giovedì 29 novembre 2018

Citizen. Una lirica americana di Claudia Rankine


Poetessa, saggista e drammaturga afroamericana, Claudia Rankine, con Citizen, una lirica americana, racconta l’impossibile conciliazione con la società razzista yankee e lo fa aggirando ogni forma di politically correct e incorrect, ogni banalità hughesiana (il riferimento è a Robert Hughes), con una scrittura-trappola che abbranca sempre il suo lettore.
 
Ai più, immagino, il nome di Claudia Rankine sarà ignoto. L’unico suo libro pubblicato in italiano, dall’editore 66th and 2nd nel 2017, è Citizen, una lirica americana. Citizen invero è un libro pluripremiato e, leggo su Wikipedia, «the only poetry book to be a New York Times bestseller in the nonfiction category». Nel 2016, proprio grazie a Citizen, Claudia Rankine consegue il MacArthur Fellowship, il premio istituito dalla John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, che la incoraggia a fondare il The Racial Imaginary Institute (TRII).* Rankine è una poetessa, una saggista, una drammaturga e, fatto non trascurabile, una donna afroamericana. Così Ben Lerner nel suo stimolante volumetto intitolato Odiare la poesia, (Sellerio, Palermo, 2017, p. 65): «Claudia Rankine affronta – da donna afroamericana – l’impossibilità (e l’impossibile complessità) del tentativo di riconciliarsi con la società razzista in cui essere neri significa essere invisibili (esclusi dall’universale) o fin troppo visibili (in quanto vittima di sorveglianza e aggressioni razziste)». Uno ‘sfondo’ sociologico o psicologico-sociale, quello compendiato qui da Lerner, che diviene per Rankine una ‘poetica’ – e una poetica che ovviamente stabilisce le regole della sua scrittura.
 
Quando pensiamo alla lirica americana il primo nome che ci affiora alla mente è quello di Walt Whitman. Whitman è il cantore della democrazia americana che trascina (o vorrebbe trascinare) il suo lettore nel processo di democratizzazione della società. (Non dico niente di nuovo, non ha alcuna importanza). In ogni modo il programma di Whitman, annota Lerner (Op. cit. p. 51), non ha trovato la sua attuazione storica. (Nemmeno questa affermazione suonerà nuova). Ancora Lerner cita, senza però offrire riferimenti bibliografici, un passaggio che cava da un saggio di Claudia Rankine e Beth Loffreda. Si tratta in verità della prefazione a The Racial Imaginary: Writers on Race in the Life of the Mind (Fence Books, 2015). Il passaggio è interessante e preferisco tradurlo dalla fonte originale. Eccolo: «Quello che vogliamo evitare a tutti i costi è qualcosa che sembra quasi impossibile eludere nel discorso quotidiano: e cioè un’opposizione tra la scrittura che tiene conto della razza (e qui potremmo parlare anche di genere, sessualità, altri coinvolgimenti del corpo nella storia) e una scrittura ‘universale’. Se continuiamo a pensare all’‘universale’ come il modo migliore, come l’apice, rifiuteremo sempre la scrittura che non sembra universale perché tiene conto della razza o di qualche altra categoria umiliata. L’universale è una fantasia».** Qui chiaramente è l’universalità cui tende il programma whitmaniano a essere ‘confutata’. Si comprende forse così il paradosso dei due ultimi libri di Rankine: Don’t Let Me Be Lonely: An American Lyric (2004) e Citizen: An American Lyric (2014); testi dove la lirica è assente, dove la prosodia è assente, dove prevale la prosa, giacché la ‘faccenda’ non può essere afferrata da una ‘sommità’ lirica o epica.
 
