mercoledì 27 marzo 2019

Black-out

L’altra notte, prima di addormentarmi, sapevo benissimo che cosa avrei scritto il giorno dopo. La mattina, al risveglio, immaginavo ancora di sapere che cosa avrei scritto nel pomeriggio o in serata. Immaginavo di saperlo ma evitavo di pensarci. La sera, la punta di un alberone scosso dal vento ha tranciato i cavi dell’alta tensione nel parco di una villa qui accanto. Sempre detto che la ricchezza ingenera iniquità, checché ne pensino i wealth manager che, detto fra noi, solo per il fatto di definirsi wealth manager andrebbero battuti a sangue. Insomma, niente fata elettricità per cinque ore. E poi non avevo voglia di scrivere, e dell’ideuzza solo un’ombra. Ora che confortato da, nell’ordine, ogni bisogno, pratiche religiose e pie e care speranze… ora che mi dispongo a scrivere, ebbene, il vuoto, il vuoto spinto. E dunque solo una domanda: capita anche a voi di spolverare piccoli oggetti con un pennello?

L’utilizzo del pennello, da parte dell’archeologo – lo leggo in una breve guida all’archeologia –, richiede perizia. Uno immagina di dare una spolveratina alle suppellettili e, detto fra noi, s’inganna. Già il fatto che il pennello sia il complemento inevitabile della cazzuola dovrebbe metterci sull’avviso. Primo ammonimento: non usare il pennello quando il tempo è umido. Già, ma quale pennello? Pennello, pennellone, pennello da barba, pennellessa… vanno bene tutti, anche quello del pittore. Infatti, dipende dai casi. Il movimento? Il movimento ha da essere rotatorio e trivellante onde rimuovere la terra. A dire il vero, l’idea di fondo – il principio di ogni scavo – è quella di rimuovere via via gli strati nell’ordine inverso a quello che li ha depositati. Il che, se vogliamo, è un abbaglio. Comunque dobbiamo essere grati agli archeologi che per riportare alla luce il nostro passato si buscano i reumatismi e l’artrite.

A proposto di gratitudine: va anche a quelle scimmie antropomorfe – ominoidi – che molto tempo fa sacrificarono la propria vita per stabilire quali radici e quali funghi potessero essere consumati e quali no. Ce lo ricorda Roy Lewis in quel suo bel libro umoristico. Ecco, li immagino, questi scimmioni avvelenati, mentre, una zampa sul cuore, divulgano il sapere appena acquisito con mugolii e lamenti, prima di stramazzare a terra. Alle loro tombe di foglie, pietre e fango, si accostano oggi trepidanti i paleoantropologi con le loro cazzuole, i loro pennelli, le loro vanghe, le loro goffe.

Igiene e alimentazione: gli antropologi di un tempo, quelli positivisti, riconducevano alla fame e alla sporcizia le cause dei malanni, delle morti premature e della bassa statura delle popolazioni mediterranee. Non sbagliavano del tutto tranne quando, come Niceforo, ne deducevano o inducevano l’inferiorità dei sardi e dei calabresi. Sono sciocchezze che non usano più e che oggi ripete Richard Lynn un po’ a vanvera e solo perché scrive su un white supremacist journal. Igiene e alimentazione, peraltro, non ci rendono immuni dalla stupidità. Lo dimostra il fatto che abbiamo cominciato a lavare il bucato a freddo facendo ammuffire le lavatrici.

«I yam what I yam an’ tha’s all I yam» dice Popeye. Vecchia questione questa: se la tautologia non sia un detestabile difetto del pensiero borghese. E d’altra parte ripetere la stessa cosa è un po’ da stupidi – è un confidare nella sua stabilità, permanenza, durata. Scriveva Adorno: «L’atemporalità, a cui aspira la coscienza borghese, forse per compensare la propria mortalità, è l’acme del suo abbaglio». La faccenda si fa spessa e mi sono ripromesso di consegnare a chi mi legge solo pensieri brevi. La tautologia mi rimanda a Barthes. Vi invito a leggere le pagine che dedica a Poujade. Nell’odio di Poujade per gli intellettuali, nella condanna della cultura «esplicativa» e «impegnata», parte della requisitoria populista corrente.

Stamani un’altra breve interruzione del servizio elettrico. Il generatore che ci alimenta in questi giorni si è guastato e sono dovuti uscire i tecnici a ripararlo. Quanto ne dipendi, dall’elettricità dico, s’impone proprio in questi momenti di black-out. Inavvertitamente continui a premere interruttori per casa e ti senti un po’ stupido. Persino uscire diventa un problema perché il cancello non si apre. Ecco, questi automatismi, la loro ‘stupidità’… questi stupidi automatismi che si dànno a vedere solo in certi momenti agiscono sempre. Anche di questo te ne rendi conto in quei momenti lì. Sono mancanze, sbagli, lapsus, black-out dell’intelligenza, dell’attenzione, della memoria. E il pensiero e la scrittura non ne sono esclusi. Te ne accorgi ex post o se si fanno particolarmente sensibili, avvertibili… come il ‘fatto’ che la sera tu abbia scordato ciò che volevi scrivere e che avevi già formulato nella tua testa la mattina.

