lunedì 30 luglio 2018

Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli


Siamo nel 1970 e Giorgio Manganelli si appresta ad abbandonare il suo status di scrittore sedentario, ad assumere, almeno occasionalmente, quello di écrivain-voyageur: esistenza sociologica moderna che ricomprende giornalisti in missione, esploratori (magari inclinanti alla difesa della civilizzazione e degli interessi coloniali ecc.). Viola Papetti, che fu intima nel Nostro, consegna a una sapida postfazione (in G. Manganelli, “Viaggio in Africa”, Adelphi, Milano, 2018) le sue osservazioni su quel viaggio allotrio e, per certi versi, paradossale: lo volle tale Carlo Castaldi, progettista, per la multinazionale Bonifica (una denominazione che pare ironica), di una strada che avrebbe dovuto connettere Dar es Salaam al Cairo chiamata Transafricana1 e che non venne mai realizzata. Castaldi immaginò una specie di delegazione di studiosi, di cui Manganelli avrebbe dovuto costituire il cervello, a sorreggere ‘ideologicamente’ l’impresa. (Ma la scelta dello scrittore scaturiva anche dal responso che Silvana Radogna, moglie di Castaldi, paziente eletta del dott. Ernst Benhard, donna amata da Bobi Bazlen, aveva tratto dai tarocchi: ciò che, secondo Viola Papetti, irritò profondamente Manganelli).

Escursionista in erba, Manganelli scese al primo albergo africano (sempre Papetti) in abbigliamento coloniale di maniera: completo kaki, cappello con visiera e ombrello (cfr. p. 64). Una mise ricercata a segnalare un ruolo incongruo? Ma la prima redazione della sua relazione, quella pubblicata ora da Adelphi, annuncia subito una scelta di campo: quella del testimone, dell’osservatore, del Kulturkritiker ciò che obbliga il Nostro ad assumere una ‘posizione globale’ («des positions globales» diceva Fanon nei suoi Damnésp. 15 della tr. it.›*). Soprattutto la terra, sorvolata o percorsa, colpisce il nostro osservatore. Intanto perché è davvero terra: terra gialla, ocra, raramente verdeggiante: «L’Africa appare morta – qualcosa che non è mai stato vivo […] Costole, ossame geologico: montagne di ciottoli lavorate da un’acqua furibonda ed effimera» (p. 17).

E alla sterminata crosta africana gli appare subito ovvio contrappore la città europea che «tenacemente si stende a obliterare ogni traccia di ‘terra’»: «arcaica vergogna dell’Europa» (p. 12) la terra, se incolta, se scoperchiata. L’Africa e la città: dure realtà inconciliabili, giacché la seconda partecipa del tempo storico o cronologico e si progetta, si ‘futurizza’ (skopós vs télos, se col secondo indichiamo il tempo ciclico, ‘naturale’). Il tempo e la città; il tempo e la civiltà: non è un caso che l’Africa appaia a Manganelli fuori della storia, astorica o preistorica: «L’europeo, unico animale antico e moderno, celebra la propria dignità nello splendore dei ruderi […] Si adorna di colossei, templi, acropoli»; invece «i simboli della dignità africana [subsahariana] sono senza tempo, ma intensamente araldici» (p. 34);** sono gli animali anzitutto.

Trapianto (impianto) esogeno, la città gli appare scissa; scissa nei tempi e negli spazi che immette: i commuters (il proletariato) che occupano autobus sovraffollati tornano alla periferia, al villaggio, o al suo simulacro, e al suo tempo. A Nairobi, scrive, «l’illusione è impossibile. Dall’alto è un tuorlo di edifici bassi e candidi, circondato da un rado albume di capanne. Ma queste capanne sono già la versione africana della bidonville, così come il centro ha un sapore asettico, una clinica per uomini dalla pelle innaturalmente chiara e per africani che ne hanno preso i gesti» (pp. 20-21). Città coloniale, ovviamente, «monde compartimenté», diceva Fanon: «Sans doute est-il superflu, sur le plan de la description, de rappeler l’existence de villes indigènes et de villes européennes, d’écoles pour indigènes et d’écoles pour Européens, comme il est superflu de rappeler l’apartheid en Afrique du Sud». La città del colono, proseguiva, è in pietra e ferro, illuminata, asfaltata, percorsa da piedi calzati, giacché i piedi del colono non sono mai nudi, salvo forse al mare (cfr. pp. 5-6 della tr. it.). Gli fa eco Manganelli con una catena di interrogativi corrosivi: «La bidonville di Nairobi, la pubblicità delle compagnie aeree dedicata a uomini che vanno a piedi scalzi?*** L’invito a passare la Pasqua a Roma o a Madrid, rivolto agli abitanti di paesi che hanno settanta dollari annui di reddito medio? È una gigantesca insolente frode? O appare piuttosto a costoro come un’immagine, che sappiamo quanto sia deforme e grottesca, di una speranza?» (p. 37).

