venerdì 14 dicembre 2018

Odiare la poesia di Ben Lerner


Nelle ottanta pagine di un libretto intitolato Odiare la poesia (Sellerio, 2017), Ben Lerner, poeta, scrittore e critico statunitense, riversa una tesi paradossale che credo di poter compendiare così: l’odio per la poesia non vuole la sparizione della poesia ma la sua sovversione; l’odio per la poesia è un appello a una poesia virtuale – o a una Poesia con la P maiuscola – che saprebbe essere oggetto d’amore. L’espressione ‘poesia virtuale’ proviene dritta dritta da Allen Grossman che la impiegava in un saggio dedicato a Hart Crane. Lerner non ha alcuna difficoltà a dichiarare il suo debito nei confronti di Grossman e, in particolare, nei confronti del suo saggio su Crane. Il seguente passaggio (non citato da Lerner) lo acclarerà: «La pratica di Crane rovescia il rapporto tra l’attuale e il virtuale o immaginario nella tradizione. In effetti, egli mette in questione la poesia con una seria interpretazione morale (un’interpretazione letterale) delle sue promesse. Egli cerca di identificare la poesia reale con la natura della poesia immaginaria o virtuale e di adeguare la prima (la poesia reale) alle caratteristiche supposte dell’ultima».[1] Può bastare. La trovata di Lerner nasce estendendo l’idea di una poesia virtuale cui la poesia reale – tutta la poesia effettivamente scritta – non riesce ad adeguarsi: e cioè «[dal]l’idea che le poesie reali siano per la loro stessa natura condannate al fallimento da una ‘logica crudele’ alla quale non ci si può sottrarre con nessun grado di virtuosismo». Corollario: «La poesia non è difficile, è impossibile»; e con ciò merita il nostro disprezzoa perfect contempt», con le parole di Marianne Moore) o il nostro odio (p. 14).
E così e per paradosso è (sarebbe) innanzitutto la poesia davvero pessima e insopportabile ad annunciare per contrasto la poesia virtuale. Lerner menziona un volume intitolato Pegasus Descending. A Book of the Best Bad Verse.[2] Pubblicato nel 1971 a cura di James Camp, X. J. Kennedy, e Keith Waldrop, l’antologia raccoglie il peggio della poesia inglese e non risparmia nessuno: con Sarah Taylor Shatford, Alfred Austin sono menzionati Milton, Keats e Wordsworth. (Lerner rammenta la pointe di James Wright a commento del volume: «Nothing mediocre!»). Ciò non significa che la poesia eccelsa sappia accedervi – accedere alla poesia virtuale: «Nessuna [poesia] ci dona la musica autentica» (p. 36); o, per dirla con Antonio Prete, che di queste cose si era occupato nel suo Il demone dell’analogia,[3] «l’altra lingua» è «lingua d’una festa cui i poeti sono ammessi, ma poi trattenuti sulla soglia, come accade al convitato della Ballata di Coleridge». Infine, Bataille: «Mi avvicino alla poesia: ma per mancarle».[4] E l’odio?
Ora, ricorda Lerner (p. 23 sgg.), è nella Repubblica di Platone che troviamo la più remota censura della poesia. In cosa consista questa censura è molto semplice da enunciare: i poeti sono tre volte lontani dalla realtà (Rep. X, 599a), e cioè dalla verità. La poesia è decettiva e dunque nessuna funzione paidetica le è accordata nella polis. Ma noi sappiamo bene (anche Lerner lo sa) che Platone non odia affatto la poesia. Nello Ione, per esempio, Socrate afferma che i poeti sono ispirati dalla Musa (Ion. 533e), quantunque chiarisca subito che proprio per ciò essi non hanno un’arte e somigliano ai coribanti che danzano fuori di senno (Ion. 534a). Fortuna lunga quella della ‘predica’ platonica sulla poesia. Ancora Caedmon, il primo poeta riconosciuto di lingua inglese, scrive Grossman nel suo My Caedmon: Thinking about Poetic Vocation, [5] è ispirato dall’alto, da una certa voce, e proprio perché ispirato compone «la sua poesia proprio impossibile [his precisely impossible poem]».[6] E ancora il nostro Leopardi, nel 1821, torna al rapporto tra poesia e filosofia opponendo il falso del bello della prima al vero della seconda.[7]