martedì 19 marzo 2019

Per una storia della coglioneria


Thomas Bossard
Una storia della coglioneria? «Parecchie volte, nel corso dei secoli, gli uomini intelligenti hanno avuto l’idea di scrivere una storia della stupidità. Ma l’idea si è alterata e guastata durante la fatica di attuarla: e invece di una storia della Stupidità, abbiamo avuto una storia della vitalità-umana, un saggio sopra gli errori degli antichi, una storia del commercio e delle guerre ecc.». Questo è Vitaliano Brancati e mi viene da aggiungere, sommessamente, ma perché poi sommessamente?, che ha ragione. Ho rinvenuto tuttavia – meglio sarebbe dire che ne ho avuto notizia – una Introduzione alla storia della stupidità umana di Walter Pitkin edita da Bompiani negli anni Trenta. Un giorno la leggerò e vi saprò dire. — Avrei potuto dirvelo prima. Oggi, pomeriggio del 18 marzo 2019, mi trovo in un mercatino delle pulci. Sapete che ci si trova in un mercatino delle pulci. Al primo piano di questo edificio una montagna divecchi libri. Il primo pensiero? Una storia della stupidità non può prescindere dai libri. Siamo abituati a pensare, almeno fino ai dodici anni di età, e talvolta anche dopo, che i libri racchiudano una qualche forma di saggezza. Uno come Harold Bloom, per esempio, non ha dubbi: Where shall wisdom be found? Nei libri. E però esistono anche i libri stupidi. Ne parlava Flaiano quasi mezzo secolo fa (ma lo sa anche Harold, Harold che snocciola all’istante i suoi primitivi criteri, nel numero di tre, per cernere…). Sono i libri che, per il solito, «centrano un falso problema, una situazione, un punto di interesse e di attualità». — Per il solito. Ignoro, per esempio, quanto questo libro qui di Arthur H. Chapman intitolato Manovre e stratagemmi dell’inconscio, e pubblicato da Rizzoli nel 1970 (tit. or. Put-Offs and Come-Ons: Psychological Maneuvers and Stratagems, Putnam, 1968) centrasse un falso problema o un punto di attualità di quegli anni lì; quel che è certo è che è un deposito di luoghi comuni, di idées reçues, di œillères, che solo ai nostri giorni, ma non troppo, possono anche apparire stravaganti. Il dott. Chapman scrive dunque un libro intitolato Manovre e stratagemmi ecc. e lo dedica «alla memoria di un amico che seppe eludere tutte le manovre e tutti gli stratagemmi»: e cioè a Charles Hyde Warren, preside di facoltà e direttore del Trumbull College della Yale University. Lo dedica, pare, all’unico uomo non stupido della sua cerchia di amici. Perché per il resto della séance il dott. Chapman non vede che manovre e stratagemmi; principalmente nella vita di coppia e dando per certo che una coppia sia tutte le volte eterosessuale e matrimoniale. Non vede che quelli e imbecilli che vi ricorrono senza rendersene conto. Ecco una paradigmatica manovra (sempre a giudizio del dott. Chapman): piagnucola e rifiuta. Chi? La lei della coppia ovviamente. Scrive: «È una manovra cui ricorrono sporadicamente le donne frigide. La moglie che prova ripugnanza per il rapporto sessuale e si accorge che il marito ha l’intenzione di proporglielo, dà l’avvio a una discussione su un argomento che costituisce uno dei punti dolenti del matrimonio». Poco più sotto: «Mentre continua ad avanzare cautamente nell’argomento spinoso, il marito comincia a uscire in qualche rilievo dettato dalla collera montante. A questo punto la moglie si mette a piagnucolare». Tre righe dopo piange «senza ritegno» mentre il marito è preda di «un parossismo di rabbia repressa» privato com’è della «soddisfazione sessuale» (pp. 13-14). Bene, credo di poter chiudere qui con il dott. Chapman e con il suo libro che abbandono alla polvere della bibliotecuccia in cui alloggia. Il libro di Chapman sta tra il Trattato sulla natura umana di Hume e l’Emilio di Rousseau. Si sa dei rapporti tra Hume e Rousseau; di Arthur H. Chapman non si sa nulla. — Ma ora vorrei passare oltre; e mi basta scostare lo sguardo. L’automobilista e la morale cristiana (tit. or. L’Automobiliste et la morale chrétienne, J. Duculot, 1967) di Hubert Renard è un librino di centosettantatré pagine pubblicato da Cittadella editrice nel 1969. Un catechismo per gli automobilisti! Ci credereste? E poi: faccenda di attualità? D’altra parte Hubert Renard è, all’epoca, un abatino di trentaquattro anni residente in Béthune, nella Francia settentrionale. Scrive: «Le norme della circolazione stradale derivano dal quinto e dal settimo comandamento di Dio: non uccidere e non rubare, e sono promulgate per la sicurezza degli utenti della strada» (p. 98). Un altro passaggio (p. 120): «I vescovi svizzeri, ricordando il problema della circolazione stradale, richiamavano questa frase di Pio XII: ‘Quando tutti gli uomini si lasceranno guidare nella loro vita di ogni giorno dal sentimento della loro dignità e del loro fine soprannaturale…, soltanto allora, sia nelle loro parole che nelle loro azioni» ecc. ecc.. Tutto ciò perché la circolazione automobilistica determina normalmente «un sentimento di giustizia ostile agli altri». Precedentemente l’abate s’era concesso crucciose osservazioni socioantropologiche di una franca misogina confortato da Lombroso (p. 63): «Se l’uomo si irrita di fronte a certi modi femminili di guidare, è perché ha l’impressione che le conducenti prendano decisioni senza riflettere, senza aver analizzato la situazione. Gli sembra che si muovano talvolta con disinvoltura ai margini della catastrofe, tanto più quanto più la loro guida diventa esitante appena la situazione diventa complicata». Ancora, due righe sotto: «In un ingorgo, in una circolazione intricata l’uomo, più riflessivo, più logico, valuterà tutti i dati […] la donna invece rischia di non superare la propria emozione». — Alè, finiamola qui!