Solo ridicola (gli) appare invece la ‘frode’ (tra virgolette) giocata al viaggiatore europeo per il quale l’Africa è un immenso zoo, un parco, uno scenario cinematografico, un regno favoloso e selvaggio, tenebroso, una Wilde Life da eternare con la macchina fotografica. Mito infantile («Dall’infanzia, una oscura memoria di esploratori… ‹p. 27›) che finisce sui dépliant degli operatori turistici, sulle riviste di viaggi, al Cinema.**** Manganelli immagina di dischiudere il senso di colpa del viaggiatore bianco, europeo e americano: «Ma si ricorderà di se stesso in mezzo a quella gente […] come una cosa estranea, un errore, una prepotenza» (p. 29); un becero turista itinerante motorizzato, soccorso da un involucro di latta; l’unico essere umano in movimento in un paesaggio quasi immoto, nel tragitto da un albergo a un altro albergo. Un mordente sarcasmo, quello manganelliano, che conclude o si fa conclusivo sull’ordinata realtà della strada di cui, non lo si dimentichi, dovrebbe plàudere l’utilità, l’efficienza; e invece: «La strada, sebbene non percorribile, off-limits, per il negro è pur sempre un bizzarro luogo longilineo»; certo anche un luogo curioso e non del tutto superfluo; e tuttavia la strada congiunge i lontani e non i vicini. Al passo fiaccabile dell’uomo su quel continente «accidentalmente umano» si confà di più la pista sinuosa, effimera, esposta al rischio di essere raschiata dalle piogge. La ‘viabilità’ africana non è costruita – è delicatamente «tatuata» (p. 15).

L’indigenza dell’africano, l’indigenza prodotta dal sistema, dalla condizione coloniale, è la causa della sua immobilità, della sua inerzia; immobilità e inerzia che divengono un ‘problema’, in un continente intransitabile, solo quando la colonizzazione impone il movimento: il movimento degli uomini e delle merci, la ferrovia, la strada, l’aeroporto, la città metropolitana. I figli dell’africano, vaticina Manganelli, «cresceranno con la cognizione naturale che muoversi è possibile ma che ciò è loro negato per sempre» (p. 36). È una previsione azzeccata solo a metà.

Perché allora Manganelli parla di speranza? Speranza grottesca, certo, ma anche una «proposta» e un «regalo» (dell’Occidente?) – un regalo «ambiguo, euforico e rischioso» consegnato a una vita sfregiata, ferita anche solo simbolicamente dalla tecnica, dal contatto con la tecnica occidentale (cfr. p. 37). E allora il secondo vaticinio manganelliano è azzeccato: «La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro» (p. 40).

(Questa recensione è apparsa in Cabaret Bisanzio ed è reperibile al seguente link: http://www.cabaretbisanzio.tk/2018/07/18/viaggio-in-africa-giorgio-manganelli/

Note

* Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962.
** Con l’eccezione, annota, della «regione che va dal lago Tana ad Axum e Lalibela [che] racchiude i resti di diverse civiltà» (p. 50).
*** Più avanti, p. 39: «Si rammentano gli innumerevoli lustrascarpe in una terra senza scarpe».
**** E così, «La ‘bellezza’ dell’Africa è stata inventata ed elaborata da bianchi; in tal modo si è conservata e protetta l’annessione culturale dell’Africa» (p. 32). Fanon va oltre: «Toutes les valeurs méditerranéennes, triomphe de la personne humaine, de la clarté et du Beau, deviennent des bibelots sans vie et sans couleur. Tous ces discours apparaissent comme des assemblages de mots morts. Ces valeurs qui semblaient ennoblir l’âme se révèlent inutilisables parce qu’elles ne concernent pas le combat concret dans lequel le peuple s’est engagé» (pp. 12-13 della tr. it).