 In Citizen – lo rileva anche Lerner (Op. cit., p. 69) – l’utilizzo dei pronomi svia. Un esempio: «Alcuni momenti pompano adrenalina nel cuore, prosciugano la lingua e intasano i polmoni […]. Quando è accaduto, sono rimasta senza parole. Non lo hai detto tu stessa? Non lo hai detto a un’amica intima che agli inizi della vostra amicizia, sovrappensiero, ti chiamava col nome della sua cameriera nera?». Quel tu che Rankine indirizza a se stessa e che introduce un diaframma interpella in qualche modo anche il lettore; ma il ‘contenuto semantico’ non è per nulla ‘universale’ e non consente l’immedesimazione del lettore o di ogni lettore. Infatti: «Ti senti offesa perché è il momento del ‘tutti i neri si somigliano’ o perché ti ha confusa con un’altra persona dopo che siete state intime?» (p. 7). Un secondo esempio: «[…] a dire il vero non puoi dominare i sospiri più di quanto non domini ciò che li suscita» (p. 59). Qui il tu potrebbe passare per un tu generico; sennonché, nelle pagine seguenti, a questo sospirare si sovrappone il ricordo delle amarezze e delle mortificazioni (personali?): «Il mondo sbaglia. Non puoi lasciarti il passato alle spalle» (p. 63); ed anche, nella chiusa del capitolo (il quarto): «Nessuno può lasciarsi alle spalle lo stato d’animo che ha causato un’interruzione della partita» (p. 65). La partita interrotta cui allude Rankine è quella in cui appare sullo schermo della TV una Serena Williams adirata (forse agli US Open del 2004 o forse agli US Open del 2009). E il lettore giunto sin qui sa che, a Serena Williams e alla sua collera, Rankine ha dedicato il secondo capitolo del suo libro. Un passaggio: «Che aspetto assume il corpo di una donna nera, vittoriosa o sconfitta, in un contesto storicamente bianco? Serena e sua sorella maggiore Venus Williams fanno tornare alla mente l’affermazione di Zora Neale Hurston: ‘Mi sento più nera quando vengo spinta contro un fondale di un bianco assoluto’» (p. 25).*** Un terzo esempio (nel sesto capitolo). Un uomo al volante della propria auto viene fermato dalla polizia, trascinato fuori dall’abitacolo, ammanettato e portato via; più tardi viene fatto spogliare; infine viene rilasciato. La storia è raccontata da un io narrante ma spesso questo io scivola nel tu. Nessuna allusione al colore della sua pelle ma una frase che ritorna come un refrain chiarisce tutto: «E non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione» (pp. 105, 108, 109).
 
Forse le scelte ‘poetiche’ di Rankine trovano una delucidazione nelle parole di Judith Butler richiamate in un passo di Citizen. Eccolo: «Di recente ti trovi in una stanza dove qualcuno domanda alla filosofa Judith Butler cosa rende il linguaggio fonte di dolore […] Il fatto stesso di esistere ci espone al discorso dell’altro, risponde. Noi soffriamo la condizione di esseri cui gli altri si possono rivolgere. La nostra esposizione emotiva coincide con il nostro essere a disposizione della parola dell’altro» (p. 49). Rankine ne trae una argomentazione ‘ruvida’: il discorso razzista non mira a negarti come persona, ad annientarti, ma a ferirti in tutti i modi in cui puoi essere presente; non vuole renderti invisibile ma ipervisibile; e contro questo discorso che reca dolore non c’è lamento dell’io lirico (o fatico) che regga. Il tu di Rankine allora, quel tu che in qualche modo interpella il lettore impedendogli però ogni immedesimazione – impedendola all’io bianco («[…] un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale», per dirla con Deleuze e Guattari) – fa emergere ineluttabilmente l’inconciliabilità, l’estraneità, l’ostilità.
 
Claudia Rankine, “Citizen. Una lirica americana”, 66thand2nd, 2017, pp. 169, 16,00 €.
 
