mercoledì 11 luglio 2018

Manganelli in Africa


Adelphi pubblica un piccolo libretto di Giorgio Manganelli; titolo: Viaggio in Africa. L’ho letto con piacere ma pure con crescente inquietudine – e se inquietudine dovesse sembrare vocabolo ‘esasperato’ dirò amarezza. Già, perché Manganelli, al suo primo viaggio effettivo – ricordo di aver letto da qualche parte che il Nostro fu sedentario per i tre quarti della sua vita e che prese il suo primo aereo nel 1972 per andare a Parigi –… Manganelli dunque, nel 1970, da quel suo primo viaggio, in Africa, ricavò una ‘relazione’ di poche pagine (quelle dell’opuscolo adelphiano) densissime e piene di verità. Su quest’ultima parola – la parola verità, parola impegnativa (ovviamente) – ho tentennato. Fanon, che fra poco citerò di nuovo, notava che una parola come la parola verità «deve richiamare la nostra attenzione» soprattutto nel contesto geopolitico della condizione coloniale e post-coloniale. (Se la menzogna spacciata per verità è la ‘verità’ della propaganda politica, più insidiosa è la menzogna spacciata per verità di certe analisi politologiche, sociologiche, antropologiche ecc.). Nell’opuscolo manganelliano è subito manifesto il disagio dell’intellettuale occidentale di fronte a una condizione adulterata, contraffatta, ridotta a scenario cinematografico. Ne scaturisce un senso di colpa che vorrei definire sano e ovviamente autentico. Non vorrei dilungarmi troppo: l’opuscolo merita una recensione che forse stenderò nei prossimi giorni. Torno un momento a Fanon e al suo libro: I dannati della terra: lettura imprescindibile per chi si occupa di critica politica volto ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo (alle ex colonie europee). Curioso, ma non troppo, che nella chiacchiera giornalistica (dunque pseudocritica, dunque vincolata a un repertorio di slogan) il nome di Fanon non compaia mai.