Spigolature (quasi una rubrica)


«Perché vedi, se con i tuoi libri guadagni (netto) almeno 25-30 mila euro l’anno, allora vuol dire che puoi vivere di scrittura e sei uno scrittore». Sottinteso: diversamente no. È un esempio, uno fra i tanti, dei pensierini di M.R. Che dire? Mi stupisce che qualcuno non abbia il pudore di non definirsi scrittore – il pudore soprattutto. Il fognaiolo, il fognaiolo che fa una cosa veramente utilissima, il fognaiolo che Mishima chiamava «raccoglitore di terra notturna»... il fognaiolo il pudore ce l’ha; il romanziere (scrittore) no? Ma anche qui: non vorrei dare l’impressione di sminuirlo. Gli è che, in maniera più essenziale, la scrittura invoca il pudore; e meglio sarebbe, per lo scrittore, svelare la sifilide, un pene a chiazze blu come quello del mandrillo, la bolletta sulle mutande… Quanto al compenso… be’, tralasciando per un momento il pudore, ché sempre è faccenda di pudore, chi vive del proprio mestiere è il proprio mestiere; col corteggio dei difetti fisici, dei parossismi cerebrali, delle malattie professionali: cieco l’avocato, luetica la prostituta, catarroso lo studioso (secondo Orlando Lasso); ma anche luetico l’avvocato, catarrosa la prostituta, cieco lo studioso. M.R., in ogni caso, sta col naso nei pressi delle ghiandole aprocrine…
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Arlene Heyman non l’avesse ringraziata al termine del suo libro (Scary Old Sex), Sandra Newman non me la sarei filata di striscio. Invece Arlene la ringrazia per aver editato (o riscritto) il suo libro e a me queste cose incuriosiscono. Intanto lo ha editato, il libro, con, nell’ordine, «pazienza, rispetto, qualche lacrima e molte risate, senza alcuna pruderie, e sempre con straordinario intuito letterario». Qualità, contegni rari nelle suocere e in chi si occupa in un modo o nell’altro – in qualunque modo – di letteratura. Sandra Newman non se la fila nessuno dalle nostre parti; nessuna stravaganza da parte mia se, seguendo la mia strada – che mi portava nell’orto –, stessi ora, in questo preciso momento, diserbando. E invece, Arlene, appunto, e un’anteprima, l’anteprima di un libro intitolato Come non scrivere un romanzo, sottotitolo: Una guida per evitare i 200 errori più comuni (Corbaccio, 2010); scritto a due mani, giacché per scrivere ne basta una per ciascheduno, da Sandra Newman e da Howard Mittelmark. Fra i duecento errori questo (definito «l’errore della carrellata troppo lunga»): «quando si annaspa nell’infanzia del personaggio». Che ne direbbe Sandra Newman (ignoro Howard che immagino assai annebbiato) del Tristram Shandy di Sterne? Lo ignoro. So però quello che dice di Marco Polo: è l’inventore delle guide turistiche.
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Del mentire o fingere o… – Sto cercando, ma pare introvabile, un libro di John Austin intitolato (così e semplicemente) Saggi filosofici. Lo ha pubblicato Guerini e Associati all’inizio degli anni Novanta – editorialmente parlando equivale al XIX secolo. Lo cerco perché a) non ho mai letto nulla di Austin; b) fra i saggi ne compare uno sulla menzogna, sulla bugia; c) … nessuna “c”. Titolo ‘Pretending’: fingere, simulare. Leggiucchiando frammenti qui e là capisco che si apre con una presa per i fondelli di Mr. Errol Bedford; il quale ha sicuramente scritto qualcosa sulla rabbia (anger) e sul fingerla. Per esempio, sempre che non abbia capito male, se batto un piede per terra non sono arrabbiato ma simulo solo di esserlo; se mi butto per terra e mordo l’angolo di un tappeto, be’, allora sono arrabbiato. Austin dice che la finzione/bugia è legata alla parola: dico una bugia così come direi la verità – anche perché, viceversa – mi tradisco. Ma qui la bugia è ancora una cosa brutta, antipatica, detestabile, abominevole… Ma fingere è anche altro… Legata alla parola, alla verbalizzazione, la bugia, lo si è detto (lo ha detto Austin), ma non manca di coinvolgere comportamenti non verbali (non-verbal behaviour). Fingo di stare in cima a una montagna: inspiro profondamente, guardo verso il basso, indico qualcosa là sotto (gli esempi sono di Austin). Ed anche: Let’s pretend we’re giraffes and eat the leaves, facciamo finta di essere giraffe e mangiamo foglie (sempre Austin); ippopotami e bruchiamo erbe o, in caso di necessità, pilucchiamo (detto con garbo) carogne di altri animali o di altri ippopotami (esempio mio); scrittori e…
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Nel giorno in cui (il 27 di luglio) un escursionista rinviene una mano (umana chiarisce onde fugare dubbi favolosi il TGCOM24) sul versante francese del massiccio del Monte Bianco; una mano umana che il ghiacciaio di Les Bossons, curiosamente collocato accanto a un ristorante, a 1.358 m di quota, ha lasciato affiorare; una mano che parrebbe «appartenere a una delle vittime dell’incidente aereo che, il 3 novembre 1950, fece 48 vittime»; ciò che sarebbe confermato dal rinvenimento di una ruota d’aereo – di un aereo o dell’aereo che in quel 3 di novembre del 1950 andò a schiantarsi qualche metro dalla sommità del Monte Bianco; di quell’aereo, un quadrimotore Lockheed L-049 Constellation battezzato Malabar Princess, che percorreva la tratta Bombay-Londra – Bombay e Londra, così distanti benché un sacco di ragioni storiche non le rendano poi così distanti e soprattutto meno distanti, per il medesimo sacco di ragioni, di Bombay e Gallipoli… ma che stavo dicendo? C’era quella cosa sulla morte e l’estate, su quel loro flirt, di cui parlava De Quincey («But, in my case, there was even a subtler reason why the summer had this intense power of vivifying the spectacle or the thoughts of death»), di cui parlava Manganelli… Bene bene, questa mano che spunta in estate, come la corolla di un fiore, sopra un ghiacciaio… Benché mi appaia inutile, aggiungerò: esiste un volo Bombay-Gallipoli e la brochure mi assicura che «uno dei modi per raggiungere Gallipoli da Bombay è sicuramente l’aereo».