Giudizio: 5/5
 
 
 
NOTE
 
* Sul TRII rimando a un intervento di Rankine apparso su «The Guardian» consultabile al seguente URL: https://www.theguardian.com/artanddesign/2018/aug/10/bleached-racists-lynching-trees-the-show-thats-targeting-white-supremacy-on-whiteness-claudia-rankine. Il TRII ha un sito online al seguente URL: https://theracialimaginary.org/.
** Un adattamento della prefazione è reperibile al seguente URL: https://lithub.com/on-whiteness-and-the-racial-imaginary/.
*** Vale la pena di riportare le parole di Zora Neale Hurston nella sua lingua originale: «I feel most colored when I am thrown against a sharp white background» (Zora Neale Hurston, How It Feels To Be Colored Me, «The World Tomorrow», 11 May 1928, p. 215. L’articolo è facilmente rintracciabile in rete. Fornisco in ogni caso il seguente URL: https://www.thoughtco.com/how-it-feels-to-be-colored-me-by-zora-neale-hurston-1688772).



giovedì 8 novembre 2018

Contro i bei tempi andati...


Non troverete in questo recentissimo libretto intitolato (in italiano) Contro i bei tempi andati un’apologia del Progresso. Con stile discorsivo, non privo tuttavia di un pizzico di malizia, di ironia, Michel Serres ne appura invece l’ovvietà. Di più: il lettore attento non troverà in queste pagine la parola progresso che alla fine, dove non fa più effetto. «Non sono naïf, non sono uno stupido» ha dichiarato Michel Serres in una recente intervista; e avrebbe senza meno potuto proseguire con le parole del nostro Bianciardi: «Finché il mondo sarà mondo e gli uomini saranno uomini, la cuccagna starà di casa e di bottega insieme all’araba fenice, il meglio sarà sempre il meno peggio, il più gran bene sarà il meno male».

Michel Serres ci ha abituati da tempo – da molto tempo – a un filosofare che passa attraverso la messa in scena di personaggi concettuali. L’elenco è consistente: Hermès, l’Interférent, le Parasite, Atlas, l’Hominescent, le Malpropre («il mal sano» nella traduzione di E. Schianno di Pepe per il Melangolo, traduzione infelice per ragioni che non mette conto addurre qui), Petite Poucette (Pollicina in italiano, ma Bollati Boringhieri ha optato per un altro titolo, giacché bisogna aggiungere che spesso questi personaggi dànno il titolo ai libri; dunque Pollicina diviene Non è un mondo per vecchi: una scelta daccapo infelice) ecc. ecc. Anche l’ultimo volumetto (o pamphlet) dell’ottantasettenne Serres, pubblicato in Francia l’anno passato da Le Pommier e in Italia quest’anno, per la traduzione di Chiara Tartarini, di nuovo da Bollati Boringhieri, mette in scena dei personaggi: Pollicina e Vecchio Brontolone (Grand-papa Ronchon). Il titolo è anche questa volta modificato: Contro i bei tempi andati; l’originale è infatti un ironico e antifrastico e canzonatorio C’était mieux avant!
Indugio sui personaggi e smorzo la polemica sulle scelte traduttive. In un recente volume di entretiens intitolato Pantopie ou le monde de Michel Serres (Legros & Ortoli, 2016), non tradotto in italiano, Serres ne ha detto qualcosa. Innanzitutto di ignorarne l’eziologia e di essersi sempre sentito a disagio con i concetti: «L’idea astratta mi è sempre parsa, nella sua formalità, una maniera di pensare completamente obsoleta» (p. 70, trad. mia). Ho utilizzato, qui sopra, l’espressione personaggi concettuali. Il riferimento, ovvio, è a Deleuze e Guattari che la impiegano in Che cos’è la filosofia. La rispondenza non sfugge agli intervistatori di Serres (Legors & Ortoli, 2016) che non a caso chiamano in causa Deleuze (dimenticandosi di Guattari). Ciò che v’è di veramente interessante nei personaggi concettuali di Deleuze e Guattari (1996), e di paradossale, sta in questo: «[Essi] sono gli eteronimi del filosofo, mentre il nomi del filosofo è il semplice pseudonimo dei suoi personaggi. Io non sono più io, ma un’attitudine del pensiero a vedersi e a svilupparsi attraverso un piano che mi traversa in numerosi punti»; detto più brevemente: «Intervengono nella creazione stessa dei suoi concetti [del filosofo]» (p. 53). Serres respinge tutto e con ragioni che debbono apparirgli buone. «I miei personaggi – dice – sono come dei nomi in codice. Sono volta a volta individuali, specifici e generici»; ancora: sono i miei contemporanei. Degli individui contemporanei; sono degli individui generici degli spécimens» (Legros & Ortoli, 2016, p. 71, trad. mia). Eppure il fatto che siano i suoi (e nostri) contemporanei afferrati nella loro esemplarità non gli impedisce in nessun modo di svolgere il ruolo di personaggi concettuali: e cioè, p.e., a Michel Serres di pensare attraverso Pollicina, che è personaggio simpatico, o attraverso Vecchio Brontolone, antipaticissimo. «Potenze di concetti», dicono Deleuze e Guattari (1996, p. 55).
Rieccoci ai due personaggi che animano Contro i bei tempi andati. (Ve n’è un terzo, a dire il vero, ed è il medesimo Michel Serres che indulge qui, più che mai, all’autobiografismo). Pollicina, che aveva già fatto la sua comparsa nel libro eponimo, è, per così dire, il nativo digitale, il/la giovane con lo smartphone sempre tra le mani e i pollici sullo schermo; è social ed è anche sociable; coscienza ecologista e multi-culti; sempre politically correct (ma non in senso deteriore). Vecchio Brontolone è il locutore della locuzione c’était mieux avant, era meglio prima; è benestante, prospero, tradizionalista e nostalgico, numericamente prevalente, elettoralmente decisivo. Pollicina e Vecchio Brontolone abitano questo nostro mondo, stanno dentro l’attualità, l’una di fronte all’altro: il sorriso di Pollicina e la mutria di Vecchio Brontolone. Forse l’autobiografismo ha una specie di giustificazione: se Vecchio Brontolone ha l’età di Serres, Serres può testimoniarne l’impostura; e, in effetti: «Io a quei tempi c’ero. Posso stilare un bilancio da esperto. Eccolo» (Serres, 2018, p. 10). Il bilancio appunto è il ‘contenuto’ del libretto; ed è un bilancio, nella sua disarmante prevedibilità, affatto persuasivo. È sufficiente scorrerne il sommario dove già fanno la loro comparsa caudilli, duci, grandi timonieri, la guerra e la pace, le ideologie, le malattie, la pulizia e l’igiene, la schiena contadina, l’obsolescenza degli attrezzi ecc. ecc.* Meglio dopo, dunque.

