giovedì 31 gennaio 2019

Diffidate della passione (soprattutto in politica)


Proposizione XXXII dell’Etica di Spinoza, parte quarta: «In quanto uomini sono soggetti alle passioni, non si può dire che concordino per natura». A tutta prima una frase sconcertante. Il senso comune, infatti, ci insegna che sono soprattutto le passioni condivise a unire gli uomini – e che le passioni sono vicine alla natura. Ma il senso comune fa spesso a pugni con la filosofia; oppure: la filosofia fa spesso a pugni con il senso comune. E questo è, in certa misura, il suo compito, della filosofia: strapazzare il senso comune, scuotere i luoghi comuni. Non dico nulla di nuovo e forse potrei aggiungere che il senso comune ha in odio la filosofia proprio per questa ragione: perché ne esce malmenato e deve ricorrere all’aspirina. (Sono un ottimista, lo so…). Anche qui non dico nulla di nuovo. Torniamo a Spinoza. Affermare che non è la passione a unire gli uomini ha precise conseguenze politiche – o sociali. Il convenire passionale degli uomini è un falso consenso – un fallace agire di consenso. Pensiamo per esempio al ‘sì di pancia’ di molti cittadini elettori. Ma perché la passione genererebbe un falso consenso? Perché attraverso la passione non se ne ha, per natura – si badi: per natura –, uno vero? È presto detto: la passione è manchevole o, per meglio dire, impotente. Leggiamo la proposizione III della parte terza: «Le azioni della Mente hanno origine dalle sole idee adeguate; le passioni invece dipendono dalle sole idee inadeguate». Le passioni sono idee inadeguate, mutilate, confuse; e lo sono – questo è il punto – perché non se ne comprende distintamente e chiaramente la causa (cfr. Def. I, p. III). La mente che accoglie queste idee inadeguate – queste passioni – è allora una mente «passiva» (Prop. I p. III). Se si troverà un accordo su questa base, esso accordo sarà un equivoco e un ritrovarsi nell’impotenza «o negazione», un concordare sul nulla o sull’aria fritta – come quando si afferma «che la pietra e l’uomo concordano [sul fatto che] sono finiti, impotenti […] superati dalla potenza delle cause esterne» (Scolio alla Prop. III, p. IV). Verrebbe da dire: un mal comune mezzo gaudio; e un condividere la scontentezza e la rabbia, e immaginare nemici molto potenti (senza sapere il perché o sapendolo male, facendosi la guerra l’un l’altro, azzannando i postini). Che Spinoza ci inviti ad agire cum grano salis, così e semplicemente? Direi che ci dice qualcosa di più: ci insegna a diffidare del collante della passione. Ma de hoc satis.

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