mercoledì 11 luglio 2018

Manganelli in Africa


Adelphi pubblica un piccolo libretto di Giorgio Manganelli; titolo: Viaggio in Africa. L’ho letto con piacere ma pure con crescente inquietudine – e se inquietudine dovesse sembrare vocabolo ‘esasperato’ dirò amarezza. Già, perché Manganelli, al suo primo viaggio effettivo – ricordo di aver letto da qualche parte che il Nostro fu sedentario per i tre quarti della sua vita e che prese il suo primo aereo nel 1972 per andare a Parigi –… Manganelli dunque, nel 1970, da quel suo primo viaggio, in Africa, ricavò una ‘relazione’ di poche pagine (quelle dell’opuscolo adelphiano) densissime e piene di verità. Su quest’ultima parola – la parola verità, parola impegnativa (ovviamente) – ho tentennato. Fanon, che fra poco citerò di nuovo, notava che una parola come la parola verità «deve richiamare la nostra attenzione» soprattutto nel contesto geopolitico della condizione coloniale e post-coloniale. (Se la menzogna spacciata per verità è la ‘verità’ della propaganda politica, più insidiosa è la menzogna spacciata per verità di certe analisi politologiche, sociologiche, antropologiche ecc.). Nell’opuscolo manganelliano è subito manifesto il disagio dell’intellettuale occidentale di fronte a una condizione adulterata, contraffatta, ridotta a scenario cinematografico. Ne scaturisce un senso di colpa che vorrei definire sano e ovviamente autentico. Non vorrei dilungarmi troppo: l’opuscolo merita una recensione che forse stenderò nei prossimi giorni. Torno un momento a Fanon e al suo libro: I dannati della terra: lettura imprescindibile per chi si occupa di critica politica volto ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo (alle ex colonie europee). Curioso, ma non troppo, che nella chiacchiera giornalistica (dunque pseudocritica, dunque vincolata a un repertorio di slogan) il nome di Fanon non compaia mai.