Ottimismo del wishful thinking (per dirla con un Arbasino d’annata)? O come pretende Carlo Formenti, che però, medita su un altro pamphlet di Serres, e cioè su Tempi di crisi, un concentrato di quel «grande racconto che il fulmineo diffondersi delle tecnologie di rete ha alimentato negli ultimi trent’anni» (Formenti, 2011, p. 6)? Non è questo il luogo in cui ripercorrere la genealogia di questo grande racconto contraddittoriamente postmoderno che affonda le sue radici nel positivismo e «nell’utopia anarchica delle reti tecnologiche» (Formenti, 2011, p. 10); e che Serres, nel nostro testo, compendia così: «Tanti emittenti quanti riceventi: finalmente i molti hanno conquistato anche l’emissione. Così si disegna un nuovo spazio di comunicazione, a forma di rete e di intrecci, che realizza l’utopia preliminare alla democrazia» (Serres, 2018, p. 66). Ma Serres non ignora l’astroturfing dei social media (del Web 2.0) che consiste in una nuova forma di «fascismo emozionale» (Barile, 2011), nella diffusione di fake news e nell’accumulazione «di capitale sociale e relazionale» (Formenti, 2011, p. 19); semplicemente, si fa per dire, ne sottovaluta «il potenziale populista autoritario» (Formenti, 2011, p. 19); e si accontenta, si fa per dire, di sfumare l’onniscienza elettronica di Pollicina dal momento che, scrive, «parlo di informazione, non sempre di conoscenza» (Serres, 2018, p. 49; cfr. anche Legros & Ortoli, 2016, cap. 10), di additare il «gioco stupido e pericoloso» (Serres, 2018, p. 15) dei social network dove ci si oppone ideologicamente. Sennonché sono proprio i Trump, i Putin, la Brexit, l’economia, i conservatori, i populisti – gli esempi sono di Serres! (2018, p. 72) – ad aver saputo approfittare della fluidità, della dolcezza dei segni, dei simboli e, insomma, delle scienze della comunicazione, delle piattaforme Web 2.0.
Eppure Serres conosce l’ambiguità di ciò che ha definito doux.** Per esempio in un libretto come Le Mal Propre ha parlato di una pollution douce, di un inquinamento dolce fatto di segni e di loghi, di réclame, di suoni strillati da altoparlanti (Serres, 2008, p. 44). E nel nostro pamphlet troviamo Pollicina immersa «nel dolce del virtuale» (Serres, 2018, p. 14) un po’ come Don Chisciotte lo è nelle sue «stramberie libresche».***