sabato 16 marzo 2019

Un ponderoso libro sulla connerie

In Francia, riferisce Paolo di Stefano sul «Corriere», un ponderoso libro sulla connerie, sulla stupidità, diventa un best-seller e la cosa è (o gli appare) assai interessante. Intanto qualche notizia. È un volume collettaneo, è curato da Jean-François Marmion, che è psicologo e giornalista, collaboratore di «Sciences Humaines» (vi rimando al seguente url: https://www.scienceshumaines.com/); raccoglie trentadue (li ho contati) contributi, compreso l’avertissement di Marmion, di altrettante teste o capoccioni: e cioè filosofi, neuroscienziati, psicologi, sociologi…; fra i nomi Edgar Morin, Pierre Lemarquis, Delphine Oudiette, Emmanuelle Piquet, Ewa Drozda-Senkowska, Antonio Damasio… (qui lo ‘spasso’, si fa per dire, è scoprire se questi nomi li abbia estratti a caso dall’elenco o con un qualche criterio; potrei dire: in maniera stupida o in maniera intelligente); trecentottantaquattro le pagine; lo edita Sciences Humaines e costa diciotto euro; titolo (quasi dimenticavo): Psychologie (Psycologie per il «Corriere») de la connerie. — Come Paolo di Stefano non l’ho letto né l’ho acquistato; e tuttavia condivido le sue considerazioni sulle ragioni dell’interesse del pubblico dei lettori per il libro o per l’argomento. — Dico che non l’ho letto ma, a dire il vero, ne ho sbirciato due contributi e mezzo disponibili in rete. Dico anche che non sarebbe male tradurlo in italiano. Dall’avertissement traggo il seguente assioma: «Si è sempre lo stupido di qualcuno ma troppo raramente lo si è di/per sé stessi» (p. 10). Altra osservazione condivisibile e condivisa: riassumo (p. 11): lo stupido vi condanna senza appello sulla sola fede delle apparenze che intravede attraverso i suoi pregiudizi, luoghi comuni (œillères). Ancora (traduco e riassumo sempre, p. 12): la stupidità (connerie) pare in costante crescita e anzi in crescita esponenziale; e tuttavia questa è una vecchia protesta, e dacché ci si è messi a scrivere o scribacchiare lo si è sempre pensato (e scritto o scribacchiato). Se c’è qualcosa di nuovo, annota Marmion, se qualcosa è cambiato oggidì, avverte Marmion, questo qualcosa è il fatto, prima inconcepibile, che un cretino e un bottone rosso bastino a sradicare la stupidità – e però assieme a tutto il resto. Infine (p. 13), la sua, della stupidità, gregarietà e visibilità: altra caratteristica dei nostri tempi, s’intende. È il volàno dei social, suggerisce Paolo di Stefano, e qui veniamo alle sue considerazioni, è questo volàno, forse, probabilmente, a rendere l’idiozia così opprimente da attirarle l’attenzione preoccupata dell’opinione pubblica. E forse qui «sta una delle ragioni del successo del libro». — Dico che condivido l’opinione di Paolo di Stefano ma, per farla breve, ho qualcosa da aggiungere. Questa preoccupazione sarà pure in parte quella della pubblica opinione per l’alluvione di fake news che quotidianamente la travolge e magari anche quella che ciascuno nutre per sé medesimo: e cioè, intendo, per il proprio stato o condizione, stadio o quoziente di stupidità; ma c’è dell’altro. Mi pare di poterlo suffragare coi giudizi dei lettori su Amazon. Un anonimo (lettore), per esempio, scrive (riassumo anche qui): essere stupidi è un diritto e non un obbligo; ecco perché questi libri sono fuorvianti e contro tutte le ideologie contrarie c’è la vita con le sue contraddizioni. Un secondo lettore, che si firma Michel Popolov, scrive invece che solo il titolo gli pare allettante essendo il resto déplorable. Trattasi, infatti, a giudizio suo, di fumisterie universitarie utili al completamento dei curricula. Non aleggia qui la parola ‘professorone’ che oggi gli ottusi sillabano come un’ingiuria? Bene, ecco con l’anonimo e con Popolov due acclarati e preclari esempi di connerie: la prima cognitiva, la seconda da ressentiment. Ma in ambo i casi alla mente dei due non affiora il sospetto di essere sufficientemente stupidi per trovare posto nel libro. Forse sto psicologizzando ma non ha importanza…
— Saro stupido? Gli è che, dice Edgar Morin, «giudicare della stupidità degli altri presupporrebbe che si sia spogli di ogni stupidità. Dunque l’uso deve incitare a un autoesame preliminare. E a domandarsi se non sia esagerato impiegare la parola stupidità» (p. 44). Prudenza dunque nel giudicare della stupidità altrui (anche di Popolov, anche di W.R. Hearst) e delle sciocchezze (cazzate) che gli altri dicono o commettono. — Mi sovviene (si dice ancora così), e mi domando il perché, una vecchia battuta di Groucho Marx. A E.B. Withe che lo canzonava amabilmente sostenendo che assomigliasse a Raymond Duncan, Groucho rispose: «Mi rincresce di somigliare a Raymond Duncan ai suoi occhi, ma d’altra parte, se questo è vero, dovrà ammettere che anche lui assomiglia a me» (Le lettere di Groucho Marx, Adelphi, Milano, 1992, p. 145). Perché mi viene in mente questa battuta? È la mia intelligenza o la mia stupidità a farla spuntare? Oppure si tratta, per dirla con George Steiner, delle simultaneità polifoniche del pensiero, dell’immaginazione controfattuale? Provo a sostituire Raymond Duncan con lo stupido e la frase cambia così: «Mi rincresce di somigliare a uno stupido ai tuoi occhi, ma d’altra parte, se questo è vero, bisognerà che ammetti che anche lui, lo stupido, assomiglia a me». Somigliare, essere simile a, essere prossimo, essere come non significa identità, e fin qui siamo nell’ovvio; inoltre la somiglianza è rilevata da un terzo (quand’anche fossi io, per così dire, allo specchio) e questo terzo che rileva ciò in cui somiglio a un altro potrebbe ingannarsi; infine potrei io stesso ingannarlo, il terzo, camuffandomi, simulando, fingendo. Ingannato o ingannatosi, costui finirà per passare (essere) davvero per stupido (con) e senza accorgersene. Si è sempre lo stupido di qualcuno ma troppo raramente lo si è di/per sé stessi. E se, come dice Jean-François Dortier nel suo bell’intervento, «uno stupido non può evidentemente riconoscersi per tale» (p. 35), un libro sulla stupidità rappresenterà per il medesimo stupido un’occasione irrinunciabile onde dimostrare la propria intelligenza.

