giovedì 5 luglio 2018

Scrittori e ippopotami


«Le dichiarazioni territoriali di mammiferi così diversi come il coniglio e l’ippopotamo sono invece cumuli di sterco» (Mark Denny, Alan McFadzean, L’ingegneria degli animali, Adelphi, Milano, 2015). Pare che un vecchio inquilino buonanima (non riferirò l’indirizzo…) adottasse il medesimo sistema: depositava il proprio escremento ventrale puro (per utilizzare un’espressione ippocratica volgarizzata dal dott. Gennaro de Rosa in un’operetta di sette o otto volumi) sullo zerbino del vicino in un certo momento, mai lo stesso!, della giornata. Il vicino – il vicino buonanima – lo ricambiava dell’omaggio, lo ricambiava alla stessa maniera. I due andarono avanti per un po’: con gli escrementi – e con le lettere degli avvocati. Alla fine creparono entrambi, sebbene in tempi prudentemente (perché questo avverbio?) diversi. E di sicuro la malattia – nessuno dei due cadde fulminato da Giove – impose di interrompere anzitempo la sciagurata consuetudine della paletta e dello zerbino. Ma io stavo pensando che figuratively anche in amore e nella letteratura (e un po’ ovunque) avviene la stessa cosa: luoghi segnalati con cumuli di... McFadzean e Denny aggiungono un dettaglio che mi sembra notevole a proposito di questi cumuli: «Inizialmente i segnali chimici possono essere più importanti, ma l’impatto visivo resta dopo che l’olezzo è svanito». Ecco, pensavo, che resta di quei ‘segnali’ o come mutano nel caso degli scrittori? Libri, Lettere, scartafacci, biglietti minatori, fotografie…? … che comunque hanno perduto l’urgenza, l’attualità… la fragranza, l’olezzo. (Sì, è opinabilissimo, siamo d’accordo, non facciamola lunga). E nel caso degli innamorati, degli amanti, degli amici, che rimane? Scritte sui muri sbiadite, messaggi sui telefonini, cicatrici sulla schiena, una portiera rigata (alludo allo sportello dell’automobile)…?

(Bene, non so spiegarvi esattamente il perché ma immagino civili e civiche deiezioni magari nei prati verdi dei campi d’aviazione o da golf, sempre così ben manutenuti).

Racconta il vecchio Mordecai Richler in un libro intitolato Solomon Gursky è stato qui (Adelphi, Milano, 2003), racconta di un branco di iene alle prese con la carcassa di un ippopotamo «steso di lato sul letto in secca di un fiume». Che combinano coteste iene? «Siccome la pelle dell’ippopotamo era impenetrabile […] lo divoravano partendo dalla più tenera regione anale, entrando e uscendo dalla cavità con brandelli gocciolanti di carne rosata o di intestini stretti in bocca». Il mio parallelismo (similitudo) tra scrittore e ippopotamo – o tra ippopotamo e scrittore, come preferite, trascurando definitivamente il coniglio – m’impone di trarne una lettura (lectio). Da qui la predilezione di molti per le metafore che, come si sa, possono restare appese al… come gli impiccati alla forca. La psicoterapia, leggo, sa talvolta ricorrervi con risultati incoraggianti. Una soluzione, dicono il dott. Whitaker buonanima e il dott. Keith (del secondo posso fornirvi il numero di telefono), una soluzione troppo sciolta (explicatio), dove, insomma, si dice troppo, perde o rischia di perdere la propria efficacia; al contrario, una metafora resta lì, riconoscibile e da riconoscere, un explicandum da cui cavare un explicatum, anche creativamente, mettendoci del proprio. Ma, afferma Ceronetti, «nessuna saggezza di vita resiste a tre giorni di stitichezza» (sicuramente una delle sue asserzioni più belle). E dunque? E dunque i nostri scrittori, quelli immensi, con novecento e sette kg di grasso e la pelle spessa due centimetri e mezzo, una volta dispariti, vengono svuotati, almeno lo immagino, penetrandovi dalla regione più tenera – per il tratto più pervio.