Forse è nello Shelley della celebre Defense of poetry che qualcosa davvero cambia rispetto alla ‘requisitoria’ platonica. Per Shelley, in effetti, si tratta di celebrare la poesia in questi tempi di «excess of the selfish and calculating principle»; di opporre la poesia all’ego e agli egoismi, all’utile, ai soldi (money). Scrive: «La poesia e il principio del Sé, di cui il denaro è l’incarnazione visibile, sono il Dio e il Mammona del mondo [Poetry, and the principle of Self, of which money is the visible incarnation, are the God and Mammon of the world]». Ciò che non toglie, chiosa Rafey Habib, che il Self trovi una trascendenza nella poesia (poetry) e un’incarnazione nel denaro (money).[8] E se la poesia è ancora qualcosa di divino («Poetry  is indeed something divine»), lo è quasi solo retoricamente; e piuttosto essa è «allo stesso tempo centro e circonferenza del sapere; ciò che comprende tutta la scienza, e ciò a cui ogni scienza deve riferirsi [at once the centre and circumference of knowledge; it is that which comprehends all science, and that to which all science must be referred]». Insomma, un focus imaginarius, virtuale. Ed ecco quell’idea di poesia moderna e romantica che Grossman individua ancora in Crane; idea di cui Lerner non ci dice abbastanza – non senza ammettere di bypassare la bella complessità della tesi grossmaniana (cfr. p. 14) e, più avanti, di rileggere la storia della poesia in modo discontinuo (cfr. p. 26). Questa idea di una poesia virtuale mi pare corrispondere a quello che Antonio Prete, nel suo vecchio saggio, ha chiamato ‘stato di poesia’ (cfr. Op. cit., p. 115 sgg). Lo ‘stato di poesia’ è la trasposizione tutta profana dello ‘stato di grazia’ in un mondo che ha perduto il senso del sacro – quel senso che faceva dire ancora al Platone dello Ione che i poeti sono gli interpreti degli dei. Ma questo stato non basta, questa virtualità non basta. Prete cita Valéry (p. 118): «Quand je suis ‘inspiré’ je m’interromps très vite, je crains les vitesses de cet état qui jettent dans l’absurde». Eppure questa virtualità accolta nell’ispirazione è la poesia ideale, la poesia come ideale; e cioè, scrive Lerner, «un modo di esprimere il nostro desiderio di esercitare quelle capacità immaginative, di ricostruire il mondo sociale» (p. 55).
L’odio per la poesia attinge dunque – per Lerner, non per Valéry – a una specie di ‘moralismo’ che la vorrebbe comunque da qualche parte nel cielo assiologico o nei meandri di una coscienza morale o innocente o fanciullesca; si tratti poi di un moralismo buono, progressivo, civico o di un moralismo cattivo, regressivo, nostalgico, del filisteismo tout court, di cattiva coscienza. Il moralismo condanna il poeta. Con parole perplesse e con l’atto di uno che trangugia un boccone amaro: «La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del semplice fatto di essere umani» (p. 15). Il Nostro va dal dentista il quale sa di ficcare le mani in bocca a un poeta. Chiosa Lerner: «C’è imbarazzo nei confronti del poeta – non sei capace di trovarti un lavoro vero, lasciarti alle spalle queste bambinate?» (p. 16). La poesia e l’infanzia: ogni bambino è un poeta e viceversa: così vuole il locus commune; quasi che l’infanzia o la prima giovinezza, ancora fiduciose o virtuose o autentiche, siano un po’ la cifra dell’umano. Una «Repubblica dell’immaginazione», scrive Azar Nafisi, un bambino «ce l’ha sempre».[9] Ma l’adulto? Tra impegno e loisir, labor e ludus, l’attività del poeta suscita diffidenza (o disprezzo o odio). Opinione che anche il poeta condivide, va da sé. Secolarizzata, la poesia mantiene un suo status simbolico e l’odio per essa si nutre di questa sua dimensione immaginaria («Esiste una dimensione immaginaria dell’odio» diceva Lacan da qualche parte).
Ma, nelle ultime pagine del suo libretto, Lerner è capace di stupire ancora riallacciandosi all’assurdo di Valéry (quantunque né a Valéry né al suo assurdo faccia mai cenno). Menziona infatti alcune sue abitudini dell’infanzia, invero molto comuni: ripetere una parola udita per poi accorgersi che gli interlocutori ne ricavano un senso (sorta di allegoresi); ed anche «dedurre il significato di una parola osservando la reazione degli altri all’uso che se ne fa»; e la sensazione «che due persone [possano] costruire attorno a un vocabolo un mondo in cui qualunque uso [assume] un senso». (Valéry, citato da Prete: «Le vers attend un sens»; ed anche: «Le vers écoute son lecteur» ‹Op. cit., p. 130›). Infine, o ancora, pervenire alla saturazione semantica ripetendo ossessivamente un vocabolo. Instabilità linguistica, tragitto ambiguo verso un senso, suono, musica: «Per me questa è la poesia» (p. 77 sgg.) dice Lerner, la poesia con tutte le sue imperfezioni e forse da disprezzare.
 
