giovedì 23 agosto 2018

La mite di Fëdor Dostoevskij


Benché tradotto e ritradotto, Adelphi fa uscire nella «Piccola Biblioteca» la sua traduzione di Krotkaja (breve racconto fantastico che Fëdor Dostoevskij pubblicò nel novembre del 1876 nel suo noto Diario) affidandone la traduzione e la curatela a Serena Vitale.* La quale, aggiungo subito, ci restituisce una scrittura suggestiva e una nota al testo assai interessante.
Il titolo innanzitutto. Krotkaja, ci ricorda Vitale, è il nominativo singolare dell’aggettivo krotkij; un aggettivo che ha molte «sfumature di significato»: «dolce, mansueto, mite, remissivo, pacifico, umile, paziente, rassegnato» (pp. 93-94). Seguendo gli esempi di molti traduttori, Vitale traduce il titolo con La mite.
Una piccola ‘illazione’: leggo in una rivista («Quaderni di semantica», vol. 10, Il Mulino, 1987) che krotkij «nei dialetti del Vjatka significa ‘crudele’, ‘severo’». Solo uno slavista e un conoscitore di Dostoevskij saprebbe dirci se nel racconto krotkij ha (anche) questa sfumatura di significato; e d’altra parte l’avesse avuta Serena Vitale lo avrebbe segnalato nelle sue puntuali note.** Vorrei però concludere il mio ragionamento tutto congetturale. La parola severità è utilizzata spesso dal protagonista monologante del racconto, giacché questo protagonista una buona dose di severità se la attribuisce e se la rimprovera; perché allora non vedervela riflessa o irradiata anche dalla compagna, dalla giovane moglie, cui l’autore non ha attribuito un nome segnalandone invece un tratto caratteriale: la mitezza, la mansuetudine ecc.? Il lettore pare trovare una conferma a p. 37: «Guardandola mi passa improvvisamente per la testa che durante tutto quell’ultimo mese […] non aveva affatto mostrato il suo solito carattere, ma addirittura, se così ci si può esprimere, un carattere completamente opposto: si era rivelata una creatura violenta, aggressiva».
Ho già accennato al processo (logos) monologante. Michail Bachtin, proprio a proposito di La mite (Michail Bachtin, Dostoevskij, Poetica e stilistica, Einaudi, Torino, 1968), introduce il concetto di ignoranza cosciente: «Il racconto […] è costruito direttamente sul motivo della ignoranza cosciente. L’eroe nasconde a se stesso ed elimina accuratamente dalla sua propria parola qualcosa che sta continuamente davanti ai suoi occhi» e che alla fine scopre. Scopre o scoprirebbe. Si direbbe, infatti, che egli fallisca l’accesso alla verità di questo suo discorso così come fallisce l’accesso alla consistenza fenomenale della salma della giovane sposa deposta sul tavolo. Questo cadavere, con il suo non esserci più, fattiziamente (faktisch) direbbe Heidegger, suscita nel monologante una forma di cura che non è lutto o sollecitudine, bensì un discorso discinetico, per così dire, dove il diaframma della memoria interviene continuamente ma senza delucidare troppo, giacché la verità, l’unica, almeno in apparenza, almeno per il momento e fin quasi alla fine, giace sul tavolo o in un paio di scarpine vuote. E quell’inizio («finché lei è qui va ancora tutto bene» ‹p. 11›), preceduto da tre puntini di sospensione, come del resto quella chiusa («No, sul serio, che sarà di me quando domani la porteranno via» ‹p. 73›) appaiono affatto perturbanti. Solo alla fine, p. 71: «Come è esile nella bara, come si è fatto aguzzo il suo nasino! Le ciglia sembrano piccole frecce»; «[…] e se fosse possibile non seppellirla?». Sono pensieri che erompono nella ‘confessione’ della verità.
Quella del protagonista è una parola «profondamente dialogica», come scrive Bachtin, che però allude all’uomo del sottosuolo (Michail Bachtin, Problemi dell’opera di Dostoevskij, in Michail Bachtin e il suo circolo: Opere 1919-1930, Bompiani, Milano, p. 1337). In qualche modo essa parola interpella: è «allocuzione personale di un uomo in carne e ossa» (p. 1339), è supplica, requisitoria, ricordo; è anche anfibolia, un dire che non è mai definitivo (e che, si badi, rispecchia il quotidiano dialogo-non-dialogo tra il marito e la moglie), un monologare accessibile e inaccessibile, una sfida continua. Di tutto ciò, della ‘novità’ del procedimento, Dostoevskij è perfettamente consapevole; tant’è che sente il bisogno di scrivere una prefazione dove, fra le altre cose, giustifica la natura ‘fantastica’ del racconto.
Da leggere – da leggere perché Robert Bresson ne trasse un film e Thomas Bernhard ispirazione per A colpi d’Ascia, quando il nome di Dostoevskij non dovesse parere ragione bastante.
 
