venerdì 9 febbraio 2018

Spigolature (quasi una rubrica)


1 Genn. 18

Ore cinque del mattino. Nel bar di un’area di sosta autostradale entra una coppia: lei e lui. Lei è una giovane e bella e pimpante sudamericana; lui un autoctono anzianotto con un cappello rosso pieno di strass. Lui reca sulle spalle la stracchezza del mondo; lei no. «Sono senza forze», dice lui. Hanno ballato tutta notte. «Purché non faccia la fine di Borodin», dico io – Borodin che crollò fulminato da un infarto del miocardio, nel 1887, durante una festa di ballo in maschera a Pietroburgo (s’era a carnevale e Borodin era vestito da mužik: e cioè da campagnolo). Non mi sta coppia antipatica questa coppia: lui è mite; lei pure. «Che fine fece questo suo amico?» domanda lui. «Si addormentò sul sofà. «Ah, come vorrei fare la fine di Borodin!».
(sorbendomi, fresco come una rosa, il primo caffè della giornata)

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Brutto segno, esclama Guido Ceronetti, la vecchia, rosicchiata cariatide, e prosegue: «Non ne vengono che notizie di buona salute economica». Parla dell’America di Obama, in questo suo Tragico tascabile adelphiano (Kitsch d’autore direbbe La Porta), di Obama che gli appare sospetto, e cioè «illuminato di loggia» e forse, forse, un «utile idiota». Si è che s’è fidato – Ceronetti, non Obama – della «giornalista Enrica Perucchietti», quella di Unisex (contro il gender), di Le origini occulte della musica, di, ovviamente, L’altra faccia di Obama. Insomma, della rumenta editoriale (da cui si leva, per dirla con vecchio amico, Sándor Márai, il vapore della menzogna). Bene, il Nuovo Ordine Mondiale lo lasciamo a quelli che Giuseppe Pontiggia chiamava gli «aruspici della storia, abili soprattutto a predire il passato»…

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4 Genn. 18

Stamani, nelle ore antelucane, mi sono recato dalla mia medica. Immaginavo di accomodarmi nella sala d’aspetto e di leggere per un’oretta in tutta tranquillità ma ho trovato il cancello sbarrato, inchiavardato. Il cancello è rimasto chiuso e poco ci è mancato che la medica, montando sull’ascensore che a nessuno era venuto in mente di utilizzare – nemmeno a me –, si ritrovasse in un ambulatorio deserto. Ho preso posto nella sala d’aspetto ma non sono riuscito a leggere: solitamente sono le voci petulanti a distogliermi; stavolta è stato un vecchietto che, ahimè, effondeva un discreto fetore. Quando la medica mi ha ricevuto, senza mettere tempo in mezzo mi ha detto: «Lei è ammalato, lei ha l’influenza. Mi faccia vedere cosa sta leggendo». Le ho agitato davanti alla faccia A Grief Observed (Diario di un dolore) di C.S. Lewis. «Per il morale!», ha commentato lei. (E qui debbo precisare che la mia medica è sempre interessata alle mie letture. «Ma ha già terminato l’Eneide?», mi domandò la volta che mi presentai con la Vita del lappone di Johan Turi. Non ricordavo neppure di aver portato con me l’Eneide in precedenza). Pochi minuti dopo, incamminandomi verso casa, con la diagnosi certificata in mano, mi sentivo pervaso da un debole ottimismo.
(verso casa)

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Stamattina potrei abitare in pianura, nella Bassa: una fitta nebbia avvolge le colline attorno a Comabbio, la Pelada, il colle che i comabbiesi hanno battezzato così; una fitta nebbia che si solleva appena dietro la mia magnolia secolare. Leggo in un libro intitolato, prolissamente, «Museo di fisica e di esperienze variato, e decorato di osservazioni naturali, note medicinali, e ragionamenti secondo i principij de’ moderni, con una dissertazione dell’origine e della prima impressione delle produzzioni [sic!] marine, come fucus, coralline, zoophite, spongie, ed anche, intorno l’origine de’ funghi, con figure in rame», leggo la seguente domanda: «Perché le nebbia si genera nell’infimo seno dell’aria e nel contatto della terra?». La risposta è che «la materia della nebbia è assai più crassa di quella della nuvola». Non so perché ma rinvengo una sfumatura ‘morale’ in queste parole.