Ben Lerner, “Odiare la poesia”, Sellerio, Palermo, 2017, pp. 83, 12,00 €.
 
Giudizio: 3/5
 
www.lorenzoleone.it
 
NOTE
 
[1] Allen Grossman, Hart Crane and Poetry: A Consideration of Crane’s Intense Poetics With Reference to ‘The Return’, in «ELH», XLVIII, 4, inverno, 1981, pp. 841-879, The Johns Hopkins University Press, p. 864, oggi in The Long Schoolroom: Lesson in the Bitter Logic of the Poetic Principle, University of Michigan, 1997 (trad. Mia).
[2] L’antologia di Camp & C. si rifà a un’altra famigerata raccolta uscita nel 1930 intitolata The Stuffed Owl: An Anthology of Bad Verse e curata da D.B Wyndham Lewis e Charles Lee.
[3] Antonio Prete, Il demone dell’analogia. Da Leopardi a Valéry. Studi di poetica, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 122.
[4] Georges Bataille, L’impossibile, in Tutti i romanzi, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, p. 334. Scriveva Bataille nella prefazione alla seconda edizione: «Ho pubblicato per la prima volta questo libro quindici anni fa. Gli diedi allora un titolo oscuro: L’odio della poesia. Mi sembrava che solo l’odio potesse accedere alla vera poesia. La poesia non aveva senso potente che nella violenza della ribellione. Ma la poesia non raggiunge questa violenza che evocando l’impossibile» (p. 217). Immagino che Ben Lerner ignori questo libro di Georges Bataille.
[5] Lerner accenna alla lettura gossmaniana ma di nuovo senza offrire riferimenti bibliografici.
[6] In The Long Schoolroom: Lesson in the Bitter Logic of the Poetic Principle, cit.
[7] Sul punto rimando a Prete, Op. cit., pp. 139-140.
[8] Rafey Habib, The Early T.S. Eliot and Western Philosophy, Cambridge University Press, 1999, p. 186.
[9] Azar Nafisi, La repubblica dell’immaginazione, Adelphi, Milano, 2015, p.
13.


lunedì 3 dicembre 2018

Visto in America...