* Fëdor Dostoevskij, La mite, Adelphi, Milano, 2018, pp. 103, 11,00 €.
** Mi scrive lo slavista E.R., che ringrazio sentitamente: «È un caso di omonimia. Krotkij nell’accezione dialettale di crudele deriva da un’altra parola che significa appunto crudele (in ceco ad es. suona krutý), mentre il krotkij del russo standard viene da una parola antico slava che attiene a un diverso campo semantico, nel quale rientra appunto l’accezione evangelica».



Un De senectute declinato al femminile


La vecchiaia non è un argomento smart (per impiegare una di quelle paroline inglesi che dicono un sacco di cose). Forse perché a nessuno piace l’idea di invecchiare o di misurare la prossimità della morte. Se i libri sulla vecchiaia non mancano, nondimeno non sono moltissimi; perlomeno i ‘rilevanti’; in soprappiù perpetuano il difetto del De senectute di Cicerone (se ne lamentava Madame de Lambert): trattare in via esclusiva la vecchiaia virile. Con questo suo agile saggio, che esce nella collana «Vele» dell’editore Einaudi, Francesca Rigotti fa un tentativo: quello di un De senectute declinato al femminile.

Un De senectute declinato al femminile, un saggio sulla senectus feminarum; e un appello, rivolto alle donne vecchie, alle vecchie e ai vecchi, a non lasciarsi andare – a difendersi. Ricco di riferimenti letterari, filosofici, al mito, il libro di Francesca Rigotti – filosofa sessantasettenne, saggista – impiega un approccio fenomenologico, sociologico e storico al suo tema premettendovi un argomento tutto filosofico. La vecchiaia delle donne non differisce da quella degli uomini che per ragioni culturali: nessun essenzialismo metafisico, antropologico vi è ammesso. «La ripartizione delle qualità umane – scrive l’autrice – secondo il sesso è una questione culturale […] che poggia su pregiudizi e stereotipi» (p. 9). Sono dunque i pregiudizi e gli stereotipi di genere, «vestigia di gender» (p. 10) – parola questa che abbonda nel discorso reazionario dove, com’è noto, sottintende un giudizio negativo –, a riprovare l’anilità (e cioè la vecchiezza delle donne); a riprovarla fin dagli esordi nella nostra cultura e in quelle che, fondanti, che ci hanno preceduti: quella greca, quella semitica, quella romana. Il discorso sulla vecchiaia femminile, afferma Rigotti, si è formulato abitualmente in una pletora di villanie e irrisioni; e la donna vecchia è stata giudicata innanzitutto – e lo è ancora – con un criterio estetico. E le categorie estetiche la riprovano: se il vecchio è brutto, la vecchia lo è di più (cfr. il cap. 4).* È quello che Susan Sontag, in un articolo del 1972, citato dall’autrice (p. 14), chiama «il doppio standard dell’invecchiare». Accanto agli acciacchi, al venir meno delle forze, questo giudizio sul corpo sfigurato, sessualmente sgradito. Con la parole di Sontag (che Rigotti non cita): «Per la maggior parte delle donne l’invecchiamento significa un umiliante processo di graduale squalificazione sessuale [For most women, aging means a humiliating process of gradual sexual disqualification]» (Sontag, The double stantard of aging, in «The Saturday Review of The Society», 23 settembre 1972, oggi consultabile al seguente URL: http://inspiredwomeneveryday.blogspot.com/2013/03/susan-sontag-1933-2004.html). E poiché, come sanno anche i bambini, le categorie estetiche sono suscettibili di divenire specchio di quelle morali, ecco, accanto alla bruttezza, l’avidità, l’ubriachezza, la lubricità che alla vecchia attribuisce Orazio – e cioè la cultura romana (cfr. p. 59). Il vituperium in vetulam (biasimo per la vecchia) è ovviamente contraddetto da un altro discorso che, seguendo Theodore Roszak, Rigotti battezza (p. 29) «Ipotesi della nonna» (‘ipotesi’ commentata anche da James Hillman in