giovedì 31 gennaio 2019

Spigolature (quasi una rubrica)

Thomas Bossard
Di Banana Yoshimoto ho recuperato presso il solito mercatino due librini: Kitchen (a) e L’abito di piume (b). Al prezzo di un euro l’uno mi spiaceva lasciarli dove stavano benché io sia quasi indigente – indigenza che è da un lato l’indigenza del corpo (come insegna Galimberti in un dei sui soliti libercoli sulla τέχνη) e dall’altro quella di un tizio che non può permettersi una vacanza al mare (che in questo momento non avrebbe granché senso). Di Banana ho letto però Lucertola (un euro al mercatino). L’ho letto tempo fa e non saprei dire nemmeno si mi sia piaciuto. Forse no considerata la resistenza a incominciare la lettura di a e b. Una cosina mi aveva però ‘intrigato’ (ma non troppo, per dirla con un’indicazione agogico-dinamica e musicale…). La protagonista va a un funerale e vi scopre una solennità e una comunione, una… mi sono distratto per mescolare il sugo… forse era partecipazione… «un’energia – cito – sperimentata solo nel sesso di gruppo». Questo accostamento stucca e poi è messo lì apposta per stupire e però, insomma, sopra ho detto che intriga. Vero è che, sull’argomento v’è, dice il filosofo Frank R. Wallace, «a wide range of reactions». L’argomento non è il funerale, va da sé… Mi sono perso; parlavo all’inizio di Banana Yoshimoto e, insomma, vi domando delle vostre esperienze…

Su Tinder non cucca a causa dei suoi 69 anni e allora Emile Ratelband, entertrainer, come si definisce (e cioè entertainer e trainer), imprenditore e politico, autore di libri, ovviamente, fra cui Somatology, che offre – offrirebbe – istruzioni per esaminare le caratteristiche fisiognomiche e per determinare come funziona una persona (tre i tipi di somatici: il cacciatore, il collezionista e il filosofo…), Emile Ratelband chiede al tribunale di Arnhem di levargli vent’anni dalla carta d’identità. E d’altra parte Emile Ratelband si sente sufficientemente in forma per averne 49. Ora, queste facezie di Emile Ratelband mi hanno richiamato altre facezie di Guido Ceronetti. Ricordo, per esempio, che tempo fa propose di estendere il servizio erotico volontario agli anziani. Quel medesimo articoletto si apriva con la parola «infallibile [che] ci dice l’essenziale di Sofocle: ‘La più grande sciagura per un uomo è una lunga vita’».

Fragilità della scrittura – o del pensiero. Ecco, infatti, ecco che una parolina, un pensierino si fanno strada timidamente, si aprono timidamente un varco e… finiscono in vacca (che è termine tolto dalla terminologia della bachicoltura – almeno secondo il Panzini o il Tommaseo). Il solito cicaleccio sulle scale, il solito squillo di tromba, la gatta gnaulante… Ma poi è tutta questione di volontà – di volontà, come sanno anche i bambini. «Avete mai letto Nietzsche?» chiede il filosofo a all’uomo che, al tavolo del bar, si accompagna a un bambino, al figlioletto. «No» risponde l’uomo; «Ebbene, leggetelo, riuscirete certamente anche voi a fare i gelati». La storiella la racconta Leo Longanesi in un libretto intitolato Parliamo dell’elefante. Fatto curioso: il gelato materializzato dal filosofo costa quattro volte quello del gelataio.  Ma vogliamo pagarla, e pagarla profumatamente, l’opera dello spirito? Mica semplice materializzare un gelato – un gelato: un pensiero, una parola, la parola che ci vuole in questo momento, au moment voulu

«La verità non è un pesce da tirare in faccia ma deve aiutare a fare chiarezza» dice Enrico Solmi, évêque de Parme. Allude al recente provvedimento di Pizzarotti, sindaco di Parma: al provvedimento di cui abbiamo letto sui giornali. Su Youtube trovo un breve filmato del nostro sopracciò dove il sintagma verbale ‘pescare’ torna con tanta insistenza da produrre un effetto comico irresistibile. Tutti conosciamo le complesse valenze simboliche del pesce e della pesca nella tradizione cristiana, ma questa insistenza di Solmi mi ricorda Tognazzi e quella sua passione per la maionese nel film tratto dal romanzo di Chiara.

