!). Heyman, infatti, è interessata in termini molto più universali alla carne frolla (loose), stracquata, alle rughe esibite, quelle dei quadri di Lucian Freud, alle piccole e rosee escrescenze (outgrowths) dell’epidermide, ai velli spiumati, a… the smallest penis. Ubertosa è la carne invecchiata, Aged flesh is so fertile: papule, papillomi, nevi, verruche, macchie, pelurie: non verdant shrubbery, cespugli verdi, bensì «an astonishing variety of wild mushrooms» («una sorprendente varietà di funghi selvatici»). Interessata, Heyman, come i cani di uno dei suoi racconti che smettono di latrare quando identificano la fragranza dei deodoranti, degli assorbenti ecc. della donna smontata dall’auto. Finché un’altra donna, altrove, immagina di affondare una lama nella trachea della decrepita madre. ― Ecco, nessun desiderio da parte mia di fare la réclame al libro einaudiano che ho appena acquistato, e semmai (il desiderio) di farla al valente Dwight Garner. E, semmai di importunarvi un poco con la poesia disgustosa dei disturbi dermatologici, degli umori fisiologici, degli olezzi corporali. Una divagazione. Conoscete Wols, il pittore Wols? Wols è il precursore del cosiddetto tachisme. Bene, Gillo Dorfles parla dei momenti dell’arte di Wols. Per esempio, c’è un momento di «greve materialità», di «sessualità esasperata», di «carnalità macabra»; e, per esempio, c’è un momento di lirismo o idillismo vegetale, entomico, artropodico (gli ultimi due attributi Dorfles non li utilizza). Renato Barilli aggiunge una chiosa interessante. V’è, in questi lavori di Wols, la presenza delle ambiguità connesse alla «rivelazione della materia»: «Sudore, sangue… umori… o invece muffa, licheni?... Stoffe vili, inquinate appunto dalle secrezioni di corpo malati, o invece preziosi tessuti serici?» ― Ma ho finito e torno al buon vecchio sesso, che fa paura. Garner dice che romanzi e poesie e racconti recano sempre più spesso annunci su questo fronte: il sesso fra senior, e cioè fra nonni; e cita una vecchia poesia di John Betjeman intitolata Late-Flowering Lust che comincia così: «My head is bald, my breath is bad/Unshaven is my chin» (e che si chiude così, ma questo ve lo dico io: «Too long we let our bodies cling,/We cannot hide disgust/At all the thoughts that in us spring/From this late-flowering lust»). Non segnalerebbe esattamente una tendenza recente; e nemmanco una tendenza. Però c’è Jane Juska, autrice di A Round-Heeled Woman (My Late-Life Adventures in Sex and Romance), dove racconta ciò che le accadde dopo aver pubblicato nel 1999 sulla «The New York Review of Books» il seguente annuncio: «I turn 67 – next March – I would like to have a lot of sex with a man I like. If you want to talk first, Trollope works for me» («Prima di compiere 67 anni, il prossimo marzo, mi piacerebbe avere un sacco di rapporti sessuali con un uomo che mi piace. Se vuoi parlare prima, Trollope lavora per me»). Purché non diventi una voga qui da noi…