mercoledì 13 marzo 2019

Verso il bianco di Paolo Miorandi


Delicato e malinconico questo librino di Paolo Miorandi su Robert Walser intitolato “Verso il bianco”. Più che un saggetto o una biografia è un diario di viaggio o di pellegrinaggio nei luoghi walseriani, dove Walser impresse le sue memorande impronte.
 
Delicato e malinconico questo librino di Paolo Miorandi su Robert Walser. Più che saggetto o biografia, diario di viaggio o di pellegrinaggio nei luoghi walseriani, dove Walser impresse le sue memorande impronte. Arricchito di nove fotografie (inevitabile quella del corpo di Walser riverso nella neve); composto di sette capitoli titolati che compaiono in ordine inverso, dal settimo al primo, come in un conto alla rovescia; centoventi le pagine (comprensive di uno scarno apparato bibliografico). Titolo: Verso il bianco. E poi racchiude la ‘topografia’ walseriana, un ritaglio: Herisau (in Svizzera ovviamente), il manicomio dove trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita e tutto quel percorso che oggi si chiama Robert Walser Pfad; il lago di Bienne che gli diede i natali e al cui centro affiora la riante isola di Saint-Pierre, l’isola-asile di Rousseau, e in cui Rousseau avrebbe desiderato autoconfinarsi tutta la vita; la clinica psichiatrica Waldau, nelle vicinanze di Berna; Berlino, menzionata di sfuggita, giacché Walser, che vi soggiornò, vi pubblicò I fratelli Tanner (e altro e come dimenticare le Bedenkliche Geschichten che parimenti appartengono al periodo berlinese?). — Ma poiché, come s’è accennato sopra, quello Miorandi è un diario, un taccuino di appunti, ecco anche l’isola di Patmos, l’isola di Giovanni l’evangelista, dove Miorandi compone alcuni versi «al termine di una lunga notte di espiazione» (p. 21). (Ma su Patmos, e sulla sua cupola, alla mente dello ‘scrivente’ affiora d’emblée, e vorrà scusarlo il ‘leggente’, una ilare pagina arbasiniana). Ecco ancora altri luoghi della memoria (conoscete espressione più ‘vessata’?) e senza nome, luoghi biografici. Infine, i nomi dei lettori rispettabili, dei lettori-chiosatori: Agamben, Canetti, Jaeggy, Kafka, Sebald, Seelig (ovviamente).
Ma la malinconia (che finisce per comporre una specie di endiadi con la delicatezza)? Del libretto di Miorandi, sicuramente, come s’è detto; e pure di Walser, verrebbe da aggiungere, giacché lo si legge spesso a proposito di Walser: Melancholie, malinconia; e però si legge anche ironia (Ironie); ed anche: «Walser spricht oft über Gefühle mit großer Innigkeit und zweifelt sie tief an, geradezu besessen davon, in ihnen ihr Gegenteil bloßzulegen» (enunciato di Brigitte Kronauer che trascrivo qui solo perché mi pare particolarmente fantasioso). Il lettore dello Jakob ricorderà poi una bella frase del medesimo Walser, una frase a cui crederà e non crederà nel medesimo tempo: «Del resto anche la malinconia mi è tanto cara, tanto preziosa: perché educa» (Jacob von Gunten, Adelphi, Milano, 1970, p. 137-138). — Infine, l’angoscia: «In Walser […] un assoluto pudore nei confronti del linguaggio impedisce all’angoscia di esprimersi» (questo è Cacciari, ma Canetti diceva un po’ la stessa cosa); «[…] l’essenza dell’opera [sua, però] non è l’angoscia» (Cacciari, Dallo Steinhof, Milano, Adelphi, 1980, pp. 185-186).
Dunque ripeto: perché soprattutto la malinconia nel librino di Miorandi? Perché, per impiegare un’espressione medica, perché questo «fenomeno di rebound»? (Chi era più questo? Arbasino?). — Ma prima ancora: perché il funambolo? Certo qualcuno lo vide un giorno, Walser, camminare sulla spalletta di un ponte (p. 47), ma fu mai Walser un ‘funambolo’ nella vita e nella letteratura? C’è per di più nei Fritz Kochers Aufsätze un frammento dove il Nostro menziona il funambolo (Seiltänzer): «Sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo, con i fuochi artificiali sul dorso» (Adelphi, Milano, 1978, p. 44). Seelig (Carl) gli attribuisce le seguenti parole il 27 giugno 1937 nel corso di una passeggiata tra il Buchberg e il Rorschachberg: «La felicità non è un buon materiale per gli scrittori» ecc., «la sofferenza, la tragedia e la commedia» invece… «bisogna solo sapergli dar fuoco al momento giusto [e] allora salgono come razzi fino al cielo e illuminano tutto il paesaggio» (Passeggiate con Walser, Adelphi, Milano, 1981, p. 21-22). Eppure prendere sul serio Fritz/Robert e immaginarlo come un «vero funambolo» e cioè come un Robledillo (o un Colleano o un Petit) che si rifiuta «di eseguire esercizi che non prevedano la possibilità di cadere [per] non fare un torto alla propria arte» (p. 48), di cadere e di accopparsi, non significa vedere dell’enfasi e magari le airs penchés laddove c’è dell’ironia, del comico, dello humour?