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Let’s Go Fishing

«Il futuro riserva un crollo del mercato? Se hai un portafoglio di almeno 350.000 euri, scarica la guida redatta dalla società Fischer, famoso gestore finanziario». Le domande sono tante (un’altra: «Sei pronto per la pensione?») e a rispondere è sempre la guida Fischer del famoso gestore finanziario Fischer; probabilmente sempre la medesima guida con una copertina arrangiata secondo i casi: foto di un incravatto a piedi nudi sulla sedia a sdraio di una playa solitaria al tramonto; foto di due vecchi abbronzati e legnosi con le gambe spenzoloni dallo yacht. A proposito di portafoglio: stamani ho chiesto al pesciarolo di stare nei dieci euri che mi rimanevano; e ho pranzato lautamente e non abbisogno di nulla.

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9 Genn. 18

Ieri, sulle rive del Verbano, è piovuto fango. Stamani, invece, tuoni e fulmini e un acquazzone, come d’estate. Questo per dire che non è vero che non esistono più le mezze stagioni, e che abitiamo una terra di mezzo...

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Mi sono sempre domandato se Britten e Pears se la fossero presa per quella gustosissima parodia che Dudley Moore, il geniaccio, scrisse e interpretò; e a cui affibbiò un titolo irriverente: Little Miss Britten. Ora scopro che Bennett è in grado di fornirci notizie di prima mano su quello che definisce un disastro; ovviamente tra virgolette. Lo fa nella sua introduzione a The Habit Of Art (Il vizio dell’arte, Milano, Adelphi, 2014). Le introduzioni di Bennett contengono spesso delle ‘improvvisate’. ― Mi accorgo di non aver precisato due o tre punti, che, peraltro, mi paiono superflui. Britten e Pears, lo sanno tutti, erano una coppia affiatata nella musica e nella vita; erano, anche questo è noto, omosessuali; Bennett stava nello spettacolo Beyond the fringe che Britten e Pears andarono a vedere – disastrously – nel 1961 e che aveva in Moore e Cook due campioni; Moore e Cook non erano omosessuali; Moore era l’autore e l’interprete di quel breve song intitolato Little Miss Britten che pigliava in giro il grande compositore inglese, e cioè Benjamin Britten e il suo interprete preferito, e cioè Peter Pears. Moore fu molto abile a mettere in parodia lo stile di Britten e i manierismi vocali di Pears. ― Torniamo a Bennett. Che ci dice Bennett? Che i due se la presero a morte.

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Un amico, un vecchio amico, di quelli devoti, è passato da me, l’altra sera, per lagnarsi, con dispetto, ma pure con una malcelatissima invidia, del fatto che i colleghi suoi fornicano al cesso con certa atletica (sportiva) frequenza. «È la fregola, l’universale fregola», sibila roteando gli occhi glauchi e pesti; «son gatte e gatti bigi di gennaio». Gli fo notare che Frazer (lo riporta pure Freud), ne Il ramo d’oro, racconta di come il contadino e la contadina… «Indove? Indove?» – «sull’isola di Giava», rispondo… sull’isola di Giava, fino a poco tempo fa, il contadino e la contadina gissero di notte per i campi accoppiandosi qui e là onde stimolare, per similitudine, la fecondità della terra e garantirsi il raccolto del riso. «E dunque?» fe’ – «E dunque eccoti la chiave dei bagni: fornicano non per fregola sibbene per accrescere la produttività».

