venerdì 2 febbraio 2018

Sèm minga chì per la bügada neh!

Quattordicesima edizione di «Filosofarti» a Gallarate (Galarà) e dintorni. «Filosofarti», il festivàl della filosofia nostrano, quest’anno fa i conti coi fondi che scarseggiano: nessun contributo dal Comune, nessun contributo dalla Regione. Brutto segno, verrebbe da dire. Hic est signum. Sì, la scarsità delle risorse economiche e, sì, la marginalità della filosofia, di cui la filosofia, tuttavia, saprebbe andare fiera: brutti segni. Ma brutto segno è anche il fatto che quelli di «Filosofarti» facciano (o siano costretti a far) pagare un ticket d’ingresso per taluni eventi; perché fino a ieri la loro «logica», come l’hanno chiamata loro – con che intendono il loro modo di ragionare – è stata quella della gratuità: gratuità «del proprio lavoro, al servizio della comunità», e «libero accesso dei cittadini». «Di qui» – tenetelo fermo questo «di qui» – «anche la volontà di proporre in calendario incontri con esperienze culturali diverse, contro ogni forma di cultura ideologicamente targata», ciò che è sempre un buon segno. Si pagheranno gli eventi con maggiore appeal: una lectio magistralis di Galimberti, una presentazione di Walter Veltroni (dove Veltroni presenta il suo film), una lectio magistralis di Recalcati (ma il suo padre putativo, Francesco Alberoni, dialoga gratis). Lo so, verrebbe da dire che questa gente dovrebbe pagare di suo per farsi ascoltare e che la filosofia, fiera della propria marginalità e della propria gratuità, la si fa (anche) per strada, come insegnano i peripatetici; che ci (mi) risuonano ancora nelle orecchie le parole di Alfredo Marini, le parole con cui auspicava capannelli attorno a un filosofo-pedagogo a ogni crocicchio, a un filosofo-pedagogo capace di attirare l’attenzione dei suoi concittadini; e questo sarebbe un bellissimo segno nell’anno in cui il festivàl elegge a tema la paideia. Invece il ticket; invece quella che il «di qui» testé segnalatovi autorizza a pensare come una conseguenza: e cioè la presenza, gratia gratis data ché la propaganda nun ze paga (nun ze paga pe vvede le marmotte?), di Aristide Fumagalli, docente di teologia morale presso il Seminario Arcivescovile e la Facoltà Teologica di Milano, un prof. di religione, autore di un opuscolo sul gender; di Aristide Fumagalli che proporrà per l’appunto quella «cultura ideologicamente targata» che gli organizzatori di «Filosofarti» affermano di rigettare. (Una subcultura che Aristide Fumagalli sa presentare con la mellifluità dei preti. Dal libercolo: «L’integrazione delle dimensioni costitutive dell’essere umano, vale a dire la natura corporea, il sentimento psichico, la relazione interpersonale, la cultura sociale e, last but not least, la libertà personale». Quel last but not least! Purché si ammetta una volta per tutte che «l’identità maschile è acquisita all’uomo nell’incontro con la donna e, viceversa, l’identità femminile è acquisita alla donna nel suo incontro con l’uomo… L’uomo e la donna non si riconoscono come tali in proprio, ma l’uno attraverso l’altro». L’uovo, la gallina e quel ragionare da premoderni e da pre-filosofi, o anche da post-filosofi, da ideologi tout court… in cui le difficoltà concettuali sono risolte col bon sens, col buon senso de mi’ nonna porella; della levatrice o del becchino, diceva Guido da Verona). «Filosofarti» ha dato risposta all’amico Giovanni Boschini, presidente Arcigay e latore di una cauta rimostranza, coll’invitarlo a «portare la sua opinione in merito con spirito dialettico». Uno spirito che, in queste parole, suona un po’ come la logica, intesa di nuovo come modo di ragionare, di certi maestri di scuola, di certi preti: una pedagogia all’acqua di rose, un sorridevole volemosebbene. Ma la dialettica (la filosofia) nasce robusta, combattiva e pugilatrice. Sèm minga chì per la bügada neh!