E dopo comunque l’evidenza che Walser, accantonate le ambizioni ‘pubbliche’, si ritira a vita ‘privata’ in manicomio. «Lavora alla propria invisibilità» (p. 66), chiosa Miorandi, nel «reparto degli uomini silenziosi» (che è poi il titolo del quarto capitolo dell’opuscolo). Ecco via via invisibilità e silenzio, la sua maniera – mathesis singularis, ma anche caso unico (direbbe Cacciari); progressiva rimozione delle tracce: «Penso ai microgrammi e vedo la scrittura che rimpicciolisce mentre le voci si zittiscono» (p. 67). Ma i microgrammi, scarabocchiati con un mozzicone di matita su foglietti volanti e con una grafia minutissima e indecifrabile, sono ancora tracce, benché da occultare un po’ ovunque. È a Herisau che Walser non scrive più. In fondo senza mostrarsi e senza nascondersi, perché questo significa non scrivere più.
Si incappa tuttavia in una seconda evidenza, e qui il ‘fallo’ non è imputabile a nessuno (non a Walser, non a Miorandi…): nonostante gli sforzi Walser, com’è noto, non riuscì scomparire. Il tragitto verso il bianco non cancellò l’opera, e i microgrammi sono oggi, da un po’, oggetto di ‘acribica’ (acribico non esiste, attesta Bartezzaghi) decrittazione. Gradito agli scrittori, ai critici, ai filosofi… ne è sortita dall’opera sua e dalla sua personale vicenda, dal suo caso, una messe di studi. E qualcosina anche sulla sua storia clinica e infine sulla sua morte, documentata dalle notissime fotografie. Fra le cose più belle che ha scritto Beppe Sebaste nel suo Panchine (un libro peraltro quasi modesto) questa: «Una foto [invero sono più d’una] lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato nella neve» (Beppe Sebaste, Panchine, Laterza, Bari, 2008, p. 57). Riecco l’allegoria più volte percorsa della pagina bianca e dei segni della matita: un’immagine cui sembra difficile sottrarsi benché o forse proprio perché la leggibilità del mondo è sempre già data. E cui corrisponde la speculare allegoria della passeggiata o del camminare, del flâner, come gesto della scrittura.
Già, ma dove s’incontrano (il libretto di) Miorandi e Walser? Nessun dubbio sul fatto che il nostro autore gli voglia bene, sul fatto che sia toccato, candidamente toccato, dalla sua umana vicenda. Il Walser di Miorandi però è il Walser di Miorandi (ah, la forza della tautologia!); e forse qualcuno, magari più d’uno, questo Walser non lo riconoscerà interamente. (Sulla potenza della tautologia, abbiate pazienza se infilo qui una chioserella, Edward W. Said, in un bel libro pubblicato da Feltrinelli nel 2008 ‹Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi›, menziona i signori Peter Stansky e William Abrahams, autori di un libro intitolato The Unknown Orwell in cui compare la seguente frase: «Orwell apparteneva alla categoria di scrittori che scrivono»). Di qui la malinconia e le meditazioni cimiteriali. Dicendo di sé (Miorandi): «Chiedevo alle parole di arginare la paura che provavo di fronte allo scomparire di ciò che mi era caro» (p. 48). E però rovesciare un ‘pensieretto’ produce un altro ‘pensieretto’: «Ci sono parole di polvere e di fumo. Si bruciano lettere senza destinatario, assieme ai resti di ogni vita. Il vento ne disperderà la cenere, Ognuno lo farà per l’altro. Sarà il nostro perfetto gesto di compassione» (p. 108). Giustissimo. Ma non è così o, per meglio dire, non è sempre così; ed è così forse solo nel commiato funebre, dove talvolta si finisce per far festa, come sanno tutti. Non c’è bisogno di attendere questo momento per ricominciare a raccontare o per cessare una volta per tutte di farlo. Un riferimento a Thomas Mann, ma non troppo gentile: «Fortunati gli alberi che ogni anni possono fruttificare» (Seelig, op. cit., p. 117). Impressione che per Miorandi in primis valgano le seguenti parole di Rosny senior: «Per quanto mi riguarda, da molti anni la morte deteriora ogni gioia» (cit. in E. Morin, L’uomo e la morte, Erickson, Trento, 2014, p. 274).
 
