mercoledì 12 settembre 2018

Il lavoro dei morti


È noto ciò che racconta Cicerone su Diogene. Diogene impose ai discepoli di lasciare il suo corpo senza sepoltura: che gli uccelli e le altre bestie selvagge ne facessero pure scempio. Diogene è un caso limite: il caso di un pensiero che provocatoriamente nega o contraddice quella cura per il cadavere che sta alla base di ogni cultura e che, in qualche modo, è connesso al sapere antropologico per eccellenza: la morte.

Con questo riferimento a Diogene e a Cicerone si apre il bel libro di Thomas Laqueur intitolato The Work of the Dead: A Cultural History of Mortal Remains che ho letto qui e là (un po’ in francese, un po’ in inglese) e che mi piacerebbe vedere tradotto in italiano. Mille pagine eruditissime di storia, con un gusto per l’insolito che stuzzica – così almeno mi assicura Roger-Pol Droit che se lo è sciroppato per intero.

Non trascurabile il fatto che il nostro storico, nel corso dell’estate del 1980, dissezionò un cadavere assieme a tre compagni di studio. Ovviamente stavano alla facoltà di medicina.

Anche Keats ebbe a che fare coi cadaveri sui tavoli di dissezione. All’epoca, si fa per dire, c’era penuria di cadaveri e Sir Astley Cooper pagava i grave-robbers (resurrection men)…

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