Non so voi ma io non mi sorbirei il caffè Malongo alle cinque del mattino e nemmeno alle sei o alle sedici; e sì che non sono per nulla esigente in fatto di caffè.

Questo inchinarsi di fronte alla carnalità – anzi ai genitali tout court –, questo inchinarsi è tuttavia privo di passione, di gioia e persino di sofferenza. È un po’ l’omaggio che l’uomo comune, quello del bar (o del ‘bistro’, del ‘bistro’ considerato che siamo in Francia) tributa a ciò che enfaticamente potrebbe chiamare ‘il motore della storia’ se solo conoscesse questa espressione enfatica. È cioè un discorso un po’ sporcaccione e… e terra terra. (Quanto lontano il prodigioso Fourier che parla d’amore!). In quanto motore della storia, questo discorso incorpora tutta quanta la cultura o, per meglio dire, la racchiude nelle mutande. Se facciamo per esempio di Thomas Mann e di Marcel Proust i vertici della cultura rispettivamente tedesca e francese, vertici vertiginosi, raggiunti al termine di una scalata di otto secoli; se immaginiamo che Thomas Mann e Marcel Proust abbiano posseduto tutta la cultura del mondo e tutta l’intelligenza del mondo, ebbene, non possiamo trascurare gli organi genitali e il fatto che si fossero prosternati, con passione però, davanti agli organi genitali – non importa se femminili o maschili. E così nel movimento animale (per dirla garbatamente con Fourier) si sarebbe dissolta tutta quanta la civilizzazione europea. Presto, dunque, una ragazzina per Thomas Mann e una Rihanna (avete letto bene) per Proust! Ora dobbiamo prestare attenzione al fatto che l’uomo che fa questo discorso, questo discorso spropositato, le pilier de bar, è (anche) impotente; e che questo uomo (impotente) è forse, anzi, è sicuramente l’autore di Sérotonine. (Dedurne l’impotenza dei frequentatori di bar è forse un azzardo). Bene, non mi resta che ringraziare Jean-Marc Proust (parente?) che per primo – credo – ha ricondotto il romanzetto a una delle sue fonti discorsive: il bar.

C’è un’ansia bruciante – vi piace questo aggettivo? –, un’ansia bruciante che non riesci a spegnere e a nulla vale agghindarsi di frasche per somigliare a una pianta come pure qualcuno ha fatto, e come testimonia l’antropologia culturale, e scrutare il cielo nell’attesa delle nuvole cariche di pioggia. Certo quel qualcuno invoca davvero la pioggia, ma chi può negare sia parimenti bruciato dall’ansia? Se l’ansia è bruciante, nota Giordano Bruno da qualche parte, non ti si vincola facilmente e nemmeno Venere, se ti piace Venere, saprebbe soggiogarti. Che sia questo il vantaggio dell’ansioso sull’uomo pacifico? E d’altra parte è l’ansia a vincolarti…