NOTE

* E sui templi della cultura, ciò che indurrà al riso: «All’epoca, il marxismo regnava sovrano in quelle auguste aule [dell’École normale supérieure], e lo studente citava i geni d’obbligo; Stalin, Mičurin, Mao… Al momento del dibattito dissi una cosetta che fece infuriare il divo in erba, ovvero che il lavoratore manuale si lavava le mani prima di pisciare mentre quello intellettuale lo faceva dopo». E contro Althusser e compagnia: «Non solo non sapevano un bel niente di scienze, neppur di economia […] ma, essendo di buona estrazione borghese, raramente avevano messo le mani nella morchia o nel fango» (Serres, 2018, p. 32).
** Dolce in italiano, ma va detto che doux, come soft d’altra parte, ricopre un’area semantica più ampia del nostro dolce.
*** «Con un fiume di parole, se non di azioni, i Vecchi Brontoloni creano una atmosfera di melanconia sui tempi attuali. Influenzano il morale delle Pollicine e ostacolano le innovazioni, conquistando il potere un po’ dappertutto. Una volta i padri uccidevano davvero i figli; ormai li uccidono nel virtuale» (Serres, 2018, p. 71).


BIBLIOGRAFIA

Arbasino, A. (1978) In questo Stato. Milano: Garzanti.
Deleuze, G. & Guattari, F. (1996). Che cos’è la filosofia. Torino: Einaudi.
Formenti, C. (2011). Il gran récit della rete. aut aut, 347, 6-22.
Legros, M. & Ortoli, S. (2016). Pantopie ou le monde de Michel Serres. De Hermès à Petite Poucette. Paris: Le Pommier.
Serres, M. (2008). Le Mal Propre. Paris: Le Pommier.
Serres, M. (2009). Il mal sano. Genova: il melangolo.
Serres, M. (2010). Tempi di crisi. Torino: Bollati Boringhieri.
Serres, M. (2012). Petite Poucette. Paris: Le Pommier
Serres, M. (2013). Non è un mondo per vecchi, Torino: Bollati Boringhieri.
Serres, M. (2017). C’était mieux avant! Paris: Le Pommier
Serres, M. (2018). Contro i bei tempi andati. Torino: Bollati Boringhieri.

Spigolature (quasi un rubrica)