La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000). Secondo Roszak, ricorda l’autrice (ibid.), la menopausa avrebbe «un valore adattativo all’interno della biologia evolutiva» dacché consente alle donne non più feconde di occuparsi di figli e nipoti. L’ipotesi della nonna può sembrare stravagante. Rigotti non si perita di definirla in buona sostanza pseudoscientifica e inquinata dal vecchio pregiudizio che vuole «assegnare alle ave l’accudimento degli esseri umani» (p. 67), o il ruolo di levatrici come ai bei tempi di Socrate (cfr. p. 10). La nonna, la nonnina, la balia, la maia (levatrice), la fata (la fatina disneyana)… ecco gli stereotipi che si oppongono alla strega, alla puttana, alla donna brutta e ovviamente vecchia.**
Mi dilungo in questo resoconto sugli stereotipi di genere perché ci avviano senza meno a un affondo ‘sociologico’ critico e cruciale. Il sin qui detto ci restituisce l’immagine di una vecchiaia femminile condannata, più di quella maschile, alla marginalità e alla invisibilità. Il che, se vogliamo, procede dalla esclusione delle donne dalla storia ma pure dall’idea che la donna non abbia una storia, che le donne siano «in fondo tutte la donna, con i suoi innati caratteri di femminilità, sentimento, bellezza, maternità» (p. 71), che non siano suscettibili di formazione, di cambiamento, salvo quello traumatico della menopausa che le rende infeconde. Oggetto di critica è qui, da parte di Rigotti (cfr. p. 71 e p. 103 e sgg.), quel mito dell’eterno femminino o dell’eterno femminile (non sto qui a proporre distinzioni che pure esistono) che forse Simone de Beauvoir irrideva sarcasticamente con la seguente domanda nella prima pagina del suo Le deuxième sexe: «La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico?» (Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1961, p. 13).
All’inizio accennavo a un appello, parola che dovrei mettere fra virgolette. Quello di Rigotti non è un manifesto politico; è invece un invito a difendersi dal pregiudizio, ad alzare la voce, e un invito a progettare, a rimanere attive (e attivi). Ma è anche qualcosa di più. In un vecchio articolo, comparso nel 1976 su «CoEvolution Quartely» (oggi in The Meanings of Menopause. Historical, Medical, and Cultural Perspectives, a cura di Ruth Formanek, The Analytic Press, 1990), Ursula Le Guin, la scrittrice scomparsa quest’anno, immagina che dallo spazio giunga sulla terra un’astronave per reclutare un passeggero con cui conversare amabilmente nel viaggio di ritorno. «Quello che vorrei fare è andare giù al locale di Woolworth, o al mercato del villaggio locale e scegliere una donna anziana, sopra i sessant’anni… [What I would do is go down to the local Woolworth’s, or the local village marketplace, and pick an old woman, over sixty, from behind the costume jewelry counter or the betel-nut booth]». Certo, lei tentennerà, suggerirà di spedirvi un giovane scienziato o il dottor Kissinger, e tuttavia bisognerà spiegarle che «vogliamo farla partire perché solo una persona che ha sperimentato, accettato e percorso l’intera condizione umana – la cui qualità essenziale è il Cambiamento – può rappresentare sufficientemente l’umanità [we want her to go because only a person who has experienced, accepted, and acted the entire human condition – the essential quality of which is Change – can fairly represent humanity]». Solo la donna sarebbe maestra del (nel) cambiamento? Sarebbe un’ingenuità. Invece è – vorrebbe essere – la paradossale proposizione di un femminile universale: «Universale perché parla della condizione della vecchiaia delle donne ampliandola anche alla condizione della vecchiaia degli uomini, e non viceversa» (p. 102).

Francesca Rigotti, “De senectute”, Einaudi, Torino, 2018, pp. 111, 12,00 €.