Paolo Miorandi, “Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”, Exorma, Roma 2019, pp. 120, 13,50 €.
 
Giudizio: 4/5
 


martedì 5 marzo 2019

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia


Daniele Stern, il protagonista de Il Pantarèi di Ezio Sinigaglia, è un aspirante romanziere che sbarca il lunario esercitando l’abicì del lavoro editoriale – e, potete scommetterci, molto altro ancora. Un giorno gli viene assegnato il compito di compilare la sezione di un’opera di divulgazione (un’enciclopedia) dedicata al romanzo novecentesco (quindi di ‘curare gli interessi’ di Proust, di Svevo di Kafka… di Robbe-Grillet). Ora che ne direbbe il lettore amico se, con la complicità dell’autore, questo Daniele Stern si ritrovasse un po’ a raccontare e un po’ (a essere) raccontato alla maniera di Joyce, Proust, Cèline, Svevo ecc? Certo, spesso anche a bighellonare alle svolte della storia… Bene, questo è, a dirla in soldoni, Il pantarèi. Aggiungo solo che ne sortisce una biografia dei saperi del suo autore.

 Parliamo de Il Pantarèi, il romanzo di Ezio Sinigaglia, novità editoriale di Terra Rossa Edizioni nella collana ‘Fondanti’ diretta da Giovanni Turi (veste grafica accattivante e curatissima; in copertina una Olivetti su fondo seppia; prefazione dell’autore).


Un paio di avvertenze. La prima: Il Pantarèi è bensì una novità editoriale ma ebbe una prima e (ahimè!) sfortunata edizione negli Ottanta. La seconda: quello di Sinigaglia è bensì un romanzo, ma riservandomi l’uso di un espediente grafico (non so quanto apprezzabile) potrei barrare la parola romanzo così: romanzo. Roger Caillois scrisse una volta che il romanzo, di questo stiamo parlando, «il croît comme une herbe folle dans un terrain vague», «cresce come un’erba matta in un terreno incolto» (Caillois, Puissances du roman, Sagittaire, 1942, p. 33). Le nuove tecniche narrative da un lato, lo scavo paziente dell’accademico dall’altro, e poi le ideologie o le fedi romanzesche – tutto ciò trasforma e sfigura e imbolsisce e impingua il romanzo. Quindi ecco il romanzo o un black hole o il πάντα ῥεῖ. Immagino di non scontentare nessuno saltando qui a piè pari tutto quel ragionamento, nemmeno tanto troppo recente, sul post-, neo-, sul romanzo-saggio, sul metaromanzo ecc. Oltrepassa i limiti di una recensione peraltro ordinaria come la mia. Infine non ci sentiamo in umore di avventurarci (è il plurale editoriale)... Beninteso, svariate osservazioni si possono fare in aggiunta. Ezio Sinigaglia non teme affatto di compromettersi, e sul romanzo, sulla sua metamorfosi, intende dire la sua senza infingimenti. La sua di giovane écrivain che si affaccia sulla scena letteraria. Sinigaglia tratta il romanzo directe et oblique. Un istante di pazienza…


