mercoledì 17 ottobre 2018

A concerto...

È una musicista versatissima e lo ha dimostrato sabato scorso suonando un repertorio arduo (grandi pagine chopiniane e un po’ di Liszt, il Notturno di Respighi, il Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy, una piccola Vision fugitive di Prokof’ev) su un pianoforte non eccelso (ci ho strimpellato sopra) in un luogo non adattissimo (la basilica di San Vittore martire in Arsago Seprio). Parlo di Irene Veneziano. Quando mi capita di ascoltare pianisti così, il primo problema, per me, è rimanere seduto. Non so quante volte mi sia contorto sulla lunga panca di noce dove tre donne occhialute stavano immobili; e poiché distavo pochi decimetri dalla pianista, spero tanto di non averla seccata con i miei gesti, le mie boccacce e le lagrime che mi bagnavano il ciglio sinistro al ‘Molto più lento’ del primo Scherzo. Talvolta inforcavo gli occhiali e guatavo all’indietro le teste grigie e ciondolanti dei centenari, giacché il pubblico è spesso costituito da centenari irrigiditi o stecchiti. Sono persuaso del fatto che i giovani trovino la musica, la musica definitiva, sempre troppo ardua, traumatizzante; e d’altra parte ci sentono ancora. Comunque c’erano anche i giovani e le mie – sui giovani e sui vecchi – sono solo malignità; infine, abbiate pazienza, sono un osservatore… Fra i giovani c’era pure un giovane sacerdote, seduto di fronte a me, che al secondo sbadiglio rattenuto s’è sentito sibilare all’orecchio uno ‘Shhh’ come se avesse proferito una parolina sconveniente. Ma gli ho fatto anche un sorriso benché un po’ tirato… Del resto, non so se sia una scusante, aveva perduto il suo sodale: un altro sacerdote, sedicente trombettista, che accampava il pericolo di un contagio simulando un raffreddore col naso pinzato tra indice e pollice per andare a stendersi chissà dove in fondo, nei pressi dell’uscita. Poi sicuramente era, il primo sacerdote, scocciato dalle parole della introduttrice mèchata, la quale aveva principiato il suo discorsetto ringraziandolo in qualità di padrone di casa; al che lui aveva alzato gli occhi al cielo, ché in una chiesa il padrone di casa sta senz’altro fuori e in alto. Avvertita, la poveretta aveva, come Pompeo, rizzato il braccio ma inavvedutamente a indicare la porta della sagrestia, eccetera eccetera…

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