giovedì 5 luglio 2018

Scrittori e ippopotami


«Le dichiarazioni territoriali di mammiferi così diversi come il coniglio e l’ippopotamo sono invece cumuli di sterco» (Mark Denny, Alan McFadzean, L’ingegneria degli animali, Adelphi, Milano, 2015). Pare che un vecchio inquilino buonanima (non riferirò l’indirizzo…) adottasse il medesimo sistema: depositava il proprio escremento ventrale puro (per utilizzare un’espressione ippocratica volgarizzata dal dott. Gennaro de Rosa in un’operetta di sette o otto volumi) sullo zerbino del vicino in un certo momento, mai lo stesso!, della giornata. Il vicino – il vicino buonanima – lo ricambiava dell’omaggio, lo ricambiava alla stessa maniera. I due andarono avanti per un po’: con gli escrementi – e con le lettere degli avvocati. Alla fine creparono entrambi, sebbene in tempi prudentemente (perché questo avverbio?) diversi. E di sicuro la malattia – nessuno dei due cadde fulminato da Giove – impose di interrompere anzitempo la sciagurata consuetudine della paletta e dello zerbino. Ma io stavo pensando che figuratively anche in amore e nella letteratura (e un po’ ovunque) avviene la stessa cosa: luoghi segnalati con cumuli di... McFadzean e Denny aggiungono un dettaglio che mi sembra notevole a proposito di questi cumuli: «Inizialmente i segnali chimici possono essere più importanti, ma l’impatto visivo resta dopo che l’olezzo è svanito». Ecco, pensavo, che resta di quei ‘segnali’ o come mutano nel caso degli scrittori? Libri, Lettere, scartafacci, biglietti minatori, fotografie…? … che comunque hanno perduto l’urgenza, l’attualità… la fragranza, l’olezzo. (Sì, è opinabilissimo, siamo d’accordo, non facciamola lunga). E nel caso degli innamorati, degli amanti, degli amici, che rimane? Scritte sui muri sbiadite, messaggi sui telefonini, cicatrici sulla schiena, una portiera rigata (alludo allo sportello dell’automobile)…?

(Bene, non so spiegarvi esattamente il perché ma immagino civili e civiche deiezioni magari nei prati verdi dei campi d’aviazione o da golf, sempre così ben manutenuti).

Racconta il vecchio Mordecai Richler in un libro intitolato Solomon Gursky è stato qui (Adelphi, Milano, 2003), racconta di un branco di iene alle prese con la carcassa di un ippopotamo «steso di lato sul letto in secca di un fiume». Che combinano coteste iene? «Siccome la pelle dell’ippopotamo era impenetrabile […] lo divoravano partendo dalla più tenera regione anale, entrando e uscendo dalla cavità con brandelli gocciolanti di carne rosata o di intestini stretti in bocca». Il mio parallelismo (similitudo) tra scrittore e ippopotamo – o tra ippopotamo e scrittore, come preferite, trascurando definitivamente il coniglio – m’impone di trarne una lettura (lectio). Da qui la predilezione di molti per le metafore che, come si sa, possono restare appese al… come gli impiccati alla forca. La psicoterapia, leggo, sa talvolta ricorrervi con risultati incoraggianti. Una soluzione, dicono il dott. Whitaker buonanima e il dott. Keith (del secondo posso fornirvi il numero di telefono), una soluzione troppo sciolta (explicatio), dove, insomma, si dice troppo, perde o rischia di perdere la propria efficacia; al contrario, una metafora resta lì, riconoscibile e da riconoscere, un explicandum da cui cavare un explicatum, anche creativamente, mettendoci del proprio. Ma, afferma Ceronetti, «nessuna saggezza di vita resiste a tre giorni di stitichezza» (sicuramente una delle sue asserzioni più belle). E dunque? E dunque i nostri scrittori, quelli immensi, con novecento e sette kg di grasso e la pelle spessa due centimetri e mezzo, una volta dispariti, vengono svuotati, almeno lo immagino, penetrandovi dalla regione più tenera – per il tratto più pervio.

Il buon vecchio sesso fa paura?


Volete scrivere? «Non [pensiate] di imparare a scrivere frequentando chi frequenta letteratura»; e anche: «[Iscrivetevi] a chimica, archeologia, geologia». Ecco un paio di vecchi motti manganelliani (oggi in Il rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano, 1994, p. 105) che, dietro la facezia, piazzano un argomento. Davvero singolare – si fa per dire – che Il buon vecchio sesso fa paura (Scary Old Sex), silloge e trascelta di racconti di Arlene Heyman pubblicata da noi da Einaudi, quegli argomenti lì, li infirmi e confermi, nello stesso momento.

 Arlene Heyman è una psichiatra e una psicoterapeuta newyorkese che a New York, nella Upper West Side (Manhattan), ci vive e ci lavora. I recensori – alcuni recensori – hanno notato, non so quanto perfidamente, che vive e lavora nel quartiere dove vivono i suoi pazienti e i personaggi di questo suo primo libro. Tempo addietro, al ventunesimo Independent Bath Literature Festival, Arlene Heyman dichiarava: «If you’re starting to write a character, you take a bit of sand and build up layer by later – it’s a process of accretion. With clients, you’re trying to break things down». Una ‘risposta’ decisamente ingenua e inutile.