Sinigaglia scrive un romanzo per parlare del romanzo dei romanzi. Daniele Stern, ne è il protagonista. Aspirante romanziere, compilatore di voci di enciclopedia – ciò che ne sminuisce il credito, ciò che ne svilisce le attitudini («[…] quegli anni alla macchina da scrivere gli avevano come graffiato lo stile» ‹p. 73›), Daniele Stern «non [ha] ambizioni» (p. 74) e c’è «qualcosa di senile in lui […] sfibrata stanchezza […] accidiosa indolenza» (op. 75); rivendica il diritto a «restare incompiuti» (p. 49) e un’immunità adattativa («Il mio non-senso della realtà può resistere a qualsiasi catastrofe» ‹p. 143›). Atteso antieroe, uomo senza qualità privo, almeno apparentemente, di un ubi consistam, forse, anzi quasi certamente un black hole (vedi la prefazione dell’autore), sulla scia della tradizione letteraria e romanzesca novecentesca, può stare degnamente per il punctum fictum (e quante volte immaginato!) da cui guardare al romanzo o ai romanzi.Guardare al romanzo. Che significa? Non ci sono che due vie per guardare al romanzo e verificarne così la sussistenza – la sopravvivenza o la supervivenza. La via diretta: scriverne uno che accolga la lezione più ‘recente’ (quella di Proust, di Joyce, di Musil, di Svevo, di Kafka, di Céline, di Robbe-Grillet), scriverlo fino a ritrovare la pagina bianca. Quella indiretta: atteggiarsi, ma sabiamente e senza disperare e semmai con un pizzico di ironia, a critico (scrivere sulla lavagna nera, per dirla con Gilbert-Lecomte)
. Sinigaglia e il suo doppio Stern, non scordiamo peraltro gli effetti di embrayage di taluni enunciati – Sinigaglia e il suo ‘doppio’ imboccano entrambe le strade. Ma la successione di sezioni narrative e di sezioni saggistiche è solo la soprafaccia di un corpo, il corpo del testo, che non cessa di (s)velare le proprie ambiguità: la propria natura ambigua o la propria natura androgina, la propria natura apolide. Il Pantarèi è un mostrum: coesistenza di intenzioni pluridiscorsive (socioletti, idioletti à la manière destilizzazioni parodiche e umoristiche sottilmente parricide) la cui norma generativa alberga proprio, nessuna sorpresa!, nel romanzo, nel romanzo dato per morto, dato così spesso per morto.

Perché darsi pena e pensiero per la sopravvivenza del romanzo? «Le più squisite e ‘intellettuali’ costruzioni romanzesche del novecento – scriveva Arbasino in quegli anni lì – al di là delle operazioni formali che ‘ci dicono tante cose’ sull’originalità creatrice e ‘fantastica’ di Proust e Mann e Musil e Hesse e Joyce e Gadda e Fitzgerald e Forster e Faulkner… ecco quante informazioni, proprio informazioni a proposito di epoche intere, e intere società» (Arbasino, In questo Stato, Milano, Garzanti, 1978, p. 100). Informazioni, proprio informazioni, che non ci dànno i romanzi realisti, o psicologici; informazioni che sfidano la sociologia e la psicologia ecc. (Alcuni degli autori citati da Arbasino sono gli autori di Ezio Sinigaglia, e anche qui nessuna sorpresa).

Stern – affidiamoci a Stern per il momento per la ragione espressa sopra, anzi, per le ragioni espresse sopra – è equivoco: da un lato «trova miracoloso che un uomo come Fabio, un ingegnere, scienziato e al tempo stesso manager, [consideri] la letteratura una cosa seria» (p. 73) – e dunque seria lo sarebbe in qualche modo; dall’altro, ma facciamo solo un passo di lato, «se non avesse ritenuto [Stern] lo scrivere un’attività troppo seria per le sue abitudini, avrebbe certamente scritto, pima o poi, un Elogio della frivolezza [poiché] la frivolezza [è] il prodotto più genuino dell’intelligenza. Le jeu pour le jeu» (p. 83). Equivoco Daniele Stern, conteur, autore di un torso di romanzo, compilatore di lettere e di racconti non scritti e nemmanco oralizzati (p. 218: «Anna mia, benché da alcune ore il mio cuore […] mi spinge di nuovo a parlarti, o per meglio dire a scriverti, senza foglio né penna»; p. 220: «[…] oppure posso, ecco sta’ a sentire, riattaccare il romanzetto che avevo cominciato [e tutto immaginato] proprio dal punto in cui l’ho interrotto»).


Perché darsi pena e pensiero eccetera? Čechov al fratello Aleksandr: «Mi compiaccio per il tuo esordio su ‘Tempo Nuovo’. Ma perché non hai scelto un tema serio? La forma è ottima, ma i personaggi sono legnosi, il soggetto poi, è insulso [...] Prendi qualcosa dalla vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza fine» (Čechov, Né per fama, né per denaro, Beat, 2015, p. 31). Che cosa significa un tema serio? Il segmento di una vita reale è forse un tema serio? E perché Daniele Stern archivia il suo abbozzo di romanzo dentro una cartelletta su cui traccia la parola eventualità? (Pavento in queste domande certo allegro malabarismo…). «Infine il suo malumore approdò a questa frase: ‘Vorrei scriverlo io un romanzo, ma non so proprio da dove cominciare’» (p. 199).  Stern per ora non completa il suo romanzo. Non sa davvero che scrivere? È sprovvisto di un argomento serio (e cioè di un frammento di vita senza capo né coda e tuttavia reale)? Prudente Stern che lascia maturare gli eventi, le eventualità. Chissà che le parole di Gottfried Benn non illuminino il percorso: «Misura con i passi il tuo circolo, cerca le tue parole, disegna la tua morfologia» (Benn, Replica a Alexander Lernet-Holenia, in Arte monologica, Milano, Adelphi, 2018, pp. 27-28). Così Sax, il protagonista del romanzo di Daniele Stern: «Avanti professore su venga al proscenio […] ci parli delle mani lungamente[,] dei polpastrelli[,] dei ghirigori oblunghi […] lo dica a cosa serve la sapienza […] se lo dicesse lei a tutti quanti che la sapienza è accarezzare a lungo[,] che i corpi sono pagine fruscianti» (p. 306).  Nelle anamnesi, nelle paramnesie, nei rimescolamenti del sangue, nel sesso, nell’amore, nell’allusione alla morbilità comune… nell’assunzione di tutto nella scrittura ecco quell’umano che permane nel romanzo, nel πάντα ῥεῖ.



