lunedì 3 dicembre 2018

Visto in America...


Sì, certo, un marcato accento francese, ma nessuna difficoltà nel disbrigo delle faccende quotidiane, pensava Géraldine Smith seguendo Stephen, il marito, in North Carolina – il marito americano che tornava in America per andare a insegnare all’università di Duke, «un luogo di eccellenza accademica in uno dei più bei campus americani». L’impiego appunto prestigioso e Géraldine Smith che è giornalista ed è stata in Africa, due anni in Senegal, corrispondente di Jeune Afrique; e che alla svolta dei quarant’anni nutre il desiderio di dare una svolta, con l’illusone di viverne altrettanti; e Max e Lily, i figlioli di undici e nove anni, beneficiari del vantaggio di una doppia cultura: roba che, insomma, non capita tutti i giorni – e che non capita mai, almeno con garanzie di successo e danari se non hai garanzie di successo e danari. Uno spasso. Géraldine Smith già fu a New York parecchie volte, dove vi abitava una vecchia tante; nel North Carolina mai – nel North Carolina che è «rurale» e «futurista», qualunque cosa significhino questi aggettivi per Géraldine Smith. E probabilmente qualcosa significano. Per esempio dalle finestre dello studiolo scruta solo alberi ma ode il brusio delle automobili; altro fatto straordinario: «Un giorno puoi mangiare costine di porco abbrustolite in un capannone in mezzo alla foresta e l’indomani assistere a un concerto di Jordi Savall» (Jordi Savall che è, come sanno tutti, un gambista e un violoncellista spagnolo). Nessuna difficoltà quotidiana e però alcune difficoltà generali… In North Carolina, ma forse ovunque da quelle parti, in Nord America, le auto procedono pigramente; per uscire di casa uomini e donne indossano la prima cosa che capita loro a tiro ecc. ecc. Tralascio il seguito di questa introduzione, benché occorra ancora che menzioni i Cherokees nella loro riserva e gli chalets su palafitte vista oceano un po’ più in là… tralascio e proseguo, proseguo con quel bisogno di sicurezza o certezza di futuro di cui Géraldine Smith ci parla nel primo capitolo. Supremo problema: i formaggi… e per una francese… i formaggi: norme di igiene impongono quelle pastorizzazioni che allogano fuori legge il camembert. Apprezzabile invece l’usanza comandata di sternutire nel gomito ripiegato e tramutato in una tasca per la tosse (pochette pour la toux, cough pocket); meno apprezzabile la diffusione di gel alcolici per disinfettare le mani: salviettine, boccettine e dispenser un po’ ovunque; e un sacco di gente che si strofina le mani dopo averle strette al proprio interlocutore. Pullulano così i germofobici e gli emetofobici – e se scrivo germofobici ed emetofobici è perché devono aver impressionato Géraldine Smith. La quale d’altra parte sta esaminando i dati del National Institute of Mental Health (NIMH), sede Bethesda, Maryland; del National Institute of Mental Health che dichiara che l’otto virgola sette per cento degli americani, soprattutto donne, ha «fobie specifiche come la germofobia o l’emetofobia che si manifestano con attacchi d’ansia incontrollabili». Ecco, l’ansia, lo stress e le solite domande: perché sono le malattie dei ricchi? Stephen cerca casa e l’agente immobiliare gliene propone una in un quartiere – zona residenziale – con un numero bassissimo di pedofili. D’altra parte Barry Glassner – uno che scrive – «ha individuato le grandi paure dell’America, spesso frutto di eventi isolati trasformati in miti terribili: il bambino stuprato nei bagni di un distributore di benzina, l’aereo che si schianta, il rapimento nel parco giochi, l’assassino delle donne che praticano jogging, il virus esotico mortale, il nero incappucciato» e così via… «La Francia assomiglierà sempre di più all’America» conclude Géraldine Smith. E quando vi torna, in Francia, Géraldine Smith rileva una certa trasandatezza nell’abbigliamento e altri segnali assai preoccupanti. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ (Stock, 2018, € 19,50) è il titolo del suo libro, di Géraldine Smith. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ è un libro ‘spassoso’. Giulio Meotti dice apocalittico: «Offre – scrive – una descrizione quasi apocalittica del progressismo americano e che avrebbe contaminato la Francia». Ma, è noto, per lui tutto è apocalittico: dalle scorregge fetide al muggito di Tarzan… e per esempio questa supremazia del gender – ma la parola gender non compare che una volta nel libro e nell’espressione Global Gender Gap (che situa gli USA al quarantanovesimo posto nel mondo in quella sfera che chiameremmo delle pari opportunità). Negli USA, appunto, prosegue Géraldine Smith con indubbio acume, l’omofobia raggiunge ancora percentuali preoccupanti negli ambienti religiosi e conservatori; ma, avverte, i milieux liberal che abbracciano con entusiasmo la «fluidità del genere» (scritto genre!) non sono «necessariamente più rassicuranti». Per esempio, nel 2017, ci racconta Géraldine Smith, la madre di una ragazzina ha pubblicato sul «New York Time» una letterina intitolata: «Mia figlia non è transgender. È un ragazzo mancato». Adolescenti desiosi di bloccare la pubertà e di cambiare sesso ce ne sono e questo è un problema secondo Ali (un amico pediatra endocrinologo di Géraldine Smith) – e secondo Meotti. Poi c’è il ‘separatismo’ americano: uomini e donne crescono in universi separati, in confraternite e sorority; una polo un po’ attillata fa esclamare «This is so gay!» i ragazzetti, ma «senza intenzione di nuocere» avverte Géraldine Smith. Bene, non credo che acquisterò il libro di Géraldine Smith (di cui ho letto una davvero cospicua anteprima); o forse sì.

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