Sappiamo quanto agli psichiatri e agli psicoterapeuti la pratica della scrittura possa, per così dire, ‘prender la mano’. Freud, raccontando delle sue isteriche annotò una frase ‘celebre’: «Sento io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta della scientificità» (Studi sull’isteria, in Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1967, p. 313). In un bel saggio, Gianni De Renzis (Trascrizione della clinica…, in Trascrivere l’inconscio, a cura di A. Vergine, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 63), chiosando la celebre formula di Freud, avverte: «L’inflazione ripetitiva rischia di denervare […] in compiacimento di maniera la brusca […] autodenuncia di Freud». Di più: «I cliché su cui sono modellati molti resoconti clinici dei nostri ‘tempi moderni’, già dottamente avvertiti di costruzionismi, narratologie ed ermeneutiche varie», ci fanno concludere che «le attuali storie cliniche somigliano forse piuttosto a delle telenovele».


Mi scuso per l’ampiezza delle citazioni ma mi paiono necessarie per inquadrare alcune debolezze di Scary Old Sex. Innanzitutto la presenza di stereotipi. Stereotipi sono i personaggi, quei characters che Arlene Heyman vorrebbe costruire pezzo per pezzo, e che de facto – e cioè in writing –, non sono che un complesso di tic, di pose e di risposte pescate nel contenitore (magic barrel) delle fenomenologie ed ermeneutiche delle psicoterapie. Si tratta di donne e di uomini spesso maturi o anziani, vedovi, divorziati, risposati, con figli grandi e piccoli, professioni prestigiose o quasi; e (soprattutto) con una sessualità (una maniera di viverla) prudente e istruita: un sesso di corpi implicati in operazioni di igiene e di cura invece che in (un) rapporto. «Lo fai regolarmente per dimostrare che sei un essere umano, che sei vivo e civilizzato e riesci ancora a goderti momenti di estasi». Pensiero dell’attempata protagonista dell’ultimo racconto o della terapeuta, della sessuologa, poco importa. Di qui l’attenzione un po’ comica per le precauzioni, per la farmacopea, per i dispositivi medici. Nessun abisso spalancato, nessun ‘senza fondo’, per dirla con Jean-Luc Nancy (autore di un bel libretto intitolato Del sesso, Cronopio, Napoli, 2016); quindi nessuna autentica paura: il titolo di questi racconti va letto per antifrasi. La scabrosità del ‘sesso’ (o della corporeità, della fisiologia, della malattia…) descritto da Arlene Heyman merita forse la risposta goffa di uno dei suoi personaggi: «Nulla di umano ti è estraneo. Salvo io (sic!)! Hai mai sentito parlare di riservatezza, delicatezza, rispetto dell’anima?».

 Farei però un torto a Arlene Heyman se non aggiungessi subito che Arlene Heyman non è una ‘scienziata’ prestata alla letteratura; che alla letteratura e al suo milieu non è affatto estranea, che nei primi anni Sessanta fu intima di Bernard Malamud e sua allieva; ancora: modello di Fanny in Le vite di Dubin del medesimo Malamud, di Amy Bellette in The Ghost Writer di Roth. Il lettore di Scary Old Sex, troverà nel racconto intitolato L’amore con Murray – il più inerte della raccolta, dove potete leggere frasi come questa: «Ascoltandolo parlare di arte, si bagnava regolarmente le mutandine»; oppure: «La tua anima brilla dentro di te»; ed anche: «Murray era la musica di sottofondo della sua vita, e anche l’orchestra, sebbene sapesse che avrebbe dovuto essere lei l’orchestra di se stessa» –, la reminiscenza di quegli anni gloriosi, detto con ironia, fino al sussurro o al pettegolezzo. Racconto scopertamente autobiografico e, com’è ovvio, alla memoria di Malamud dedicato.

Scary Old Sex, in buona sintesi, è un libro deludente; un prodotto editoriale (nel senso deteriore del termine) messo a punto nei cosiddetti gruppi di scrittura. Vorrei cavarmela con una battuta: se ne potrebbe trarre, con un buon budget, una serie televisiva a metà strada fra Desperate housewives e
Sex and the city.