mercoledì 24 aprile 2019

Appunti sul suicidio

«Il maggiore torto del suicida», scriveva il 6 novembre 1937 Cesare Pavese, «è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo. Niente è più abbietto dello stato di disintegrazione morale cui porta l’idea – l’abitudine dell’idea – del suicidio. Responsabilità, coscienza, forza, tutto galleggia alla deriva su quel mare morto, e affonda e riaffiora futilmente, a ludibrio d’ogni stimolo». Ecco che il suicidio – l’idea del suicidio – sembrerebbe renderti stupido, ottuso. Curiosamente – s’è detto, lo ha detto Roberto Gigliucci – Pavese si ammazza quando non ne ha più voglia: «L’idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire».
Ho conosciuto, se non sbaglio, un solo suicida. Un giovane uomo ricciuto e magrolino; pigliava decisioni repentine e poi cambiava idea; alla fine un hombre aburrido de sí mismo. Il suicidio lo aveva programmato per i suoi cinquant’anni: età in cui, immaginava, non avrebbe più potuto stendersi sopra un altro essere e trarne piacere. Eppure già gli accadeva… Qué es la vida? Poder hablar del amor y de la muerte. Si gettò da una diga idroelettrica a quarant’anni.

Il nome di Claude Cuénot è sconosciuto ai più e noto semmai solo ai fans di Teilhard de Chardin: Cuénot, infatti, è il suo biografo ufficiale e l’autore di Pierre Teilhard de Chardin. Les grandes étapes de son évolution (Plon, Paris, 1958). Non ho molte notizie su di lui salvo quella che ricavo dalla lista dei partecipanti a un colloquio che ebbe luogo a Venezia dal 9 all’11 giugno 1962 nell’antica abbazia benedettina dell’isola di San Giorgio Maggiore; la lista è stampata nel volume collettaneo che raccoglie gli atti del colloquio (Teilhard de Chardin et la pensée catholique: colloque de Venise sous les auspices de ‘Pax romana’, Seuil, Paris,1965). Ecco la notizia: «M. Claude Cuénot, Docteur ès lettres, ancien élève de l’École Normale Supérieure, administrateur de la Fondation Teilhard de Chardin, Pairs». Può bastare. In ogni modo lo menziono per una buona ragione: lo ritrovo, Cuénot, in un altro volume collettaneo (Aquila. Chestnut Hill Studies in Modern Languages and Literatures, Springer Nature, 1976, vol. III) autore di un saggetto dal titolo La création littéraire. L’argomento è dunque la creazione letteraria. Sulla quale Cuénot ha le idee molto chiare: nessuna retorica e nessuna logica della creazione letteraria perché la faccenda è assai misteriosa e venirne a capo è come prendere una lucertola per la coda («un lézard par la queue»). Invece sono accessibilissimi i servigi della medesima. Insomma, finalmente, l’arte è «une opération vitale». A chi non sarebbe venuto in mente? Vitale come un gioco; e giocoliere è il suo artefice. Questo fino al principio del XIX secolo, perché Voltaire a Potsdam era pur sempre un cortigiano (à Frédéric II, roi de Prusse: «Dans votre Parnasse de Pharasmane, ce 8 octobre 1750» … Già, e però nelle Mémoires: «Il me traitait d’homme divin; je le traitais de Salomon; les épithètes ne nous coutaient rien»). Ma col romanticismo – riassumo – l’arte smette di essere un gioco e l’artista diviene un cercatore (quêteur) assoluto. Ecco allora Hölderlin morire pazzo, Nietzsche morire pazzo, Van Gogh suicidarsi, Gérard de Nerval impazzire e suicidarsi ecc. La morale – già, si fa presto a fare la morale – è che l’uomo, benché proclive…, non raggiunge l’assoluto. (A chi non sarebbe venuto in mente?). Ovviamente perché l’assoluto è Dio mentre l’uomo è un animale; un animale che vorrebbe essere Dio e che non sarà mai Dio e che in questo sogno epifanico precipita, giacché nulla lo infrena, nei soliti abissi (cfr. p. 101): inferni, bordelli, carceri, manicomî, spogliatoi affollati, loci suicidari. La creazione artistica è un Calvario e solo molto più di rado un Monte Tabor ecc. ecc. (cfr. p. 102); mai e poi mai un viaggio in pullman. «On n’écrit bien qu’en tenant son démon par la main gauche et en écrivant avec la main droite» (p. 104). — Ed ora l’elenco completo degli scrittori suicidi: Paul Celan, Marina Cvetaeva, David Foster Wallace, Ernest Hemingway, Yasunari Kawabata, Heinrich von Kleist, Primo Levi, Vladimir Majakovskij, Emilio Salgari, Sándor Márai, Yukio Mishima, Cesare Pavese, Sylvia Plath, Virginia Woolf, Stefan Zweig…