* «Tirate le somme – afferma l’autrice, p. 64 – diventa quasi comprensibile l’accanimento estetico di alcune donne su se stesse». Il giovanilismo da un lato, le promesse della chirurgia estetica dall’altro…
** E Michelet, che Rigotti non menziona, in un suo libro celebre, La strega, rimarca come ogni significato stereotipo possa rovesciarsi nel suo opposto: «Il solo medico del popolo, per mille anni, fu la strega. […] la gente di ogni condizione, e si può dire tutti, non consultava che la Saga o Saggia donna. Se non guariva, la insultavano, la dicevano strega. Ma in genere, per rispetto e timore insieme, la chiamano Buonadonna o Belladonna, dal nome che si dava alle fate» (Jules Michelet, La strega, Bur, Milano, 1977).

venerdì 3 agosto 2018

Che ci racconta Paola Mastrocola nel suo ultimo articolo sul «Sole 24ore»?

Immagine di Peter Gut
Be’, intanto di un suo personale disagio quando va al cinema, quando partecipa a una cena, confabula coi vicini di casa. È il caso di tenerne conto? Più che mai, sembra suggerire Paola Mastrocola, tutto considerato che ci sono «molte persone normali» e molti «intellettuali» che quel disagio lo provano. Ma di quale disagio parla Paola Mastrocola? Dirò intanto che è un disagio molto simile a una certa scomodità. Si tratta di scarpe e, soprattutto di abiti – forse troppo nuovi per calzare o cascare a pennello. In effetti si tratta di «idee, appena nate e magari incerte e titubanti». E allora perché non provarle, saggiarle, queste idee prima di esibirle nel beau monde o anche dal fruttivendolo? Paola Mastrocola teme il giudizio e cita Amos Oz. Il quale, in una intervista al Tg1 afferma che «i nemici non si amano» e che, nondimeno «si deve dialogare, con i nemici». Ah questi arbitri del gusto! Ah questi arbitri delle idee! Nessun dialogo è possibile con loro se «una scarpa alla moda su un bel piedino non impedisce a un giornale di accettare le tue ‘cose’» (la frase non è di Paola Mastrocola) – e se una brutta scarpa, insomma!... Insomma, se gli arbitri sono così inflessibili, se i carabinieri... meglio passare… «se proprio devo scegliere, io sto con i contadini, i panettieri, gli idraulici, gli operai e gli imbianchini» (questa è proprio lei). E cioè con le loro idee. Appena nate e titubanti? A questo Paola Mastrocola non ha pensato: non ha pensato che sui tubi, sulle pitture, sulle farine, i succitati hanno idee solide e, vorrei dire, ataviche; che le idee appena nate e titubanti appartengono agli intellettuali, ai «ceti medi riflessivi», secondo l’espressione di Ginsborg, agli scrittori, fra i quali si ascrive (ignorando che ‘scrittore’ è talvolta – solo talvolta – un insulto). Dunque se parteggia per i ceti irriflessivi non è perché questi solleverebbero con una mano i blocchi per edificare… un muro? No, infatti, quello lo erigerebbero ancora e sempre gli intellettuali i quali, bisogna ammetterlo, non hanno solo idee appena nate e titubanti, faux-fuyants, ma pure idee granitiche e autentici monumenti. Lo si sarà capito – non lo si sarà capito affatto –: è il muro di un pensiero critico che condanna la xenofobia a mettere a disagio Paola Mastrocola. Eppure, prosegue Paola Mastrocola, eppure basterebbe un po’ di letteratura! Già, ma gli idraulici, gli imbianchini…? Basterebbe per esempio citare il Buzzati di Il reggimento parte all’alba per capire che ci sono navi che partono: «Ecco, anche Buzzati parla di navi. Bastimenti. Andar per mare. E morire. Ma così come ne parla lui, nessuno è buono o cattivo. Scompaiono gli eserciti, le fazioni, i Giusti e gli Sbagliati, gli Illuminati e i Bui. Di colpo, siamo su un altro piano, pacificato. Nulla di più… egualitario». Un piano pacificato ed egualitario solo perché moriamo in qualche modo, alla fine? Non è un po’ poco? Come se nel frattempo – nel frattempo! – godersi un clima temperato o soffrire le temperature che solitamente si vedono sul termometro clinico (la battuta non è mia) fossero la medesima cosa!