martedì 19 marzo 2019

Per una storia della coglioneria


Thomas Bossard
Una storia della coglioneria? «Parecchie volte, nel corso dei secoli, gli uomini intelligenti hanno avuto l’idea di scrivere una storia della stupidità. Ma l’idea si è alterata e guastata durante la fatica di attuarla: e invece di una storia della Stupidità, abbiamo avuto una storia della vitalità-umana, un saggio sopra gli errori degli antichi, una storia del commercio e delle guerre ecc.». Questo è Vitaliano Brancati e mi viene da aggiungere, sommessamente, ma perché poi sommessamente?, che ha ragione. Ho rinvenuto tuttavia – meglio sarebbe dire che ne ho avuto notizia – una Introduzione alla storia della stupidità umana di Walter Pitkin edita da Bompiani negli anni Trenta. Un giorno la leggerò e vi saprò dire. — Avrei potuto dirvelo prima. Oggi, pomeriggio del 18 marzo 2019, mi trovo in un mercatino delle pulci. Sapete che ci si trova in un mercatino delle pulci. Al primo piano di questo edificio una montagna divecchi libri. Il primo pensiero? Una storia della stupidità non può prescindere dai libri. Siamo abituati a pensare, almeno fino ai dodici anni di età, e talvolta anche dopo, che i libri racchiudano una qualche forma di saggezza. Uno come Harold Bloom, per esempio, non ha dubbi: Where shall wisdom be found? Nei libri. E però esistono anche i libri stupidi. Ne parlava Flaiano quasi mezzo secolo fa (ma lo sa anche Harold, Harold che snocciola all’istante i suoi primitivi criteri, nel numero di tre, per cernere…). Sono i libri che, per il solito, «centrano un falso problema, una situazione, un punto di interesse e di attualità». — Per il solito. Ignoro, per esempio, quanto questo libro qui di Arthur H. Chapman intitolato Manovre e stratagemmi dell’inconscio, e pubblicato da Rizzoli nel 1970 (tit. or. Put-Offs and Come-Ons: Psychological Maneuvers and Stratagems, Putnam, 1968) centrasse un falso problema o un punto di attualità di quegli anni lì; quel che è certo è che è un deposito di luoghi comuni, di idées reçues, di œillères, che solo ai nostri giorni, ma non troppo, possono anche apparire stravaganti. Il dott. Chapman scrive dunque un libro intitolato Manovre e stratagemmi ecc. e lo dedica «alla memoria di un amico che seppe eludere tutte le manovre e tutti gli stratagemmi»: e cioè a Charles Hyde Warren, preside di facoltà e direttore del Trumbull College della Yale University. Lo dedica, pare, all’unico uomo non stupido della sua cerchia di amici. Perché per il resto della séance il dott. Chapman non vede che manovre e stratagemmi; principalmente nella vita di coppia e dando per certo che una coppia sia tutte le volte eterosessuale e matrimoniale. Non vede che quelli e imbecilli che vi ricorrono senza rendersene conto. Ecco una paradigmatica manovra (sempre a giudizio del dott. Chapman): piagnucola e rifiuta. Chi? La lei della coppia ovviamente. Scrive: «È una manovra cui ricorrono sporadicamente le donne frigide. La moglie che prova ripugnanza per il rapporto sessuale e si accorge che il marito ha l’intenzione di proporglielo, dà l’avvio a una discussione su un argomento che costituisce uno dei punti dolenti del matrimonio». Poco più sotto: «Mentre continua ad avanzare cautamente nell’argomento spinoso, il marito comincia a uscire in qualche rilievo dettato dalla collera montante. A questo punto la moglie si mette a piagnucolare». Tre righe dopo piange «senza ritegno» mentre il marito è preda di «un parossismo di rabbia repressa» privato com’è della «soddisfazione sessuale» (pp. 13-14). Bene, credo di poter chiudere qui con il dott. Chapman e con il suo libro che abbandono alla polvere della bibliotecuccia in cui alloggia. Il libro di Chapman sta tra il Trattato sulla natura umana di Hume e l’Emilio di Rousseau. Si sa dei rapporti tra Hume e Rousseau; di Arthur H. Chapman non si sa nulla. — Ma ora vorrei passare oltre; e mi basta scostare lo sguardo. L’automobilista e la morale cristiana (tit. or. L’Automobiliste et la morale chrétienne, J. Duculot, 1967) di Hubert Renard è un librino di centosettantatré pagine pubblicato da Cittadella editrice nel 1969. Un catechismo per gli automobilisti! Ci credereste? E poi: faccenda di attualità? D’altra parte Hubert Renard è, all’epoca, un abatino di trentaquattro anni residente in Béthune, nella Francia settentrionale. Scrive: «Le norme della circolazione stradale derivano dal quinto e dal settimo comandamento di Dio: non uccidere e non rubare, e sono promulgate per la sicurezza degli utenti della strada» (p. 98). Un altro passaggio (p. 120): «I vescovi svizzeri, ricordando il problema della circolazione stradale, richiamavano questa frase di Pio XII: ‘Quando tutti gli uomini si lasceranno guidare nella loro vita di ogni giorno dal sentimento della loro dignità e del loro fine soprannaturale…, soltanto allora, sia nelle loro parole che nelle loro azioni» ecc. ecc.. Tutto ciò perché la circolazione automobilistica determina normalmente «un sentimento di giustizia ostile agli altri». Precedentemente l’abate s’era concesso crucciose osservazioni socioantropologiche di una franca misogina confortato da Lombroso (p. 63): «Se l’uomo si irrita di fronte a certi modi femminili di guidare, è perché ha l’impressione che le conducenti prendano decisioni senza riflettere, senza aver analizzato la situazione. Gli sembra che si muovano talvolta con disinvoltura ai margini della catastrofe, tanto più quanto più la loro guida diventa esitante appena la situazione diventa complicata». Ancora, due righe sotto: «In un ingorgo, in una circolazione intricata l’uomo, più riflessivo, più logico, valuterà tutti i dati […] la donna invece rischia di non superare la propria emozione». — Alè, finiamola qui!

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