Daniel Bordeleau è un medico e uno psicanalista junghiano che esercita all’Institut universitaire en santé mentale di Montréal (Canada). È un clinico – o lo è stato – in prima linea, impiegato, tra il 1989 e il 1996, nel reparto psichiatrico d’urgenza dell’ospedale Louis-H. Lafontaine di Montréal. Dei cinque/seimila casi trattati ogni anno nella struttura, il venti per cento, ricorda Bordeleau, presentava problematiche suicidarie. Ciò che lo colpì, tuttavia, fu il fatto che spesso, spessissimo, non si trattava di situazioni di «disperazione profonda», di persone «sull’orlo di un precipizio» (L’expérience suicidaire: choix de vie ou de mort: perspective archétypale, Esf Editeur, 1998, p. 14). Bordeleau ne trae una deduzione interessante: «L’idea suicidaria è un motivo di consultazione frequente ma il paziente suicidario sul bordo dell’abisso è molto più raro» (ibid.). C’è di più: l’idea suicidaria – la fantasia e persino il gesto – è bensì una sollecitazione a morire ma pure a vivere (differentemente). L’idea suicidaria «è un avvenimento che consente di prendere coscienza della realtà esistenziale della morte» (ibid.) – come, d’altra parte, altri avvenimenti traumatici, come altre esperienze limite (cfr. anche p. 70). Qualcosa che si conosce piuttosto bene, credo, qualcosa che turba perché ci è noto. D’altra parte per limitarci all’idea suicidaria – tralasciando cioè le altre esperienze –, per limitarci alla statistica, e ai dati di una vecchia Enquête sociale et de santé 1992-1993 sulla popolazione quebecchese, a fronte di una mortalità per suicidio pari allo zero virgola zero due per cento, la diffusione dell’idea suicidaria si attestava, in quel torno di tempo, sul quattro per cento. Mica male! Un po’ più avanti, Bordeleau, ricorda il viaggio in Africa di Jung (che ne parlò nella propria ‘autobiografia’ uscita postuma: Erinnerungen, Träume, Gedanken). Ecco, in Africa, Jung si trovò di fronte allo spettacolo dei branchi e delle greggi di animali e capì quanto fosse importante lo spettatore di quello spettacolo: e cioè l’uomo che lo creava o ricreava giacché… ma non devo spiegare il perché. Ora, Bordeleau, nella sua pratica psicoterapeutica, racconta, si trova di fronte pazienti suicidari incapaci di farsi spettatori autentici: e cioè creatori di spettacolo; incapaci di (ri)creare lo spettacolo della creazione, incapaci di «entrare in contatto con il mito creatore che donerebbe un senso alla loro vita» (p. 34) e che preferirebbero, appunto, togliersela anziché vivere come bestie da soma, scrollando la testa.

Dall’Africa che è culla dell’umanità e che inoculerebbe nostalgia, il veleno degli scorpioni (scorpioni che suggerirono pure un titolo a Hugo Pratt) o l’AIDS, commoverebbe fino alle lagrime Alberto Sordi mercante d’armi e di morte nel Corno d’Africa e, persino, terrebbe lontano o nei paraggi Raymond Roussel (il suo non-voyage ‘dà la stura’ però a un’opera vera e propria, Impressions d’Afrique e a seconda, Nouvelles Impressions d’Afriques… à fric, insomma, a pagamento; chioserella: avete mai visto la roulotte di Roussel?), ma non Gide e nemmeno Hemingway, Blixendiamoci un taglio… dall’Africa all’Africa, all’antico Egitto. Bordeleau, nel suo libro sull’esperienza suicidaria rammenta un passaggio di Mircea Eliade che trae dalla Histoire des croyances et idées religieuses (Payot, Paris, 1987, vol. I). In quel passaggio Eliade riporta e riassume un antico testo egiziano intitolato (o che intitola) ‘La dispute sur le suicide’. Ho sottomano il testo in lingua inglese e, a dire il vero, il testo ha qui un altro titolo e cioè: ‘Dispute of a Man Weary of Life’. Si tratta, avverte Eliade, di un testo commovente: un dialogo tra un uomo sopraffatto dalla disperazione e la sua anima (); e l’uomo cerca di convincere la propria anima della opportunità del suicidio: «Con chi posso parlare oggi? I fratelli sono cattivi; gli amici di oggi non amano… I cuori sono rapaci: ogni uomo afferra i beni del prossimo… Non ci sono i giusti; la terra è lasciata a chi fa del male… Il peccato che calpesta la terra non ha termine» (in Mircea Eliade, A History Of Religious Ideas, The University of Chicago Press, 1978, p. 103). Nessuna meraviglia che in questo ambiente di disgrazie e tristezze civili e umane la morte appia all’uomo come «la guarigione di un malato… l’odore della mirra… l’odore dei fiori di loto… l’odore (dei campi) dopo la pioggia… il desiderio di un uomo di rivedere la propria casa dopo aver trascorso molti anni prigioniero». , la sua anima, gli rammenta i tanti sturbi che ‘toccano’ il suicida: nessuna sepoltura, nessun rito funebre e altre scemenze buttate là; ma pure, più avanti, di esortarlo ad annegare i crucci nei piaceri sensuali (un po’ come in un buon bicchiere di gin). Finally, sunteggia Eliade, «l’anima gli assicura che rimarrà con lui anche se deciderà di togliersi la vita» (ibid.). (Per una lettura integrale del canto vi rimando a James Henry Breasted, Development of Religion and Thought in Ancient Egypt, Hodder & Stoughton, London, 1912, pp. 194-195).

3 commenti:

  1. bellissimo questo tuo intervento, reiterato, sull'argomento " suicidio ",già trattato: è illuminante e molto interessante,anche perchè tocca delle corde,che alcuni di noi,tendono certe volte di toccare. Ma la realtà,è una sola: non essendoci al di là, che il nulla cosmico,accettiamo quello che ci presenta la vita,anche se certi conti, sono duri da mandar giù,poi al risveglio di certe giornate, basta un raggio di sole, o nel mio caso, una giornata di pioggia, e tutto rientra nella routine di sempre. Rammentati, che tutto l'ambaradan dura al massimo 80\90 anni, poi tutto sparisce nel nulla.


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