Ezio Sinigaglia, “Il Pantarèi”, Terra Rossa, 2019, pp. 312, 15,50 €.
 Giudizio: 5/5 www.lorenzoleone.it 

domenica 3 marzo 2019

Agripnia

Immagine di Thomas Bossard
Rieccoti, grande madre insonnia! Riconosco il tuo potere soperchio e già mi verrebbe da ingaggiare una mezza disputa su questo aggettivo che mi hai suggerito, ma, bada, non perché non lo gradisca né per… insomma solo perché espone il locutore, el locutor, per dirla in un’altra lingua… – Bah! Intanto sarebbe forse il caso di precisare che el locutor è colà soprattutto lo speaker: e cioè, vale a dire, chi parla alla radio come lettore o annunciatore: «En cuanto textos tradicionales el locutor es simplemente transmisor»… – lo espone al pericolo di sentirsi replicare: ecco un vocabolo desueto che potevi risparmiarti; e persino, se il lettore è di quelli che non conoscono insonnia (che qui è una metafora, una figura di parola) e si affidano al gusto, che è sempre una specie di ‘sonno dogmatico’: ecco una forma di inerzia verbale. Non è questo che l’uomo di gusto o il critico rimproverano allo scrittore, allo scrivente, all’oratore, al locutore…? non è questo infilarci il ‘fuscello’ al posto del ‘rametto’? ma anche il contrario: la sciatteria bella e buona… Dove prevale il gusto manca la scienza (epistéme) e l’intelletto (noûs)…
Ma che sto dicendo? Nessuna voglia di riaprire Croce né il De Crousaz (uno svizzero) che all’inizio del XVIII secolo scriveva: «Le bon goût nous fait d’abord estimer par sentiment ce que la Raison auroit (sic!) approuvé, après qu’elle se soit donné le tems de l’examiner assez pour en juger sur de justes idées». Sempre pronto, tuttavia, il nostro criticone a ricondurre a ‘ragione’ (almeno qui tralascio la retorica della maiuscola) il proprio gusto o il proprio orecchio, e cioè due dei cinque sensi, e a restituire così, per via obliqua, rigore al proprio giudizio.
Tutto ciò mi sta venendo a noia e mi (vi) risparmio un aneddoto che avevo in animo – e cioè che avevo intenzione e a dire il vero solo a metà – di raccontarvi… Omoteleuto, grande signora Insonnia, è la seconda parola che mi hai suggerito al risveglio, e probabilmente anche la prima, nel dormiveglia, e te ne sono grato; te ne sono grato benché non sappia che farmene, benché non veda l’ora di scordarmela. (Il risentimento di questa ultima affermazione è fittizio). Ti ho chiamata, all’inizio, ut supra dixi, madre, grande madre…
De Crousaz però, la cosa va chiarita, ce l’ha abbastanza con chi decide per il mezzo del gusto: «Raisonner, c’est décider sur l’évidence des Idées», e fin qui… ma poi: «Mais décider par gout c’est décider par sentiment, et cette espèce de sentiment qui porte le nom de Gout, n’est pas seulement un effet de l’impression des objets sur nos sens extérieurs; c’est, quand la raison ne l’a pas rectifié, un résultat des préjugez, du tempérament, de l’Éducation, des habitudes, des passions enfin, et des intérêts qui nous dominent». Che altro fa l’uomo di gusto o anche il critico – giacché appartengono al medesimo campo onomasiologico e i distinguo sono tutti da ridiscutere? e sono da ridiscutere se non vogliamo ascoltare ancora: «Tu giudichi col tuo gusto personale (su cui non mi pronuncio per educazione)» – «Il pubblico giudica col suo gusto collettivo (che è scadente) – «Io ho studiato e giudico in scienza e coscienza» – «Sì, ma questa scienza è contro il gusto e non possiamo raschiarlo via, il gusto, anche perché è in quel modo che giudica il pubblico» – «Ma tu applichi la tua scienza al piano dell’espressione e dici di sì al fuscello e no al rametto (te lo dico venendo meno all’educazione che m’ero imposto)» – «Chi se ne importa del contenuto!».
Queste affermazioni mi stanno confondendo e poi ritrovo appunto, giustappunto, quei distinguo da ridiscutere: forma espressione contenuto trama anima corpo natura cultura (l’assenza di virgole fa prosa culta): insanabile dualismo metafisico… Come se i discorsi per essere efficaci, per chi li ascolta, magari per un pubblico di selezionati, magari per uno soltanto, non abbiano affilato strumenti retorici.
Bene, sull’insonnia e sul perché ecc. un’altra volta. In ogni modo, lo dico piano, come esordio non è male. Vado a dormire.