mercoledì 23 maggio 2018

Delle tre o quattro forme di amore


Se mai fosse necessario parlarne, una mattina di primavera con il cielo bigio e un sole coerentemente (non avevo alcuna voglia di impiegare questo avverbio) pallido e una nuvola livida che il mio vicino ha scambiato per un razzo: «Guarda, un razzo!» ha detto… e una notte obnubilata, ma qui si tratta della mente, da una pillola di Felison, una notte di fantasime tigresche, equatorial-vegetabili… dove persino compariva e dispariva una donna gigantesca, crassa, sferiforme, con due occhi bistrati, intenta a defecare dentro un vulcano… be’, insomma, la prima forma d’amore è quella per il proprio letto e ce la ricorda il vecchio Groucho Marx. Il quale raccolse dalle labbra di un quasi-impiccato questa sua dichiarazione (d’amore perbacco!): «Non mi importava che nel letto ci fosse mia moglie, dopotutto fa parte della famiglia, ma quel tipo [ammazzato a revolverate, n.d.r.] neanche lo conoscevo» (Letti, Lindau, Torino 2017, p. 47). Groucho chiama i soggetti travolti da cotesta passione monolettici – ma monolettici lo leggiamo nella pur quasi pregevole traduzione italiana e se qualcuno di voi lo avesse invece sottomano, o anche solo sullo scaffale accanto alla contadinella di bisquit, regalo della zia Kimberly A. Pidgeon, in lingua originale, ebbene lo apra alla p. ** e mi comunichi il lemma (José Luis Guarner, traduttore di Beds in spagnolo, volgarizza con monocameros).
La seconda e la terza forma d’amore – d’amore erotico, di eros… – le ricavo invece da Georg Simmel, la cui simpatia nessuno vorrà mettere in discussione. Che dice il buon Georg Simmel? Intanto – sta parlando nientepopodimeno che della discrezione – una cosa esatta come questa: «Noi siamo fatti ormai in modo tale che abbiamo bisogno di una certa proporzione di verità ed errore come base della nostra vita ma anche di una certa proporzione di chiarezza e di vaghezza nell’immagine dei nostri elementi esistenziali» (L’intimità, Armando, Roma 1996, pp. 88-89). Che significa? Non che si debba raccontare balle o nascondersi dietro un dito, per utilizzare espressioni pregne di significati; ma che, di là dalle nostre intenzioni, di queste cose – verità, errore… – ne abbiamo bisogno. E sennò, per utilizzare un’altra espressione pregna di significato, mandiamo tutto in vacca («nous gâchons la fête» scrive la dott.sa Caresse Trottier, psicologa e psicanalista, con quella sua predilezione per l’arancione e il cocktail de faculté, in quel suo libro intitolato La pudeur et la poussière sous le tapis, Orly, Paris 2003, p 121). «L’altro – prosegue Simmel – non deve solo offrirci doni […] ma anche la possibilità di ripagarlo con le nostre idealizzazioni e speranze, con le sue bellezze nascoste e il suo fascino a lui stesso inconsapevole» (p. 89). Nelle relazioni amorose, insomma, esaurire le proprie risorse spirituali – «piocher dans la caisse» insiste la dott.sa Trottier – è estremamente pericoloso; esse non si rinnovano e (questo è Simmel, p. 88) «un [bel giorno] ci si [ritrova] a mani vuote uno innanzi all’altro» e persino nel désaveu (Trottier), sconfessione, della dedizione e della gioia (jouissance direbbe Nancy).
La terza forma d’amore – quella appena descritta era la seconda la quarta mi serviva per dilatare il titolo – la terza forma, dunque, ammette che «senza pericolo possono darsi per intero solo coloro che in assoluto non possono mai darsi affatto per intero, in quanto la ricchezza nei loro animi è in uno stato di permanente sviluppo, così che a ogni donazione segue immediatamente una nuova acquisizione». Simmel fa un curioso esempio: «Difficilmente regalando i frutti di quest’anno si danno via anche quelli che l’albero produrrà l’anno successivo» (Simmel, p. 88). Alla discrezione si congiunge la pazienza, l’attesa del momento propizio, la benevolenza (eunoia, εὔνοια). Ma ciò, lo si sarà capito, come si sarà capito che qui non si parla di forme d’amore ma di psicologia, della psicologia dei tipi erotici, degli amanti che ci capita di essere… ma ciò è inconsueto e prezioso.