Sì, certo, un marcato accento francese, ma nessuna difficoltà nel disbrigo delle faccende quotidiane, pensava Géraldine Smith seguendo Stephen, il marito, in North Carolina – il marito americano che tornava in America per andare a insegnare all’università di Duke, «un luogo di eccellenza accademica in uno dei più bei campus americani». L’impiego appunto prestigioso e Géraldine Smith che è giornalista ed è stata in Africa, due anni in Senegal, corrispondente di Jeune Afrique; e che alla svolta dei quarant’anni nutre il desiderio di dare una svolta, con l’illusone di viverne altrettanti; e Max e Lily, i figlioli di undici e nove anni, beneficiari del vantaggio di una doppia cultura: roba che, insomma, non capita tutti i giorni – e che non capita mai, almeno con garanzie di successo e danari se non hai garanzie di successo e danari. Uno spasso. Géraldine Smith già fu a New York parecchie volte, dove vi abitava una vecchia tante; nel North Carolina mai – nel North Carolina che è «rurale» e «futurista», qualunque cosa significhino questi aggettivi per Géraldine Smith. E probabilmente qualcosa significano. Per esempio dalle finestre dello studiolo scruta solo alberi ma ode il brusio delle automobili; altro fatto straordinario: «Un giorno puoi mangiare costine di porco abbrustolite in un capannone in mezzo alla foresta e l’indomani assistere a un concerto di Jordi Savall» (Jordi Savall che è, come sanno tutti, un gambista e un violoncellista spagnolo). Nessuna difficoltà quotidiana e però alcune difficoltà generali… In North Carolina, ma forse ovunque da quelle parti, in Nord America, le auto procedono pigramente; per uscire di casa uomini e donne indossano la prima cosa che capita loro a tiro ecc. ecc. Tralascio il seguito di questa introduzione, benché occorra ancora che menzioni i Cherokees nella loro riserva e gli chalets su palafitte vista oceano un po’ più in là… tralascio e proseguo, proseguo con quel bisogno di sicurezza o certezza di futuro di cui Géraldine Smith ci parla nel primo capitolo. Supremo problema: i formaggi… e per una francese… i formaggi: norme di igiene impongono quelle pastorizzazioni che allogano fuori legge il camembert. Apprezzabile invece l’usanza comandata di sternutire nel gomito ripiegato e tramutato in una tasca per la tosse (pochette pour la toux, cough pocket); meno apprezzabile la diffusione di gel alcolici per disinfettare le mani: salviettine, boccettine e dispenser un po’ ovunque; e un sacco di gente che si strofina le mani dopo averle strette al proprio interlocutore. Pullulano così i germofobici e gli emetofobici – e se scrivo germofobici ed emetofobici è perché devono aver impressionato Géraldine Smith. La quale d’altra parte sta esaminando i dati del National Institute of Mental Health (NIMH), sede Bethesda, Maryland; del National Institute of Mental Health che dichiara che l’otto virgola sette per cento degli americani, soprattutto donne, ha «fobie specifiche come la germofobia o l’emetofobia che si manifestano con attacchi d’ansia incontrollabili». Ecco, l’ansia, lo stress e le solite domande: perché sono le malattie dei ricchi? Stephen cerca casa e l’agente immobiliare gliene propone una in un quartiere – zona residenziale – con un numero bassissimo di pedofili. D’altra parte Barry Glassner – uno che scrive – «ha individuato le grandi paure dell’America, spesso frutto di eventi isolati trasformati in miti terribili: il bambino stuprato nei bagni di un distributore di benzina, l’aereo che si schianta, il rapimento nel parco giochi, l’assassino delle donne che praticano jogging, il virus esotico mortale, il nero incappucciato» e così via… «La Francia assomiglierà sempre di più all’America» conclude Géraldine Smith. E quando vi torna, in Francia, Géraldine Smith rileva una certa trasandatezza nell’abbigliamento e altri segnali assai preoccupanti. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ (Stock, 2018, € 19,50) è il titolo del suo libro, di Géraldine Smith. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ è un libro ‘spassoso’. Giulio Meotti dice apocalittico: «Offre – scrive – una descrizione quasi apocalittica del progressismo americano e che avrebbe contaminato la Francia». Ma, è noto, per lui tutto è apocalittico: dalle scorregge fetide al muggito di Tarzan… e per esempio questa supremazia del gender – ma la parola gender non compare che una volta nel libro e nell’espressione Global Gender Gap (che situa gli USA al quarantanovesimo posto nel mondo in quella sfera che chiameremmo delle pari opportunità). Negli USA, appunto, prosegue Géraldine Smith con indubbio acume, l’omofobia raggiunge ancora percentuali preoccupanti negli ambienti religiosi e conservatori; ma, avverte, i milieux liberal che abbracciano con entusiasmo la «fluidità del genere» (scritto genre!) non sono «necessariamente più rassicuranti». Per esempio, nel 2017, ci racconta Géraldine Smith, la madre di una ragazzina ha pubblicato sul «New York Time» una letterina intitolata: «Mia figlia non è transgender. È un ragazzo mancato». Adolescenti desiosi di bloccare la pubertà e di cambiare sesso ce ne sono e questo è un problema secondo Ali (un amico pediatra endocrinologo di Géraldine Smith) – e secondo Meotti. Poi c’è il ‘separatismo’ americano: uomini e donne crescono in universi separati, in confraternite e sorority; una polo un po’ attillata fa esclamare «This is so gay!» i ragazzetti, ma «senza intenzione di nuocere» avverte Géraldine Smith. Bene, non credo che acquisterò il libro di Géraldine Smith (di cui ho letto una davvero cospicua anteprima); o forse sì.