lunedì 6 maggio 2019

Il caput mortuum

Leggo un vecchio articolo di Leiris (Michel); vecchio perché risale al 1930 e il 1930 è molto lontano, e molto lontano dovette apparire anche al medesimo Leiris che destinò lo scribillo a una raccolta, a una raccolta come Brisées (che è del 1966), poco prima di morire. Zébrage esce postumo nel 1992. Qualcosa su questi titoli: non sono ‘fenomenali’? Certo Brisées richiamerà alla mente di qualcheduno, alla signorina Teotista, la pasta; e Zébrage quegli stracci per far pulizia di Roberto Cavalli… Ma che sto dicendo? L’articolo che leggo si intitola così: ‘Le caput mortuum ou la femme de l’alchimiste’. Leiris vi racconta il suo incontro con W.B. Seabrook, scrittore, esploratore, occultista e cannibale americano morto suicida il 20 di settembre del 1945. Né l’occultismo (praticato) né il fatto che The Magic Island, il suo libro su Haiti, abbia introdotto nella cultura americana (e quindi non solo americana) lo zombi depongono a suo favore: di Willi intendo, il Richard Halliburton (il tizio che rifece Annibale traversando le Alpi su un elefante) dell’occulto, come scriveva il «Time» il 9 settembre del 1940. L’appuntamento è a Tolone, dove Seabrook soggiorna, presso un piccolo caffè in faccia al suo hotel, nei pressi del Teatro Odéon. Leiris ne apprezza la cordialità, le maniere accattivanti e rudi (o giacché rudi); e dietro o dentro tutto – aspetto, maniere… – sospetta un’altra cosa ancora: «un élément vraiment ‘humain’». Che detto di un preteso o sedicente cannibale… Soprattutto si trovano d’accordo su alcune ‘verità’ filosofico-morali, forse socioantropologiche, forse geschichtsphilosophische. Per esempio questa: che una delle poche missioni encomiabili dell’uomo sarebbe quella di sopprimere in un modo qualunque – e ovviamente col misticismo, la follia, la poesia, l’erotismo, l’avventura – il dualismo di anima e corpo o di materia e spirito. (Muchachos, sto traducendo). Segue, un istante dopo, il nome di Marcel Jouhandeau: ciò che stupisce solo la signorina Teotista. Più interessanti le considerazioni sulla maschera e sul volto caché: «Dalla più semplice parure, gusto della toilette, delle uniformi, fino ai travestimenti totemici, ai tatuaggi e alle tinture passando per i costumi e le maschere del teatro, i travestimenti carnascialeschi, gli oripeaux clowneschi, il trucco femminile, il cappuccio dei penitenti, pare che l’uomo, appena presa coscienza della propria pelle, abbia subito voluto mutarla […] rivestendone un’altra». Di qui – ciò che non è scontato e nemmeno conseguente – l’attenzione per il dettaglio, per quel dettaglio étrange: giarrettiera, sospensorio, mitra, pantofola poco importa, ché qui si concentra tutto il feticismo religioso e reliquiario, erotico, sadico… Obbedienza a un principio acrocratico dove ciò che sporge o sta in cima o si dà a vedere (ἄκρος), fosse pure accessorio, ornamento, fronzolo, sta per il tutto (par pro toto). Questa parte più forte, che s’impone, che attira l’attenzione, Leiris la paragona a uno schema: «[….] come uno schema è più forte dell’oggetto che rappresenta»; e anche più perturbante, più espressivo. (Ora, ritrovo questa stessa parola, la parola schema, schéma, all’inizio dei Fragments d’un discours amoureux di Barthes, a designare la parola-figura, la parola-gesto, coreografica, ginnica, sportiva, dell’innamorato, del suo discorso, dis-cursus, andare e venire, intrigare… Faccenda da approfondire). A Leiris, Seabrook spedisce poi, in altra occasione, alcune fotografie di una donna mascherata: e cioè di una maschera di cuoio concepita da lui stesso e fatta confezionare a New York. Spedisce una fotografia un po’ come Bobi Bazlen spedisce una fotografia, delle gambe di Dora Markus a Montale? (Fotografia celebre questa delle gambe di Dora Markus e sui si è scritto un po’ dopo Montale. Vedi p.e. il F. Rella, Dall’esilio: la creazione artistica come testimonianza, Milano, Feltrinelli, 2004, o F. Coscia, I sentieri delle ninfe, Exorma, Roma, 2019). Non lo sappiamo. Certo anche la maschera di cuoio contribuì alle riflessioni dello scribillo. Che Leiris chiude citando nientepopodimeno che Hegel. Siamo sempre attorno alla maschera, allo schema (schéma), a ciò che attira, attrae (fanale, ornamento, punta, sporgenza… ἄκρος): «Residuo supremo che possiamo tingere del valore più ideale così come di quello più sordidamente materiale, la cosa in sé – enigmatica e ‘attraente’ come una sfinge o una sirena – è la grande matrice universale cui il vecchio Hegel […] diede il nomignolo di caput mortuum…». Bisognerebbe domandarsi che cosa Leiris avesse compreso del § 44 della Scienza della logica hegeliana, ma il fatto che tirasse giù sul piatto solo quel che aveva intenzione di consumare è abbastanza evidente. Gli è che l’astratto, il totalmente astratto e vuoto, non comprende nulla di determinato, nessuna rappresentazione o sentimento; nessuna avventura, nessuna poesia. E, insomma, dubito che Leiris volesse andare a letto con Kant.