Al mio rientro, chez moi, sorprendo Mr. X sul cancello: mi ruba l’automobile. «Rubare non va bene, rubare porta male!» gli dico mostrandogli la vecchia foto in bianco e nero che mi immortala mentre capitombolo dalla scalea marmorea di cui vado trafugando i gradini.
(Stamani, all’alba, l’ultima frase della immancabile voce narrante dei miei rari sogni).
***
Montaigne (Essais, III, VIII): «[…] aimant à gratifier et nourrir la liberté de m’avertir, par la facilité de céder – oui, à mes dépens». Una facilità nel cedere – nella conversazione, anche in quel curioso tipo di conversazione che avviene tramite i libri: di questo parla qui Montaigne –, una facilità nel cedere anche a mes depens, a mie spese. D’altra parte in gioco c’è la verità: la verità che dice di festeggiare e accarezzare «en quelque main que je la trouve» – in chiunque, insomma. Nel libro di Compagnon intitolato “Un’estate con Montaigne” ritrovo il medesimo passaggio e questa volta «la facilità di cedere» è tradotto con «arrendevolezza». Questa parola (italiana) ha forse un senso più preciso della locuzione originale (o tradotta letteralmente). È forse segno di una debolezza di carattere? Eppure sappiamo che Montaigne simula e che gli è capitato di cambiare certi passaggi dei suoi scritti (o ragionamenti) «plus par raison de civilité, que par raison d’amendement». Ciò che importa è lasciare agli altri la libertà di parlare: si sa mai che ci azzecchino una volta o l’altra. — La Lunella dannunziana ritaglia una figurina, un’immaginetta «secondando con le abili dita l’arrendevolezza del foglio». Anche la materia per restituire la (una) verità, quella della figura, deve cedere, rendersi malleabile…
***
«È come affittare un sicario» ha detto Jose Mario l’altro dì all’udienza generale. Verrebbe facile correggerlo sul punto: un sicario non si affitta bensì si assolda; e chissà poi che intendeva Antonio Oregón titolando un testo El hombre que se alquila!... verrebbe facile e quindi finiamola qui, in questo punto preciso. La frasetta di Jose Mario mi ha richiamato alla memoria un editoriale di Guido Ceronetti sulla «Stampa» – risale al primo di maggio del 1985 – sul defunto Karol Józef che all’epoca non era affatto defunto ma sulla cui testa, a quanto dice Ceronetti, pendeva una taglia di quindicimila fiorini olandesi. Al ridanciano, da incontrarsi sull’autobus, Ceronetti oppone «un fremito di ripugnanza», giacché la tenebra è la tenebra anche nello scherzo, nella baia, nella derisione. Eppure il titolo dell’articolo, «Una taglia sul papa», sembra ‘composto’ per far ridere. O sbaglio? Certo il rispetto per il potente, per il reggente di una grande Chiesa (in agonia), Ceronetti ci tiene; certo lo scherzo, fosse tale, sarebbe di cattivo gusto o pura monnezza, e però – però – siamo tutti «un po’ parricidi». Non lo dico io: lo dice Ceronetti. E perché lo saremmo? «Siamo in tanti a essere delusi della sua parola, che veste di religioso quel che è genericità di luoghi comuni». E prosegue: «Almeno sapessero, i papi, fare le citazioni giuste, ripetere al momento giusto, con gravità, poche parole di Scrittura, senza metterci del proprio». Ma la disillusione del quasi parricida è, quanto all’argomento, proprio la stessa: perché un pontefice «va a proclamare in continenti-conigliera [ma anche ovunque] che guai, guai a frenare, a voler frenare, la natalità strabocchevole»? Silvio Viale, una vecchia conoscenza, si smarca: «Sono un medico non un sicario»…
***
Che cosa ho più letto che non ricordo in questo istante? Murgia sì, la ricordo, in anteprima su Amazon: due paginette del suo Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi) che principiano col seguente titoletto: “Necessaria premessa di metodo”. È il metodo (méthodos) che bene o male Murgia intende seguire? No, solo una roba ironica in cui Murgia dice che il metodo (per diventare fascisti) lei lo offre più avanti, nel libro. Dunque le istruzioni (il metodo) vengono dopo e più che istruzioni sono (sarebbero) «istruzioni di linguaggio, l’infrastruttura culturale più manipolabile che abbiamo». È il linguaggio una infrastruttura (culturale)? e quanto il crollo del ponte Morandi ha influenzato questa luminosa definizione murgiana? Due domandine che butto lì a caso. La riuscita del metodo prevede un test, che sta alla fine del libro, e che «l’Espresso» anticipa da qualche parte. Il test, come la premessa di metodo (necessaria), è una fesseria e dunque… Ma giusto ora mi viene mente cosa ho letto, sempre in anteprima, quest’oggi: Le Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social di Jaron Lanier (pubblicato da Il Saggiatore – inspiegabilmente, come inspiegabilmente Einaudi pubblica Murgia). Anche qui la palla su quanto le menti siano manipolabili e in fondo questa roba la ascoltiamo da una vita e oramai con una punta di distrazione, senza nemmeno domandarci se vi sia qualcosa come una spruzzatina di sociologia o di psicologia o di psicanalisi (sempre a buon mercato).
***
Scrivo una recensione a Scrivere di Franco Rella e per una serie di convergenze, fortuite (una Eterna Ghirlanda Brillante e grazie Elena!), giungo a Odiare la poesia di Ben Lerner che ho cominciato a leggere oggi. Me lo ha consegnato, l’opuscolo, il mio vicino in piazza, il mio vicino al quale era stato consegnato mentre vagliavo gli yogurt al supermercato. Il libro di Lerner si apre con una cosina di Marianne Moore. Ve la trascrivo qui di seguito:

