giovedì 5 luglio 2018

Il buon vecchio sesso fa paura?


Volete scrivere? «Non [pensiate] di imparare a scrivere frequentando chi frequenta letteratura»; e anche: «[Iscrivetevi] a chimica, archeologia, geologia». Ecco un paio di vecchi motti manganelliani (oggi in Il rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano, 1994, p. 105) che, dietro la facezia, piazzano un argomento. Davvero singolare – si fa per dire – che Il buon vecchio sesso fa paura (Scary Old Sex), silloge e trascelta di racconti di Arlene Heyman pubblicata da noi da Einaudi, quegli argomenti lì, li infirmi e confermi, nello stesso momento.

 Arlene Heyman è una psichiatra e una psicoterapeuta newyorkese che a New York, nella Upper West Side (Manhattan), ci vive e ci lavora. I recensori – alcuni recensori – hanno notato, non so quanto perfidamente, che vive e lavora nel quartiere dove vivono i suoi pazienti e i personaggi di questo suo primo libro. Tempo addietro, al ventunesimo Independent Bath Literature Festival, Arlene Heyman dichiarava: «If you’re starting to write a character, you take a bit of sand and build up layer by later – it’s a process of accretion. With clients, you’re trying to break things down». Una ‘risposta’ decisamente ingenua e inutile.


Sappiamo quanto agli psichiatri e agli psicoterapeuti la pratica della scrittura possa, per così dire, ‘prender la mano’. Freud, raccontando delle sue isteriche annotò una frase ‘celebre’: «Sento io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta della scientificità» (Studi sull’isteria, in Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1967, p. 313). In un bel saggio, Gianni De Renzis (Trascrizione della clinica…, in Trascrivere l’inconscio, a cura di A. Vergine, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 63), chiosando la celebre formula di Freud, avverte: «L’inflazione ripetitiva rischia di denervare […] in compiacimento di maniera la brusca […] autodenuncia di Freud». Di più: «I cliché su cui sono modellati molti resoconti clinici dei nostri ‘tempi moderni’, già dottamente avvertiti di costruzionismi, narratologie ed ermeneutiche varie», ci fanno concludere che «le attuali storie cliniche somigliano forse piuttosto a delle telenovele».


Mi scuso per l’ampiezza delle citazioni ma mi paiono necessarie per inquadrare alcune debolezze di Scary Old Sex. Innanzitutto la presenza di stereotipi. Stereotipi sono i personaggi, quei characters che Arlene Heyman vorrebbe costruire pezzo per pezzo, e che de facto – e cioè in writing –, non sono che un complesso di tic, di pose e di risposte pescate nel contenitore (magic barrel) delle fenomenologie ed ermeneutiche delle psicoterapie. Si tratta di donne e di uomini spesso maturi o anziani, vedovi, divorziati, risposati, con figli grandi e piccoli, professioni prestigiose o quasi; e (soprattutto) con una sessualità (una maniera di viverla) prudente e istruita: un sesso di corpi implicati in operazioni di igiene e di cura invece che in (un) rapporto. «Lo fai regolarmente per dimostrare che sei un essere umano, che sei vivo e civilizzato e riesci ancora a goderti momenti di estasi». Pensiero dell’attempata protagonista dell’ultimo racconto o della terapeuta, della sessuologa, poco importa. Di qui l’attenzione un po’ comica per le precauzioni, per la farmacopea, per i dispositivi medici. Nessun abisso spalancato, nessun ‘senza fondo’, per dirla con Jean-Luc Nancy (autore di un bel libretto intitolato Del sesso, Cronopio, Napoli, 2016); quindi nessuna autentica paura: il titolo di questi racconti va letto per antifrasi. La scabrosità del ‘sesso’ (o della corporeità, della fisiologia, della malattia…) descritto da Arlene Heyman merita forse la risposta goffa di uno dei suoi personaggi: «Nulla di umano ti è estraneo. Salvo io (sic!)! Hai mai sentito parlare di riservatezza, delicatezza, rispetto dell’anima?».

 Farei però un torto a Arlene Heyman se non aggiungessi subito che Arlene Heyman non è una ‘scienziata’ prestata alla letteratura; che alla letteratura e al suo milieu non è affatto estranea, che nei primi anni Sessanta fu intima di Bernard Malamud e sua allieva; ancora: modello di Fanny in Le vite di Dubin del medesimo Malamud, di Amy Bellette in The Ghost Writer di Roth. Il lettore di Scary Old Sex, troverà nel racconto intitolato L’amore con Murray – il più inerte della raccolta, dove potete leggere frasi come questa: «Ascoltandolo parlare di arte, si bagnava regolarmente le mutandine»; oppure: «La tua anima brilla dentro di te»; ed anche: «Murray era la musica di sottofondo della sua vita, e anche l’orchestra, sebbene sapesse che avrebbe dovuto essere lei l’orchestra di se stessa» –, la reminiscenza di quegli anni gloriosi, detto con ironia, fino al sussurro o al pettegolezzo. Racconto scopertamente autobiografico e, com’è ovvio, alla memoria di Malamud dedicato.

Scary Old Sex, in buona sintesi, è un libro deludente; un prodotto editoriale (nel senso deteriore del termine) messo a punto nei cosiddetti gruppi di scrittura. Vorrei cavarmela con una battuta: se ne potrebbe trarre, con un buon budget, una serie televisiva a metà strada fra Desperate housewives e
Sex and the city.