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Calista

Calista è una agiata donna di quarant’anni ed è anche una bambina povera. D’altra parte la sua natura istrionica, profondamente istrionica, le consente di essere l’una e l’altra, talvolta simultaneamente. Ecco una spaventosa conseguenza: Calista mente, mente per la strozza, e anche quando minaccia col pugno levato, e minaccia spesso, si appella a princìpi immaginari, a ordinamenti fantastici, ad autorità chimeriche. Solo quando sbatte la faccia contro la realtà – perché capita che la realtà le si pari innanzi – tace; o comincia a tacere, dopo aver tentato di sedurla, giacché non c’è istrionismo senza circuizioni, allettamenti, seduzioni. Ma la realtà è più spesso occultata, velata dalle distrazioni, dalle sventatezze, dai passatempi, dai soldi scialacquati. Calista e la povertà, dove la povertà è tutta sua: povertà intellettuale e morale; paura di essere povera. La povertà è la realtà di Calista cui Calista sfugge coi soldi, spendendo i soldi (non suoi, sibbene dell’ennesimo Freddy Chuchuca che desinit in piscem ma dalla parte della bocca). Calista ha un figliolo che, nella sua, di lei, voracità di vita e di benessere, ha cacciato fuori, nel mondo, da bambina – è ragazza-madre. Lo ha espulso e continua a espellerlo, pure tenendolo accanto a sé, dentro la propria borsa, che riempie di gente di ogni età e di ogni condizione purché pronta a rendere un servigio (nella sua voracità Calista ha persino la bocca buona). Lo ha cresciuto male il figliolo, anzi, malissimo, e se si è salvato è perché l’evidenza dell’inadeguatezza materna (e paterna) lo ha esortato, ancora in fasce, a una sana autoistruzione. Il figlio: Calista lo detesta cordialmente ché è la sua realtà, la povera realtà da cui fugge. Non ci sono che realtà-povertà cui sfuggire in qualche modo e a qualunque costo, per Calista. Anche lo psichiatra, lo psicoterapeuta e tutta la scienza medica sono lì per curare la realtà-povertà, mica Calista che si specchia nel salone di bellezza.

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Cadrei Suoli

«Ciao Cadrei, io amo … una ragazza introversa e a cui il sesso interessa pochissimo. Ho 28 anni e lei 26, siamo legati da tre e la cosa si fa sempre più intensa e profonda, con progetti forti. Lei, però, non è per nulla interessata all’atto sessuale. Tra noi c’è molto erotismo, ma diverso: sguardi, avvicinamenti, carezze molto leggere. Finora ho accettato senza troppa fatica, anche per rispetto ai suoi principi religiosi»… eccetera eccetera. Ora sappiamo che Cadrei Suoli, titolare di un’eterna rubrichina su «Danno io», inserto di un quotidiano che non mette conto nominare qui tanto è popolare, ora sappiamo, dicevo, che le lettere se le scrive da solo. Infatti, questo è il suo stile: e cioè lo stile dei vecchi maestri di scuola, che erano celibi e irradiavano, con la fisionomia prima che con le parole, un paternalismo saturnino (l’espressione è di Manganelli). Le ciabattine di Suoli (che esibiva in un’intervista) sono una controprova coi fiocchi e inducono almeno un quesito fondamentale sul testosterone di chi le calza. Mi veniva, a dire il vero, così, sulla punta della lingua, la parola calzatore. Calzatore è però, ovviamente, e nell’uso siciliano, l’arnese con cui ci si calza le scarpe. Ora è il momento di interrompere questa lungagnata, giacché le ciabatte non si calzano col calzatoio; né il Nostro vi somiglia in alcun modo; e in luogo dell’avorio, del corno, richiama invece una bisaccia di cuoio.

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Cerco notizie su questo abbé Cialis, arciprete di Guéret, che ispirò a Jouhandeau un gustosissimo raccontino intitolato Le cadavre enlevé, e non trovo che la réclame del noto farmaco indicato nella disfunzione erettile. Le mie informazioni sul presbitero – sul presbitero, non sul farmaco, ché quelle su farmaco si limitano a un «non lo assuma se ha avuto un ictus recentemente» – sono scarse. Se non capisco male, un giovanissimo Jouhandeau andò a confessarsi da lui, e poiché Jouhandeau era e restò per tutta la vita un birichino, un birichino e un credente, non fatichiamo a immaginare le numerose ‘cadute’ che dovette scodellargli lì davanti. L’abbé lo riconfortò: «Ragazzo mio, rallegrati imperocché non avesti a che fare che con l’orgoglio della carne». Non altro. P.S. Ho riletto il ritratto che Arbasino ne fa – di Marcel – nel suo memorando Parigi o cara, ma me ne sono distolto tediato. Le potin entre nous! Le potin entre nous!