martedì 20 febbraio 2018

Sul Bafometto di Klossowski (una non-recensione)


Adelphi ha appena pubblicato Il Bafometto di Pierre Klossowski nella bella traduzione dell’esimio Giuseppe Girimonti Greco; è una traduzione che va ad aggiungersi a quella altrettanto bella di Luciano De Maria (il critico/traduttore, non il bandito) ancora disponibilissima nel catalogo ES. Fresco della lettura della ‘versione’ adelphiana mi sono messo a cercare recensioni in rete, ché una domandina sull’accoglienza del romanzetto ‘scandaloso’ presso il parterre dei critici/recensori non mi è parsa fuori luogo. Scandaloso lo metto fra virgolette ché è attributo congiunto pedissequamente all’operina. Ne ebbi prova provata all’epoca in cui la mia antica libraia, fa venticinque anni, mi disse: «È un libro scandaloso», allorché ne acquistai una copia per regalarla. «Ma lei lo ha letto?» – «No, ma è un libro scandaloso». Nel frattempo la mia antica libraia è morta; ed è morto altresì Pierre Klossowski – che, interpellato a Parigi, proprio in quegli anni lì, fra le mani Nietzsche et le cercle vicieux, ti intratteneva su Marilyn Monroe (per lui non un’icona sibbene un simulacro) e si rammaricava per le morti premature di Foucault e di Deleuze (di cui mimava con la mano il tragico tuffo dalla finestra). «Mi occupo di questo e di questo», aggiungeva e Marie Denise (Roberte, proprio lei!), di rimando: «Pierre, parbleu, voi non vi occupate più di nulla!». (Debbo questo aneddoto al semprevivo Fab Volonté). Beninteso, scandaloso lo è, Il Bafometto, soprattutto quando si sia disposti a scandalizzarsi per quel miscuglio – che non è affatto un miscuglio – di pornografia e teologia. ― La mia curiosità, e torno al mio argomento, è andata in parte delusa. Poche, pochissime le recensioni (o le menzioni o le chiose), e ‘sfocate’. Almeno così mi pare. Pasquale Di Palmo, sul «Manifesto», afferma che «non [è] condivisibile l’asserzione [di Blanchot] riguardante un supposto umorismo insito nell’opera di Klossowski. Non v’ha umorismo in un libro che eccita il riso dall’inizio alla fine? «Si riscontra semmai – prosegue Pasquale Di Palmo – il desiderio tragico di sottrarsi alle regole di ciò che è «umano, troppo umano», in cui flebili, o del tutto assenti, sono gli intenti parodistici, pur essendo presenti dissacrazione e iconoclastia». E qui abbiamo la ragione del malentendu. C’è tragedia al di là del comico e del tragico dell’umano troppo umano? C’è tragedia nel mondo bafomettiano dei soffi spirati (morti) dove la morte ha cessato il suo imperio e le identità (personali) sono ridotte a pure intenzioni? E, d’altra parte, non v’è parodia nella compossibilità di due regni: quello di Dio Padre, portinaio della memoria e delle identità, ‘dannatore’ e salvatore; e quello di una Teresa d’Avila, portinaia dell’oblio, che, quasi in vena di facezie, invita alla metamorfosi? Che il ‘tragico desiderio’ di Di Palmo non sia che un dubbio sulla legittimità – sull’ilare serietà – di questa ‘operazione’? Luigi Azzariti-Fumaroli, su «Alfabeta2», espone il dubbio in maniera più diretta: se il simulacro klossowskiano dice «tutto simultaneamente e simula senza fine l’opposto di ciò che dice», come vuole Klossowski (ma dove ne La rassomiglianza?), e se «è pur vero che anche questa volontà di assumere la realtà come perenne occasione di ricorrenza dell’irreale deve lasciare il passo a un movimento di discorso capace unicamente di ‘soffiare’, ovvero di effondersi e disperdersi, ‘sparpagliando l’atto di scrivere’» ecc. ecc., che fine facciamo? Ed anche: dove andiamo a parare? Una risposta – non esattamente sua – Luigi Azzariti-Fumaroli sembra fornirla: perveniamo a una specie di «spettacolo teatrale in cui, dietro i paludamenti trecenteschi di una leggenda templare che mescola perversione e trascendenza, si rappresenta una declamazione ‘emozionale’, vocata non già ad elicitare le lacrime, ma – ha scritto Gilles Deleuze – a fare spazio alla ‘pura mozione o puro spirito’». Ciò che, secondo Klossowski, obbedisce al carattere teatrico della teologia. È poco? È tanto? È una specie di ginnastica o di terapia? Non ci è dato di saperlo. ― Ho letto anche un terzo intervento, di Matteo Metta, ma mi sono accorto che risale a dieci anni fa, all’epoca in cui Marsilio fece uscire un libretto con i disegni klossowskiani appartenuti a Carmelo Bene. Si parlò di questo libretto solo per rimarcare il contrasto tra Bene e Klossowski; ciò che m’interessa poco. «Questi cartoni a matita – scrive Metta – trattano temi perturbanti e scandalosi, parlano di desideri erotici e idoli diabolici, di afflato mistico e omofobia». Temi scandalosi? Omofobia? Su queste fesserie ho interrotto la mia lettura.