I, too, dislike it.
Reading it, however with a perfect
contempt for it, one discovers in
it, after all, a place for the genuine.

Questo per dire che un libro autentico, genuino, rimanda sempre ad altri libri e che gli incontri sono spesso “fortuiti”. Insomma, per dire delle banalità. The Hatred of Poetry, tradotto in francese è Haine de la poésie, e Haine de la poésie è il titolo che in un primo momento Bataille aveva scelto per il suo racconto L’impossibile (letto a vent’anni o poco più”). E Bataille e quel suo racconto, inutile che lo dica, li menziona Rella assieme a Platone, al Platone della Repubblica su cui, a sua volta, Lerner dice qualcosa.
***
Stavo giusto pensando a questa predilezione di Gramellini per i pedalini. Sul «Corriere», nello spazio che il quotidiano gli riserva ogni santo giorno, ci invita a togliere i telefonini prima dei pedalini. Ora, «togliere i telefonini» non capisco bene che significhi ma capisco bene che togliere i pedalini è un’altra cosa. Non so bene come la facciate questa cosa di sfilarvi i pedalini in certi momenti, nell’amore: di slancio o indugiando un po’? annusandoli fugacemente? ficcandoli sotto le froge del/della partner? … «Siate radicati nell’amore – diceva Paolo (Ef, 3, 17-19) – affinché siate capaci di cogliere quel che sono la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…». Alludeva sicuramente ai piedi o ai calzini che ne sono il simulacro… Ciò che do per certo è questa predilezione di Gramellini per i pedalini.
***
Di Banana Yoshimoto ho recuperato presso il solito mercatino due librini: Kitchen (a) e L’abito di piume (b). Al prezzo di un euro l’uno mi spiaceva lasciarli dove stavano benché io sia quasi indigente – indigenza che è da un lato l’indigenza del corpo (come insegna Galimberti in un dei sui soliti libercoli sulla τέχνη) e dall’altro quella di un tizio che non può permettersi una vacanza al mare (che in questo momento non avrebbe granché senso). Di Banana ho letto però Lucertola (un euro al mercatino). L’ho letto tempo fa e non saprei dire nemmeno si mi sia piaciuto. Forse no considerata la resistenza a incominciare la lettura di a e b. Una cosina mi aveva però ‘intrigato’ (ma non troppo, per dirla con un’indicazione agogico-dinamica e musicale…). La protagonista va a un funerale e vi scopre una solennità e una comunione, una… mi sono distratto per mescolare il sugo… forse era partecipazione… «un’energia – cito – sperimentata solo nel sesso di gruppo». Questo accostamento stucca e poi è messo lì apposta per stupire e però, insomma, sopra ho detto che intriga. Vero è che, sull’argomento v’è, dice il filosofo Frank R. Wallace, «a wide range of reactions». L’argomento non è il funerale, va da sé… Mi sono perso; parlavo all’inizio di Banana Yoshimoto e, insomma, vi domando delle vostre esperienze……