venerdì 23 marzo 2018

Il cadavere rapito di Marcel Jouhandeau

Marcel Jouhandeau, scrive Blanchot, «vede correttamente ciò che è presente solo rappresentandoselo assente o in un’immagine che lo faccia sembrare immaginario» (Blanchot, ‘Chaminadour’, in Faux-pas, Paris, Gallimard, 1943, p. 273). Questa esigenza, questa più che quella di trasporre la propria autobiografia in fiction, ciò che peraltro avviene nei suoi racconti – nella sua opera –, appare insopprimibile in Jouhandeau. Ed emerge subito in un’arte che Jouhandeau sa esercitare meravigliosamente: l’arte del ritratto, del portrait.  Yves-Alain Favre, in un piccolo testo dedicato all’argomento, ha notato che i personaggi di Chaminadour, da cui proviene Le cadavre Enlevé e quell’abate Diverneresse che ne è il protagonista, non sono mai colti in un ritratto statico bensì sempre in movimento; inoltre la rarità dei tratti fisionomici è compensata dai dettagli intensamente evocativi (‘L’art du portrait dans les romans de Bosco, Chardonne et Jouhandeau’, in Le portrait, a cura di Joseph-Marc Bailbé, Publication Univ. Rouen Havre, 1987, n. 128, p. 155). Ecco come il lettore del Cadavre fa conoscenza dell’abate: «Un fantasma calvo e avviluppato in panni bizzarri stava uscendo dalla chiesa» (M. Jouhandeau, Il cadavere rapito, Milano, Adelphi, 2016, p. 11). Subito dopo impressiona il dettaglio delle mani, «scolpite in vecchio legno di ciliegio», «vere e proprie ‘cose’, cose pressoché eterne, preziose, cariche di luce interiore» ecc. Ma la stessa mobilità e la stessa predilezione per i dettagli evocativi sono, per esempio nelle Pages égarées – le prime che s’impongono alla memoria di chi scrive, con Tirésias, ovviamente –, caratteristiche dei ritratti dei ragazzi: Jenny è alto e pallido, i suoi atteggiamenti sono imprevedibili, «le membra sparse attorno al torso [sono] come i rami e le radici dell’ulivo»; Max, invece, svestendosi si presenta in questo modo: «Sono nato durante l’occupazione da un padre tedesco e da una madre bretone […] non ho conosciuto affetto alcuno […] Con me si ha a che fare con una canaglia» (M. Jouhandeau, Pages égarées, Paris, Pauvert, 1980, pp. 101 e 125, tr. mia). Ancora Favre asserisce che al nostro autore interessa solo la psicologia. È un’affermazione condivisibile se accostata a quella che chiude il saggetto: Jouhandeau, vi si dice, «osserva gli uomini con la curiosità golosa […] del teologo» (art. cit., p. 163). Psicologo, teologo, Jouhandeau è attirato dal ritratto morale. Sul che bisogna intendersi, giacché un simile ritratto coglie – o vorrebbe cogliere – l’essenziale dell’uomo. Se la molla è il piacere, il piacere sensuale che l’uomo Jouhandeau si prende con i ragazzi, o la semplice curiosità, come ammette lealmente nelle Pages égarées, la mèta è sempre la conoscenza: «Senza il piacere che n’è stato il pretesto, mai avrei incrociato il cammino di questo calderaio. Ora, il piacere che mi sono preso con lui conta infinitamente meno del fatto di conoscerlo» (op. cit., p. 29). E poco più avanti (p. 37): «Il Paradiso e l’Inferno, per me è questo l’Uomo. I continenti del suo corpo e della sua anima hanno ispirato tutti gli spostamenti del mio sguardo e della mia attenzione, senza che abbia mai avvertito la minima spossatezza». Forse si potrebbe riprendere qui la vecchia distinzione teologica fra imago Dei e similitudo Dei: se l’uomo è l’immagine di Dio nell’ordine della natura, anche dopo la caduta, ne è bensì il somigliante nell’ordine storico o escatologico, tramite la volontà, la scelta, un apprendistato, un perfezionamento. Più che a un’imago statica, i ritratti di Jouhandeau mirano a cogliere una similitudo dinamica, la somiglianza (con Dio o con il diavolo) nel suo prodursi: iscrizione di una virtù, di un vizio, di un’abilità, di una perfezione. È solo la dynamis, qualunque direzione imprenda, qualunque sbocco raggiunga, a importargli davvero. La visione teologica di Jouhandeau, che è pure un’antropologia, trova una formulazione efficace proprio nel Cadavre, in un breve passaggio: «La teologia di padre [Diverneresse] si fondava tutta sulla ‘grandezza’ dell’uomo. Sosteneva, l’Arciprete, che non c’è un ‘prima’, né un ‘alla fine’ delle anime buone e delle anime cattive; ma ci sono anime che possiedono la grandezza ed altre che ne sono prive». Occorre rigettare la mediocrità nel bene e nel male e ridurre la predilezione per l’uno o per l’altro a «un accessorio, [a] un accidente marginale e temporaneo della grandezza» (op. cit. p. 44). E, d’altra parte, «l’albero del Bene de Del male nel mezzo del Paradiso è l’uomo» (Pages égarées, cit., p. 77). Padre Diverneresse è una di queste anime destinate alla grandezza, alla elevazione. La vicenda dell’arciprete – a raccontarlo è lo stesso Jouhandeau in La vie comme une fête. Entretiens, Paris, Pauvert, 1977, p. 51 – trae ispirazione dalla personale vicenda dell’abate Cialis, un canonico che Jouhandeau aveva conosciuto quand’era ragazzo. Calunniato presso il vescovo di Limoges a causa di un’amicizia femminile, l’abate viene chiamato a fornire chiarimenti sulla sua condotta. Monta sul treno una mattina ma spira durante il viaggio. Il treno conduce il cadavere fino a Dorat, cittadina di cui l’arciprete è stato il vicario, e lì, dove è stato amato e stimato, vi trova pressappoco la propria apoteosi. Il Cadavre enlevée racconta questa medesima vicenda. Jouhandeau lo fa precedere dalla seguente epigrafe esplicativa tratta dall’epistola agli ebrei: «… et non inveniebatur, quia transtulit/illum Deus…» (Ad Hebraeos, 11,5). Anche padre Diverneresse, come l’abate Cialis, suo referente storico, o come il patriarca Henoch, trova, al termine del suo viaggio, una sua bizzarra apoteosi. Il cadavere, infatti, viene prelevato e intronizzato dalla comunità. Il vecchio decano che lo ha assistito nei suoi primi anni lo commemora così, definitivamente: «Dio sa quale rimorso ha spinto cinquant’anni fa Jérôme Diverneresse a lasciarci per un esilio volontario. Io sono l’unico a saperlo. Se Dio ce lo rende, è perché non solo gli ha perdonato, ma lo ha anche santificato.» (op. cit., p. 70). Ed ecco, direbbe Blanchot, il perfetto ritratto di un uomo assente e immaginario.