Il padre di Joe Ackerley – lo racconta Joe Ackerley – era un bel tipo, di quelli garbati, di quelli che siedono in poltrona a leggere il giornale scaccolandosi svagatamente. A Joe Ackerley e a suo padre mi ci ha fatto pensare ieri il millesimo automobilista con l’indice dentro il naso – l’automobilista ha sempre un indice libero e disponibile per il disbrigo di questa faccenduola; un indice ritto e paffuto e sodo come quello dell’omino Bialetti. In ogni modo Joe Randolph Ackerley si rammaricava di questa imperfezione paterna, imperfezione che ne turbava il ritratto – sempre che un ritratto si lasci turbare. Gli è che un certo credito passa attraverso l’oblio di certe altre cerimonie corporee. Il professor *** che vedete spesso in televisione dissipò ai mei occhi, ai miei occhi giacché gli sedevo accanto, dissipò, dicevo, buona parte del suo credito allorché combinò un disastro ficcandosi incautamente il pollice (!) nel naso. Com’è che gli riuscì ancora di sincerarsi che in quel seminario ristretto avessimo letto tutti quanti il saggio sull’opera d’arte di Heidegger (quello sugli zoccoli di Van Gogh)? Stendendo un fazzoletto sul volto come Nerone. Il corpo del filosofo, di un filosofo, di un pensatore, di uno scrittore, di un intellettuale… questo corpo non dovrebbe sostanziarsi che nel corpo del testo; e, dato ciò per sicuro, è solo ruzzolando per la scala dell’essere, che altri chiama vita sociale, che saprebbe ritrovare la ‘biologia’. Quando gli avvenisse di ruzzolare, col dito nel naso, con le comparsate in TV (in veste di opinion maker), con la dubbia fama di molestatore di studentesse o di ragazzini, sarebbero guai e fazzoletti. (Dall’Iperuranio alla caccola sul dito non c’è che un passo). C’è anche la morte, alla fine, va da sé, ma questa toglie di mezzo l’ingombro, e cioè il corpo fisico, reale: ciò che ci si proponeva sin dall’inizio (e che Pitagora realizzò con mezzi modesti nascondendosi dietro una tenda). Capisco meglio quella frase di Derrida: «Ogni cogito ergo sum implica un ‘io sono morto’».
L’ho già detto che non tollero più l’aggettivo “potente” in ambito critico-estetico? Com’è come non è, ci pensavo a pranzo, mentre mi gustavo un piatto di agnolotti alla piemontese in brodo.
 Ah! Ma hanno buttato il sale per terra? In testa dovrebbero metterselo! Lo sa cosa dicevano i latini? Cum grano Salis, e cioè con il grano arriva la sapienza...
(Un tizio dalla capigliatura fiammeggiante, poco fa, dalle mie parti)

Fra i pregi dei cosiddetti social network il fatto che persone che non si sarebbero mai parlate si parlino. E questo fatto va collocato anche fra i difetti dei medesimi social network.

L’altro dì in pizzeria una famigliola di quattro, lui, lei e due figlioli; non uno che non allumasse lo schermo dello smartphone; e poiché s’era in pochi, loro ed io in un canto, imperava un silenzio assurdo e ferale. In ogni modo la paura di perdere il telefonino ha già un nome: nomophobia (no-mobile-phobia)

Parliamo invece di Filippo Facci. Filippo Facci è un uomo allampanato e pallido, con un viso asimmetrico e un prognatismo pronunciato. E questo è grossomodo tutto quello che sappiamo di Filippo Facci. Ci sono anche le sue idee, di Filippo Facci. Sue? Fra le idee di Filippo Facci questa: i gay e il PIL che non cresce sono una fotografia della nostra attuale situazione. Si è cercato un nesso tra il PIL e i gay e non lo si è trovato. Eppure il nesso è lì: il PIL che non cresce è come i gay che non si riproducono: fondamentalmente ‘infruttifero’. Filippo Facci non lo ammetterebbe perché non lo ha capito bene neppure lui ma è così; non ammetterebbe mai che le sue (pseudo)idee sono quelle di un neofondamentalista qualunque…

È una notizia sensazionale rimbalzata dagli USA e rilanciata su alcuni quotidiani nazionali cattolici e conservatori, neofondamentalisti; è una notizia destinata a sollevare molto scalpore in quegli ambienti lì, pro-life, e confezionata apposta per i pro-life zealots. La notizia è questa: lo stato di Nuova York ha (avrebbe) promulgato una legge che consente alle donne di abortire anche il giorno prima del parto. Ovviamente è una bufala, una fake-news. Non ti stupisce più di tanto che talune testate la rilancino – taluni giornali cattolici e conservatori, neofondamentalisti; non ti stupisce perché sei scafato. Invece – ma perché invece? – la bêtise dei lettori-commentatori ti scoccia, quella bêtise che somiglia a un’attività frenica, a un singhiozzo, e che non arretra nemmeno davanti alla traduzione parola per parola del comma incriminato della legge incriminata.

Nessun commento:

Posta un commento